San Valentino, festa dell’amore istituita per evitare le orge

San Valentino, festa dell'amore istituita per evitare le orge di Luperco

San Valentino, festa dell’amore istituita per evitare le orge di Luperco

Sembrerà strano, ma la festa dell’amore fu istituita da Papa Gelasio I nel 496 d.C. (forse…leggete più avanti) per evitare il rito pagano dei Lupercalia. Durante i lupercalia le matrone romane era solite offrirsi spontaneamente alle frustate e ai desideri sessuali dei giovani devoti a Fauno Luperco (dio della fertilità). Si trattava, quindi, di vere e proprie orge. Comportamenti che il Pontefice condannava aspramente, e per porre fine a tanto scandalo il Papa decise di porre fine ai festeggiamenti ritenuti immorali e poco conformi all’idea di amore cristiano.

Anticamente, quindi, né la religione né l’amore avevano a che fare con quella che è attualmente la festa degli innamorati di San Valentino. Tutto era, invece, pensato in relazione alla fertilità – chiamiamola così – ispirata da quel dio pagano che tanto scandalizzava Gelasio I.

Era una sorta di voto per il dio, ma la era una pratica, mal vista dai cristiani, e fu fortemente avversata fino a che, per annullare questo rito facendo ricorso alla religione, si decise di celebrare la purezza dell’amore romantico, quello fatto di sentimenti e di reciproco affetto, dedicando questa giornata a San Valentino.

In queste occasioni pagane, come riferisce Plutarco – è riportato oggi dal sito internet MeteoWeb, “venivano iniziati due nuovi luperci (uno per i Luperci Fabiani e uno per i Luperci Quinziali) nella grotta del Lupercale; dopo il sacrificio di capre (si ignora se una o più di una, se di genere maschile o femminile: secondo Quilici un capro) e, pare, di un cane (che per Dumézil è cosa normale se i Luperci sono “quelli che cacciano i lupi”), i due nuovi adepti venivano segnati sulla fronte intingendo il coltello sacrificale nel sangue delle capre appena sacrificate. Il sangue veniva quindi asciugato con lana bianca intinta nel latte di capra, al che i due ragazzi dovevano ridere”.

Una cerimonia che celebrativa della morte e della rinascita rituale un atto di morte e di rinascita rituale. La “segnatura” con il coltello – è scritto nel sito a firma di Monia Sangermano – insanguinato rappresentava appunto la morte della precedente condizione “profana” in cui il soggetto si trovava; la pulitura con il latte e la risata, invece, rappresentano la rinascita nella nuova condizione sacerdotale. I luperci dovevano poi indossare delle pelli di capre sacrificate, dalle quali si ottenevano delle strisce, le februa o amiculum Iunonis, che venivano utilizzate a mo’ di fruste.

A quel punto tutti i luperci, compresi i due nuovi iniziati, consumavano un pasto abbondante in seguito al quale dovevano poi iniziare a correre intorno ad un colle, saltando e colpendo con le fruste sia il suolo, al fine di favorirne la fertilità, sia chiunque incontrassero, donne in particolare. Queste ultime, per ottenere la fecondità, offrivano volontariamente il proprio ventre alle frustate o, in seguito, i palmi delle mani.

Parallelamente a questa cerimonia, però, ne avvenivano altre più lascive ma non meno simboliche: le matrone romane, in gruppo, si sottoponevano a frustate e si lasciavano soggiogare da tutti i desideri sessuali dei giovani devoti al Fauno Luperco. Era una sorta di voto per il dio. La pratica, mal vista dai cristiani, venne fortemente avversata fino a che, per annullare questo rito facendo ricorso alla religione, si decise di celebrare la purezza dell’amore romantico, quello fatto di sentimenti e di reciproco affetto, dedicando questa giornata a San Valentino.

Certo che di strada da percorrere ce n’è da quei tempi ai Baci Perugina, da Luperco al Santo Martire, Valentino. 

E attenzione però, inizialmente la data stabilita per i riti orgiastici era quella del 15 di febbraio e il Papa, proprio per contrastare quelle “immorali abitudini romane”, decise di scegliere il giorno prima, il 14 appunto.

Gelasio I voleva si celebrasse un’altra idea di amore, contro la carnalità, quella dell’innamoramento. 

Passo dopo passo, tra storia e leggenda e tra un’orgia e l’altra, ci stiamo avvicinando a quella che è la festa dei nostri tempi. Quel giorno prima del 15, il 14 appunto, doveva avere un senso forte per il Pontefice e doveva anche avere un nome imponente per la cristianità di quegli anni. La scelta, quindi, cadde su il vescovo di Terni che fu martirizzato e decapitato nel 273 d.C. Ma sulla sulla sua morte – come riporta La Repubblica di qualche anno fa , l’agiografia si confonde con la leggenda.

Alcune fonti riportano come motivo della flagellazione e successiva decapitazione la celebrazione del matrimonio tra la cristiana Serapia e il centurione romano Sabino, pagano; lei era malata di tisi e innamorata, e il vescovo avrebbe acconsentito a battezzare il romano per poterli unire in matrimonio, ma per le drammatiche circostanze di salute la sposa morì subito dopo la benedizione e il centurione di crepacuore subito dopo. Il vescovo Valentino era solito incoraggiare gli innamorati e spronarli al romanticismo, tanto da accoglierli per redimere le dispute, regalando loro una rosa rossa da stringere insieme per il gambo, pregando per la durata del loro amore: da qui la trazione leggendaria di regalare rose rosse.

Il san Valentino moderno è però da ascrivere a Geoffrey Chaucer, l’autore dei Racconti di Canterbury che, alla fine del ‘300 scrisse – in onore delle nozze tra Riccardo II e Anna di Boemia – The Parliament of Fowls, (Il Parlamento degli Uccelli) un poema in 700 versi che associa Cupido a San Valentino. Secondo alcuni studiosi, la data del fidanzamento non sarebbe stata il 14 Febbraio, ma il 3 Maggio; tuttavia, a Febbraio si rivelano i primi segni di risveglio della natura e, nel Medioevo, soprattutto in Francia e Inghilterra, si riteneva che in quella data iniziasse l’accoppiamento degli uccelli e quindi l’evento si prestava a considerare questa la festa degl’innamorati.

Infine, l’uso di spedire “valentine” – biglietti di auguri – nel mondo anglosassone risale almeno al 1800. Alla metà del secolo, negli Stati Uniti, alcuni imprenditori come  iniziarono a produrre biglietti di san Valentino su scala industriale, ispirandosi a una tradizione antecedente del Regno Unito.

Fu la produzione su vasta scala di biglietti d’auguri a dare impulso alla commercializzazione della ricorrenza.

Ora quindi, San Valentino è una moderna celebrazione dell’amore e del commercio, in cui le coppie si scambiano regali e cartoline per dimostrare quanto si amino. Rose rosse, cioccolatini e peluche con messaggi romantici riempiono i negozi e illuminano l’oscurità dell’inverno, quando si avvicina il 14 febbraio.

Tuttavia, le antiche origini di San Valentino hanno ben poca somiglianza con questo moderno festival di amore e affetto, non vi pare?
Sebbene San Valentino sia legato al culto paleocristiano del santo martire, Valentinus, ci sono un numero significativo di teorie diverse su come questo antico martire divenne simbolo di amore e affetto.

Ogni anno, dal 13 al 15 febbraio, le strade di Roma esplodevano in una festa sfrenata e frenetica.

Riassumendo

  • gli uomini della città iniziavano sacrificando capre e cani, come parte di un rituale destinato a purificare la società dagli spiriti malvagi. Si pensava anche che questa sorta di purificazione avrebbe aumentato la fertilità tra le donne della città.
  • Dopo il sacrificio rituale e il banchetto che ne seguiva, gli uomini tagliavano lunghe strisce dalle pelli degli animali sacrificati e percorrevano le strade di Roma, in senso antiorario attorno al Palatino.
  • Le donne uscivano per le strade, tendendo le mani dritte dinnanzi a loro mentre gli uomini le frustavano con le strisce di pelle, nella speranza che ciò li avrebbe aiutati a concepire.

Ma tanto per confonderci ancora un po’ c’è da dire che alcune fonti online sostengono che l’idea che Gelasio abbia sostituito Lupercalia con la festa di San Valentino è un malinteso popolare. Anche se il Papa mise fuori legge i Lupercalia, infatti, non ci sono prove che suggeriscano un collegamento con la santa festa del martirio di San Valentino.

Buona lettura

Approfondiamo un po' l'argomento del Lupercalia...
I Lupercàli (in latino: Lupercalia) erano una festività romana che si celebrava nei giorni nefasti di febbraio, mese purificatorio (dal 13 fino al 15 febbraio), in onore del dio Fauno nella sua accezione di Luperco (in latino Lupercus), cioè protettore del bestiame ovino e caprino dall’attacco dei lupi. Secondo Plutarco sembra fossero dei riti di purificazione. Secondo un’altra ipotesi, avanzata da Dionisio di Alicarnasso , i Lupercalia ricordano il miracoloso allattamento dei due gemelli Romolo e Remo da parte di una lupa che da poco aveva partorito; Plutarco dà una descrizione minuziosa dei Lupercalia nelle sue Vite parallele. I Lupercalia venivano celebrati nella grotta chiamata appunto Lupercale, sul colle romano del Palatino dove, secondo la leggenda, i fondatori di Roma, Romolo e Remo, sarebbero cresciuti allattati da una lupa. Properzio accennò al culto di Luperco nella prima elegia del quarto libro delle Elegie, descrivendone in un verso l’origine, risalente a suo dire agli albori dell’Urbe. La festività si svolgeva a metà febbraio, con il suo culmine il 15 febbraio, perché questo mese era il culmine del periodo invernale nel quale i lupi, affamati, si avvicinavano agli ovili minacciando le greggi. Era quindi situata quasi alla fine dell’anno, considerando che i Romani festeggiavano il nuovo anno il 1º marzo. Storia Le origini della festa sono avvolte nella leggenda: secondo Dionisio di Alicarnasso e Plutarco, i Lupercali potrebbero essere stati istituiti da Evandro ( che è una figura della mitologia romana. Era figlio del dio Mercurio e della ninfa Carmenta.) , che aveva recuperato un rito arcade. Tale rito consisteva in una corsa a piedi degli abitanti del Palatino (allora chiamato Pallanzio, dalla città dell’Arcadia di Pallanteo), senza abiti e con le pudenda coperte dalle pelli degli animali sacrificati, tutto in onore di Pan Liceo (“dei lupi”). Secondo una leggenda narrata da Ovidio , al tempo di re Romolo vi sarebbe stato un prolungato periodo di sterilità nelle donne. Uomini e donne si recarono perciò in processione fino al bosco sacro di Giunone, ai piedi dell’Esquilino, e qui si prostrarono in atteggiamento di supplica. Attraverso lo stormire delle fronde, la dea rispose, sgomentando le donne, che le donne dovevano essere penetrate (inito, che rimanda a Inuus, altro nome di Fauno) da un sacro caprone, ma un augure etrusco interpretò l’oracolo nel giusto senso, sacrificando un capro e tagliando dalla sua pelle delle strisce con cui colpì la schiena delle donne e dopo dieci mesi lunari le donne partorirono. I Lupercalia furono una delle ultime feste romane ad essere abolite dai cristiani. In una lettera di papa Gelasio I si riferisce che a Roma durante il suo pontificato (quindi negli anni fra il 492 e il 496) si tenevano ancora i Lupercali, sebbene ormai la popolazione fosse da tempo, almeno nominalmente, cristiana. Nel 495 Gelasio scrisse questa lettera (in realtà un vero e proprio trattato confutatorio) ad Andromaco, l’allora princeps Senatus, rimproverandolo della partecipazione dei cristiani alla festa. Si ignora se la festa sia stata abolita quell’anno, come riteneva il cardinale Cesare Baronio , o se sia sopravvissuta per qualche tempo ancora. William Green riteneva che probabilmente il significato religioso della festa fosse andato perduto (del resto era già trascorso un secolo dalla proibizione dei culti romani decretata per legge da Teodosio I) e che ormai avesse un carattere puramente folklorico. Più tardi, nel VII secolo, venne istituita la festa della Candelora e collocata al 2 febbraio. Tra le cerimonie pagane romane che Giacomo Boni mise in programma per il primo anniversario della marcia su Roma, ci fu anche il ripristino delle corse dei Lupercalia, inaugurate con l’esplorazione dell’antro celeberrimo, scrive Boni . Celebrazione La festa era celebrata da giovani sacerdoti chiamati Luperci, seminudi con le membra spalmate di grasso e una maschera di fango sulla faccia; soltanto intorno alle anche portavano una pelle di capra ricavata dalle vittime sacrificate nel Lupercale. I Luperci, diretti da un unico magister, erano divisi in due schiere di dodici membri ciascuna chiamate Luperci Fabiani (“dei Fabii”) e Luperci Quinziali (Quinctiales, “dei Quinctii”), ai quali per un breve periodo Gaio Giulio Cesare aggiunse una terza schiera chiamata Luperci Iulii, in onore di sé stesso. Secondo Dumézil è probabile che in origine le due schiere fossero formate dai membri delle gentes dalle quali prendono il nome (cioè i Fabii e i Quinctii). Secondo Mommsen un indizio potrebbe essere il fatto che il nome Kaeso si trova soltanto tra i membri di quelle due gentes e sarebbe collegato al februis caedere, cioè al tagliare (caedere) le strisce (februa) dalla pelle delle capre sacrificate. Sulla base di alcuni passi di Livio , si è ritenuto generalmente che i luperci Fabiani fossero originari del Quirinale e i Quinziali del Palatino, ma ciò è contestata da Dumézil, per il quale non ci sono sufficienti motivi per trarre questa deduzione, anche perché i riti dei Lupercalia sono strettamente legati soltanto al colle Palatino e non anche al Quirinale. In età repubblicana i Luperci erano scelti fra i giovani patrizi ma da Augusto in poi la cosa fu ritenuta sconveniente per loro e ne fecero parte solo giovani appartenenti all’ordine equestre . Plutarco riferisce nella vita di Romolo che il giorno dei Lupercalia, venivano iniziati due nuovi luperci (uno per i Luperci Fabiani e uno per i Luperci Quinziali) nella grotta del Lupercale; dopo il sacrificio di capre (si ignora se una o più di una, se di genere maschile o femminile: secondo Quilici un capro) e, pare, di un cane (che per Dumézil è cosa normale se i Luperci sono “quelli che cacciano i lupi”), i due nuovi adepti venivano segnati sulla fronte intingendo il coltello sacrificale nel sangue delle capre appena sacrificate. Il sangue veniva quindi asciugato con lana bianca intinta nel latte di capra, al che i due ragazzi dovevano ridere. Questa cerimonia è stata interpretata come un atto di morte e rinascita rituale, nel quale la “segnatura” con il coltello insanguinato rappresenta la morte della precedente condizione “profana”, mentre la pulitura con il latte (nutrimento del neonato) e la risata rappresentano invece la rinascita alla nuova condizione sacerdotale. Venivano poi fatte loro indossare le pelli delle capre sacrificate, dalle quali venivano tagliate delle strisce, le februa o amiculum Iunonis, da usare come fruste. Dopo un pasto abbondante, tutti i luperci, compresi i due nuovi iniziati, dovevano poi correre intorno al colle saltando e colpendo con queste fruste sia il suolo per favorirne la fertilità sia chiunque incontrassero, ed in particolare le donne, le quali per ottenere la fecondità in origine offrivano volontariamente il ventre, ma al tempo di Giovenale ai colpi di frusta tendevano semplicemente le palme delle mani. In questa seconda parte della festa i luperci erano essi stessi contemporaneamente capri e lupi: erano capri quando infondevano la fertilità dell’animale (considerato sessualmente potente) alla terra e alle donne attraverso la frusta, mentre erano lupi nel loro percorso intorno al Palatino. Secondo Quilici, la corsa intorno al colle doveva essere intesa come un invisibile recinto magico creato dagli scongiuri dei pastori primitivi a protezione delle loro greggi dall’attacco dei lupi; la stessa offerta del capro avrebbe dovuto placare la fame dei lupi assalitori. Tale pratica inoltre non doveva essere stata limitata al solo Palatino ma in epoca preurbana doveva essere stata comune a tutte le località della zona, ovunque si fosse praticato l’allevamento ovino. C’è incertezza sull’etimologia delle parole Lupercalia, Luperci e Lupercus, anche se la base è sicuramente costituita dalla parola lupus (“lupo”). Secondo Ludwig Preller , Georg Wissowa e Ludwig Deubner si tratterebbe di un composto formato dalle parole lupus e arcere (“cacciare”); secondo Theodor Mommsen, Henri Jordan e Walter Otto , invece, potrebbe essere un derivato sul tipo della parola latina noverca (“matrigna”) da suddividere in nou-er-ca, anche perché nella celebrazione dei Lupercalia niente sembra far pensare a qualcosa rivolto contro i lupi. Émile Benveniste , però, ritiene che la parola noverca vada suddivisa in *nou-er+ca- (cfr. gr. nearós, arm. nor), rendendo più difficoltoso il confronto con lupercus. Secondo Jens S. Th. Hanssen , invece, Lupercalia sarebbe una retroformazione dalla parola luperca, a sua volta diminutivo di lupa, con una possibile influenza del nome di famiglia Mamerci, mentre per Joachim Gruber l’origine si troverebbe in un ipotetico antico composto *lupo-sequos (“che è inseguito dai lupi”). Secondo Karl Kerényi , il carattere dei Luperci farebbe pensare alla sovrapposizione in loro di due rappresentazioni opposte: da una parte quella del lupo che sarebbe originaria e proveniente dal nord Europa, dall’altra il capro, successivo e proveniente dal sud. Per Andreas Alföldi i Luperci sarebbero un relitto del “Männerbund” che avrebbe fondato Roma. Secondo Dumézil, invece, i Luperci rappresentavano gli spiriti divini della natura selvaggia subordinati a Fauno. Nel giorno dei Lupercalia, infatti, l’ordine umano regolato dalle leggi si interrompeva e nella comunità faceva irruzione il caos delle origini, che normalmente risiede nelle selve. Secondo Dumézil, i Lupercali avrebbero avuto in origine anche la funzione di conferma della regalità adducendo come indizi alcuni passi compiuti da Cesare nel suo piano di restaurazione della monarchia a Roma. Egli infatti istituì una terza schiera di Luperci che intitolò a sé stesso (i Luperci Iulii) e inscenò un tentativo di incoronazione durante i Lupercali dell’anno 44 a.C., facendosi offrire una corona intrecciata d’alloro da Marco Antonio che era uno dei Luperci; viste le reazioni del pubblico, Cesare rifiutò la corona e la fece portare come offerta al tempio di Giove in Campidoglio . In particolare l’atto di Marco Antonio che esce dal gruppo dei Lupercali e, nudo, balza sui rostri per incoronare Cesare, potrebbe essere, sempre secondo Dumézil, la riproposizione di una scena antica all’epoca ancora viva nella memoria popolare. Secondo lo storico Henry Ansgar Kelly, l’associazione della festa di San Valentino con l’ amore ed il romanticismo è stata un’innovazione molto più tarda, che si è verificata nel tardo Medioevo. Scrittori come Geoffrey Chaucer collegavano il festival agli ideali di amore e affetto cortese, alimentati da una famosa storia medievale secondo cui San Valentino era stato martirizzato perché stava sposando giovani coppie cristiane in segreto. Come parte della cerimonia, si dice che abbia tagliato dei cuori da pezzi di pergamena e li abbia dati agli uomini come promemoria dei loro voti nuziali e dell’amore di Dio. È anche possibile che, durante questo periodo, San Valentino sia stato associato a San Gallo, un santo normanno il cui nome è stato approssimativamente tradotto in “amante delle donne” . Un’altra leggenda popolare medievale sostiene che mentre era in prigione, San Valentino guarì miracolosamente la figlia cieca del suo carceriere. Presumibilmente le aveva lasciato un biglietto il giorno della sua esecuzione, firmandolo “il tuo San Valentino”, originando così la tradizione della consegna delle cartoline e dei biglietti d’amore nel giorno di San Valentino. Molti di questi miti avevano origini medievali e si inserivano in una più ampia tradizione di amore cortese e poesia romantica.

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