Chi l’ha detto che una laurea non serve? Per lavorare conviene studiare

 
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Chi l’ha detto che una laurea non serve? Per lavorare conviene studiare

di Mauro Casavecchia ed Elisabetta Tondini AUR

La disoccupazione continua a incidere pesantemente sulle forze di lavoro, ma i dati ci mostrano che chi studia ha più chance di lavorare.
Prendiamo come caso di studio l’Umbria: dalle nostre analisi si vede che la disoccupazione ha toccato il suo massimo nel 2014 e si mantiene ancora su valori molto elevati (9,2 per cento nel 2018, a fronte del 10,6 nazionale). È strutturalmente più diffusa tra le donne (11 per cento contro 7,7 maschile), per un divario di genere che, attenuatosi nella crisi, è tornato a crescere. È aumentata in tutte e tre le categorie dei senza lavoro: tra chi ha perduto un impiego, soprattutto, ma anche tra chi è in cerca di un primo lavoro e chi si era dichiarato inattivo.
Il fenomeno ha toccato in modo particolare i più giovani, il cui tasso di disoccupazione ha toccato picchi elevatissimi, diventando uno dei più grandi problemi generazionali contemporanei, una vera e propria emergenza sociale. In Umbria ha raggiunto il valore massimo (42,5 per cento) nel 2014, per poi tornare a declinare pur mantenendosi su livelli molto alti: praticamente, nel 2018, tre 15-24enni su 10 che si offrivano sul mercato del lavoro risultavano disoccupati (3,2 in Italia).
Tasso di disoccupazione totale e delle fasce più giovani e più anziane in Umbria (valori %)
Fonte: elaborazioni degli autori su dati Istat

Il livello di istruzione entra in queste dinamiche rivestendo un ruolo importante.
Nel 2018 il tasso di disoccupazione dei laureati umbri è del 5,2 per cento e quello dei diplomati del 9,0 per cento (in Italia 5,9 e 10,1 rispettivamente); tra i possessori di licenza media si pone al 12,7 per cento, che sale al 14 per cento (18 in Italia) tra le persone che arrivano al massimo alla licenza elementare.
La crescita del tasso di disoccupazione è stata molto più contenuta tra i laureati rispetto al resto delle qualifiche, per un rafforzamento della maggiore occupabilità garantita dall’istruzione terziaria.

Tasso di disoccupazione per titolo di studio in Umbria (valori %)
Fonte: elaborazioni degli autori su dati Istat
La formazione di terzo livello ha protetto il lavoro degli umbri negli anni della crisi, visto che l’occupabilità è cresciuta tra le persone con livelli di istruzione più alti (anche nella fascia di popolazione meno istruita, che tuttavia non raggiunge neanche il 3 per cento degli occupati). Nel 2018 gli occupati continuano ad essere composti per più della metà da diplomati e i laureati passano al 23,3 per cento (erano il 16,4 per cento nel 2008).
Tassi di occupazione in Umbria per livello di istruzione (valori %)
Fonte: elaborazioni degli autori su dati Istat
Dunque, le chance di trovare lavoro aumentano al crescere del livello di istruzione, con una forbice che si va ampliando tra laureati e persone con istruzione primaria e secondaria. Invece, le persone con qualifica di licenza media sono quelle che hanno subito ovunque la decurtazione più alta del tasso di occupazione.
Se questo è vero, è anche vero che le maggiori probabilità di collocazione sul mercato delle persone più istruite non trovano sempre corrispondenza in un ideale posizionamento in termini di inquadramento: nel 2017 l’Umbria diventa la prima delle regioni italiane per percentuale di occupati sovraistruiti, ovvero con un titolo di studio superiore a quello richiesto dal lavoro svolto (32 per cento, a fronte della media nazionale del 24 per cento). Il fenomeno è in sensibile crescita ovunque in Italia e, ancora, è strutturalmente più diffuso tra le donne (in Umbria, 35 per cento contro 29 per cento maschile).
La minore partecipazione al lavoro delle donne si ripropone per ciascun titolo di studio ma decresce all’aumentare del livello di istruzione. Come a dire che l’istruzione riesce a riequilibrare, almeno in parte, le differenze di opportunità.

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