Dati pesanti sui giovani che lasciano l’Umbria per l’estero

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Dati pesanti sui giovani che lasciano l’Umbria per l’estero 

I dati Istat evidenziano che, in meno di 20 anni, gli umbri che vanno all’estero e vi prendono la residenza, soprattutto giovani e in grandissima parte per lavoro, sono aumentati di oltre otto volte, passando dai 357 del 2002 ai 2mila 879 del 2019 (scendendo a 2mila 679 nel 2020, ma solo per le difficoltà di spostamento determinate dalla fase acuta della pandemia da Covid). In tutto, dal 2002 al 2019 hanno lasciato la regione per l’estero 26mila 834 persone (se ci aggiungiamo quelli andati nel Nord Italia, il numero sale di molto), in primo luogo giovani. E i laureati umbri che ogni anno prendono la residenza all’estero, sempre in base ai dati dell’Istat, sono passati annualmente dai 59 del 2011 ai 416 del 2020 (peraltro, come detto, un anno condizionato dalla difficoltà per gli spostamenti). Il saldo annuo negativo tra laureati in arrivo nella regione dall’estero (per lo più di ritorno dopo essersene andati) e quelli che se ne vanno si è moltiplicato per 16 (molto più della media nazionale, che segna un aumento di 11,9 volte), passando da un saldo annuale di -19 nel 2011 a -306 nel 2020.

Parte da questi dati, che sono stati oggetto di un approfondimento della Camera di Commercio dell’Umbria, il Presidente dell’ente camerale, Giorgio Mencaroni, nel video “Il Punto del Presidente”, aggiungendoci i numeri dei Neet (ossia i giovani che non studiano, non lavorano e non sono in formazione), che nella fascia di età 15-24 in Umbria nel 2020 sono 35mila – erano 23mila nel 2019 e la pandemia ha aggravato il fenomeno – anche se in questo caso l’Umbria registra dati migliori a quelli medi nazionali (nel 2020 sono Neet, sempre nella fascia d’età 15-35 anni, il 18,7% delle persone, in Italia il 26,1%).

Nel video, curato dall’Ufficio Stampa e Comunicazione della Camera di Commercio dell’Umbria, dopo aver fornito i principali risultati dell’approfondimento sui dati realizzato dall’ente camerale, Mencaroni parla di questi fenomeni come fattori che “destano grande preoccupazione  e generano tensioni” e che “vanno affrontati con convinzione e determinazione, perché le cifre dimostrano come questa perdita di professionalità, anno dopo anno, sia diventata un forte limite per l’intera Umbria e anche per la crescita stessa delle nostre imprese”.

Da qui la proposta del Presidente della Camera di Commercio di dare vita a “un accordo tra Regione Umbria, Camera di Commercio e Associazioni di categoria per individuare le facilitazioni e gli incentivi adeguati a inserire questi giovani nel mondo del lavoro in Umbria. Bisogna agire con uno spirito di concertazione – afferma ancora Mencaroni nel video – individuando gli strumenti e mettendoci ognuno del suo, unendo le forze verso obiettivi chiari. Si dice spesso che il principale motivo dell’abbandono della nostra regione sia dovuto al fatto che gli stipendi non sono equiparati a quello che è il contesto europeo. Ciò è verissimo, anche se a mio parere non è il solo motivo. Il tema impone una speciale attenzione, ripeto, in uno spirito di concertazione che veda uno sforzo straordinario congiunto per cercare di far rimanere i nostri giovani e farli crescere all’interno delle nostre aziende, contribuendo in modo importante al loro sviluppo. Dobbiamo fare tutti uno sforzo comune straordinario e per prima lo farà la Camera di Commercio dell’Umbria”.

Il Presidente si sofferma poi su quanto l’ente camerale già fa, dalla forte spinta all’alternanza scuola-lavoro ai voucher formativi e a molto altro, attraverso numerosi bandi e iniziative.

1 Commento

  1. Era cosa ben nota, purtroppo. Nel decennio in cui il PD è stato al governo (tolto l’anno del Conte 1) abbiamo avuto (ed abbiamo) un’immigrazione di giovani senza una qualifica e abbimo perso giovani qualificati, e superqulificati, che sono andati all’estero alla ricerca di un lavoro con una remunerazione dignitosa. Giovani che abbiamo formato nei nostri Atenei e che sono costati sia allo Stato che alle famiglie. Un bilancio nettamente negativo sotto tutti gli aspetti, grazie al sinistro “buonismo” ideologico.

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