
(umbriajournal.com) PERUGIA – “In Umbria è emergenza imprese ed emergenza consumi. E l’emergenza economica, per le sue dimensioni e le sue conseguenze – in termini di occupazione, di disagio sociale, di arretramento generale – è diventata una vera e propria emergenza Umbria”. Giorgio Mencaroni, presidente della Confcommercio della provincia di Perugia, ha aperto con un grido di allarme la tradizionale conferenza stampa in cui l’organizzazione traccia un bilancio dell’anno appena trascorso e delinea le priorità su cui intervenire.
Nei primi tre trimestri del 2013 il saldo tra nuove imprese e imprese cessate – nei settori del terziario – riporta un segno meno di 634 unità. Sono andati perduti oltre 1.300 posti di lavoro in soli nove mesi. Senza considerare che il grosso delle cessazioni si registra, in genere, nel quarto trimestre, quando con la chiusura dell’anno sempre più spesso le imprese decidono di chiudere anche i battenti. “Sono mancati o sono stati insufficienti – ha detto Mencaroni – quegli interventi strutturali, a livello nazionale e locale, quelle decisioni coraggiose, quel cambio di passo e di mentalità che noi avevamo chiesto e che avrebbero potuto porre un freno alla progressiva perdita di competitività e ricchezza della nostra regione.
Una regione che, dicono le statistiche e conferma il sentiment degli imprenditori, ha perso posizioni su posizioni in ambito italiano, e che deve rimettersi in moto dando fondo a tutte le sue migliori energie”. “Un anno fa – ha ricordato il presidente Confcommercio – eravamo qui a chiedere interventi su tre fronti fondamentali per le imprese: Imu, Tares, imposta di soggiorno. Beh, dopo un anno possiamo riprendere pari pari quelle richieste, perché di fatto nulla è mutato. Anzi, le aliquote sono aumentate e la stangata fiscale di dicembre – in cui i pagamenti di tasse e tariffe si sono accumulati – ha dato la mazzata finale a tante imprese.
Non solo: in questi giorni ci troviamo di fronte ad una totale confusione su quello che si deve pagare a breve, in un bailamme di sigle di nuove tasse e tariffe. Alla faccia della semplificazione! Basta ricorrere alla leva fiscale per far quadrare i conti! Il carico di tasse e tributi è semplicemente incompatibile con qualsiasi ipotesi, ancorché modesta, di crescita e sviluppo, e oggi addirittura di sopravvivenza delle imprese! La Cgia di Mestre ha evidenziato 4 giorni fa che nel 2013, rispetto all’anno precedente, le microimprese fino a 10 dipendenti, ovvero il 95% circa del totale, hanno subito un aumento delle tasse che va dai 270 ai 1000 euro, importi che si sono aggiunti ad un carico fiscale complessivo che per le attività di questa dimensione oscilla tra il 53 e il 63 per cento.
Il 28 gennaio 2013 centinaia di imprenditori del terziario umbri – ha proseguito Mencaroni – hanno marciato sotto il diluvio per dire “Basta” a questa pesantissima situazione, per chiedere attenzione e presentare proposte: in questi mesi tanti associati, di vari settori, ci hanno chiesto ripetutamente di tornare in piazza, perché sono esasperati, arrabbiati, perché non si sentono ascoltati, perché oltre che dalla crisi si sentono vessati da mille forme di concorrenza sleale. C’è chi è pronto a sfruttare questo stato d’animo in modo strumentale, e questo noi non lo vogliamo. Ma occorrono risposte, altrimenti sarà difficile frenare la crescente insofferenza.
In tutto questo l’Umbria si segnala per un arretramento costante nella produzione di ricchezza e nel livello dei consumi (vedi dati seguenti), che la allontana sempre più dalle altre regioni del Centro, con prospettive per il 2014 ancora piuttosto incerte”. L’emergenza, secondo Mencaroni, come ogni emergenza, va affrontata con un impegno straordinario. “Riavviare il processo di crescita dell’Umbria, dell’occupazione e dei consumi è possibile solo attraverso il rilancio di tutto il sistema delle imprese, di tutti i fattori attivi di sviluppo, e sottolineo attivi, che sono tra loro necessariamente interconnessi. Bisogna abbandonare l’economia “assistenziale” – troppi gli esempi anche in Umbria, con realtà che si sono trasformate in pozzi senza fondo di risorse pubbliche, senza però affrontare i nodi veri – bisogna avere più incisività nei tagli alla spesa pubblica, che non consistano nello spostare o rimodulare questa o quella pedina ma nel ridurre, semplicemente ridurre i costi, nell’abbattere privilegi che i cittadini e gli imprenditori non sono più disposti a tollerare”.
Il presidente Confcommercio ha lanciato dunque la sollecitazione ad uno “sforzo corale”, ad una alleanza-mobilitazione di tutte le forze associative e delle istituzioni per incidere in modo rilevante sulla gravità dei mali che affliggono la regione, un appello a rimboccarsi le maniche tutti insieme, “perché la salvezza dell’Umbria passa attraverso quella del suo tessuto produttivo e la valorizzazione di risorse fino ad oggi sottovalutate”. Mencaroni ha chiesto alle istituzioni il coraggio di rivedere certe scelte, di rilevare incoerente, di superare pregiudizi e schemi sclerotizzati nella gestione dell’economia e nel governo del territorio.
E ha colto l’occasione per lanciare una proposta shock ai sindaci umbri: “I nostri centri storici sono una risorsa ineguagliabile, ma oggi sono in forte crisi, abbandonati dai residenti, dalle imprese, che non vedono nessun ritorno nei loro investimenti, dai negozi storici non tutelati, e si sono “arresi” alla criminalità, sempre più arrogante. Questo è successo perché sono stati resi totalmente inaccessibili tra divieti, ZTL, costi esorbitanti dei parcheggi, lievitati da quando la gestione è affidata ai privati. Beh, cari sindaci, provate a rovesciare prospettiva, abbiate il coraggio di andare controcorrente, fate un esperimento: per due/tre mesi parcheggi gratis per tutti, accessibilità più ampia ed iniziative di animazione. A queste condizioni anche le imprese saranno disposte ad investire, a metterci del loro: e poi tiriamo le somme, e vediamo se quello che si è perso in ticket dei parcheggi non si è riguadagnato in ricchezza diffusa grazie alla presenza di umbri e turisti.
Perché è proprio dalla ricchezza culturale delle città, dalla salvaguardia del territorio, dal turismo che l’Umbria può trarre quello che, in una intervista di qualche giorno fa il sottosegretario al ministero dei Beni Culturali Ilaria Borletti Buitoni, umbra di adozione, ha definito in modo efficacissimo uno “sviluppo diffuso”. Uno sviluppo rispetto al quale il terziario di mercato rappresenta una certezza, come ha dimostrato continuando ad essere anche nel periodo peggiore della crisi uno sbocco occupazionale, sotto diverse forme, ma anche una enorme potenzialità, puntando sulla innovazione, sulle reti, sui giovani ”.
E proprio la sfida dell’innovazione è quella sulla quale Confcommercio punta come elemento di forza per il rilancio dell’Umbria, confortata da dati incoraggianti: al netto del settore più tradizionale dell’ICT e dei servizi, ad esempio, sono oltre 2 mila e 200 le nuove imprese del digitale attive in Umbria (dati 2012). Quasi 6 mila e 400 sono gli addetti digitali (il 76% nella provincia di Perugia). Le nuove imprese digitali umbre hanno registrato, nel periodo 2009 – 2012, un trend migliore rispetto al resto d’Italia: sono cresciute di 223 unità, segnando un +11%, superiore al valore della media nazionale che è del 9,2%; gli addetti sono cresciuti di 842 unità, con un +15%, superiore anch’esso al valore medio nazionale di +13,7%. L’Umbria sta quindi recuperando sul piano della digitalizzazione.
Un processo che deve essere accompagnato con politiche adeguate, perché diventi leva di sviluppo e competitività, con concreti benefici per l’economia nel suo complesso. UMBRIA, PIL E CONSUMI IN CALO, DAL 2007 –12% DI RICCHEZZA PER ABITANTE. E PER IL 2014 PROSPETTIVE INCERTE I dati testimoniano in modo inequivocabile la situazione di estrema difficoltà dell’Umbria. Secondo il rapporto Istat sui Conti economici regionali, pubblicato nel novembre scorso sugli ultimi dati disponibili, nel 2012 il Pil pro capite dell’Umbria, con 23.316 euro, si è attestato sotto la media del Centro Italia (pari a 27.941 euro; è di 31.094 euro nel Nord-ovest, a 30.630 euro nel Nord-est) e ben lontana dalle regioni limitrofe Lazio (29.195 euro), Toscana (28.100 euro), Marche (25.601 euro).
A rendere ancora più negativo il quadro per la nostra regione è la variazione percentuale del Pil tra il 2011 e il 2012: in Umbria è stata pari a -3,1%; a livello nazionale solo 5 regioni (Calabria, Sardegna, Valle d’Aosta, Basilicata e Sicilia) hanno fatto peggio, mentre la media nazionale è del -2,5%. Alla contrazione dell’attività produttiva si è accompagnata, nel 2012, una dinamica molto negativa dei consumi delle famiglie umbre, con un – 3,8% (a livello nazionale -4%). Nel periodo 2009-2012, poi, nella nostra regione la contrazione dei consumi è stata di ben il 5%, la peggiore tra tutte le regioni del Centro, che ha una media di -2,4%, e una delle peggiori a livello nazionale (ci precedono solo Liguria, Puglia, Abruzzo, Friuli).
Guardando in prospettiva le cose non sono granché incoraggianti: secondo il Rapporto sulle Economie Territoriali dell’Ufficio Studi Confcommercio nazionale, l’Umbria nel 2014 perderà rispetto al 2007 – anno che usualmente viene considerato il benchmark per misurare i successivi accadimenti – il 12% di ricchezza per abitante; a livello di consumi reali sul territorio anche il biennio 2013-2014 si prevede che farà registrare una diminuzione dello 0,8%, mentre a livello di consumi pro-capite si stima un –1,5%. Tra le più elevate in Italia inoltre, sempre in base ai dati Istat, la contrazione delle unità di lavoro, con -2,7%: peggio sono messi solo la Sicilia e la Basilicata. La caduta dell’attività economica è da attribuirsi soprattutto alle rilevanti diminuzioni del valore aggiunto nell’industria (-5,3%) e costruzioni (-9,2%), mentre i servizi sono attestati ad un –1,1%.
L’indagine Confcommercio tra le Imprese conferma: 2013 anno difficilissimo
Il 2013 è stato un anno difficilissimo per le attività umbre del terziario: lo conferma la “fotografia” scattata dall’indagine annuale realizzata dall’Ufficio Studi Confcommercio della provincia di Perugia, nel corso della prima settimana di dicembre, su un campione di 150 imprese del commercio e del turismo.
Investimenti
Nel 2013, solo un imprenditore su tre ha fatto investimenti. Il 67% degli intervistati dichiara di non aver fatto investimenti nel 2013 (erano l’81% del campione nel 2012, il 67% nel 2011, il 55% nel 2010, il 70% nel 2009) contro il 33% che ne ha fatti (erano solo il 19% nel 2012, il 33% nel 2011, il 45% nel 2010, il 30% nel 2009). Del 33% (risposta multipla) che ha fatto investimenti, il 5% ha investito in macchinari e attrezzature, il 18% in immobili o impianti fissi, il 4% in tecnologie informatiche, il 4% in ampliamenti o nuovi rami di attività ed un altro 2% in formazione o marketing.
Fatturato
Il 64% dichiara una diminuzione di fatturato (71% nel 2012, 57% nel 2011 , 42% nel 2010, era il 57% nel 2009); il 28% dichiara un fatturato invariato rispetto all’anno precedente (era il 35% nel 2009, il 31% nel 2010, il 32% nel 2011 e il 25% nel 2012); solo l’8% parla di fatturato in aumento (era l’8% anche nel 2009, il 23% nel 2010, l’11% nel 2011 e il 4% nel 2012): aumento di fatturato non riconducibile al momento economico particolare che stiamo vivendo ma a strategie aziendali e mercati di nicchia (cosmesi e tecnologia). Del 64% delle imprese che dichiarano una riduzione, il 53% la imputa alla crisi economica e dei consumi, al basso reddito delle famiglie ed alle tasse e tariffe che “strangolano” le imprese.
Il 66% dichiara che nel 2013 chiuderà peggio del 2012, il 27% che chiuderà in pareggio e solo il 7% afferma che chiuderà meglio del 2012. Tale dato va tuttavia letto alla luce delle criticità riscontrate dagli stessi imprenditori i quali dichiarano nel 99% dei casi che i problemi maggiori che le imprese si trovano ad affrontare (risposta multipla) sono riconducibili in modo preponderante all’imperversante peso di tasse, tariffe e tributi che falcidiano il reddito d’impresa e non permettono politiche di investimento e sviluppo (a dichiarare ciò erano il 97% nel 2012 e il 64% nel 2010). Proprio a causa del peso schiacciante delle imposte dirette e indirette, molte aziende, pur registrando un fatturato pari a quello del 2012, chiuderanno l’anno con un guadagno nettamente inferiore.
Un 23% evidenzia come problema prioritario l’elevato costo del lavoro che grava sulle imprese (era il 15% nel 2010 e il 37% nel 2012). Un 17% denuncia forti problemi di accesso al credito (era il 22% nel 2010 e 28% nel 2012). Un 6%, facendo autocritica, dichiara che con questa situazione economica, non riesce più ad individuare una strategia d’impresa per andare avanti (era il 5% nel 2010 e 3% nel 2012).
Risorse Umane
Il 93% degli intervistati dichiara di non aver fatto inserimenti di personale nel 2013 (percentuale mantenutasi stabile dal 2012 ad oggi). Il 7,4% di questo 93% ha fatto richiesta di CIG, il 9,3% ha effettuato licenziamenti ed il 5,6% non ha riconfermato i contratti a termine. Il 9% degli intervistati (era il 7% nel 2012, il 19% nel 2010, l’8% nel 2009 ma il 30% nel 2007) ritiene che il periodo economico svantaggioso abbia causato un esubero di personale ed un piccolo 5% lo ritiene un investimento economicamente svantaggioso in un periodo come questo. Un significativo 7% dichiara, invece, di aver fatto inserimenti professionali in quanto considera fondamentale investire in capitale umano in tempo di crisi, in un’ottica di ripresa e rilancio aziendale.
Crisi, imprese e politica
Abbiamo domandato alle imprese quali sono gli interventi prioritari che, chi governa la cosa pubblica, dovrebbe attuare per rimettere in moto il paese (risposta multipla): il 97% chiede la riduzione del livello della pressione fiscale, ed un ulteriore 9% dichiara che maggiori investimenti potrebbero favorire l’innovazione presso le imprese.
Le ragioni della crisi
Abbiamo chiesto alle imprese quali sono, secondo loro, le principali concause del forte arretramento economico dell’Umbria rispetto alle altre regioni del Centro Italia (risposta multipla): il 59% degli intervistati le individua nell’inadeguatezza della classe politica, il 50% nella scarsa capacità imprenditoriale ed il 27% nelle infrastrutture inadeguate. Risultati indice del permanere di una profonda sfiducia nei confronti della classe politica che già nel 2012 emergeva dal 36% degli intervistati, percentuale che continua ad aumentare.
Alla domanda se, nonostante la crisi, avvertissero qualche segnale di ripresa, il 33% risponde che non ne avverte per i propri settori ma che, in un ottica comparativa con gli altri rami del mercato, è possibile cogliere nel 10% dei casi deboli segnali e nel 2% forti segnali di ripresa.
Come uscire dalla crisi
Gli elementi su cui le imprese del terziario devono puntare per affrontare i cambiamenti e la crisi in atto sono per il 36% degli intervistati l’internazionalizzazione, per il 34% l’innovazione digitale, per il 32% le reti d’impresa e per 21% la qualificazione e l’aggiornamento professionale. In particolare, alla domanda su quale sia l’elemento più importante su cui la politica umbra deve far leva per diventare più competitiva e distinguersi sul mercato (risposta multipla), il 96% degli intervistati sostiene che si debba ripartire da una valorizzazione del territorio puntando sul turismo, sulla cultura e sull’ambiente, analogamente il 27% rilancerebbe i prodotti agro alimentari tipici, l’11% sul commercio e il 9% sull’innovazione tecnologica.
Imprese e tecnologia
Il 95% degli intervistati ritiene che l’innovazione sia un supporto fondamentale per la crescita delle imprese del terziario, in quanto potrebbe andare ad incidere positivamente sulla ricerca di nuovi mercati e di nuove occasioni di acquisto (58%), sviluppare nuove capacità di marketing (68%), ottimizzazione dei processi (39%) e abbattimento dei costi (8%).
Internet, newsletter, posta elettronica, social network stanno diventando strumenti e compagni di attività quotidiana nelle imprese del commercio, del turismo e dei servizi. La posta elettronica con il 92% è lo strumento maggiormente utilizzato (era il 58% nel 2012), seguito dall’utilizzo dei social network con il 33% (era il 26% nel 2012), l’e-commerce l’11% (era l’8% nel 2012), 17% i gruppi d’acquisto e il 5% i blog.

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