Truffa crypto, Procura Spoleto chiede rinvio a giudizio per 25 persone

Schema piramidale da 36 milioni smontato a Spoleto

La richiesta di rinvio a giudizio

La Procura della Repubblica di Spoleto ha depositato, il 4 giugno 2026, la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di venticinque persone accusate di aver orchestrato una frode su scala internazionale attraverso la criptovaluta DT Coin. Le indagini erano state avviate nel 2022, ma la truffa ha radici più lontane: secondo la ricostruzione degli inquirenti, il meccanismo illecito era già operativo tra il 2019 e il 2023, con i primi segnali risalenti addirittura al 2017, anno in cui il token digitale fu lanciato sul mercato.

Il procedimento è coordinato dal procuratore capo Claudio Cicchella, affiancato dai sostituti procuratori Michela Petrini e Roberta Del Giudice. I reati contestati, a vario titolo, includono truffa aggravata, abusivismo finanziario e autoriciclaggio. Quest’ultimo capo d’accusa riguarda quattordici dei venticinque indagati, per i quali la Procura ritiene che i proventi illeciti siano stati reimmessi nel sistema finanziario attraverso operazioni studiate per occultarne l’origine.

Come funzionava il sistema

Il DT Coin veniva presentato agli investitori come una criptovaluta dal rendimento garantito, ancorato inizialmente al valore dei diamanti e successivamente al mercato dei Big Data. Gli interessi promessi oscillavano tra il cinque e il dodici per cento, una prospettiva allettante che ha convinto decine di migliaia di risparmiatori ad aderire. Il messaggio pubblicitario, diffuso capillarmente su siti web, applicazioni dedicate e canali Telegram, assicurava guadagni stabili e duraturi.

In realtà, si trattava di un classico schema piramidale. I capitali versati dai nuovi aderenti servivano a sostenere le uscite verso i partecipanti precedenti, senza che vi fosse alcuna attività produttiva reale a sostegno del valore del token. La quotazione in borsa delle società collegate, annunciata più volte ai sottoscrittori, non è mai avvenuta. La conversione dei DT Coin in euro, promessa come possibile in qualsiasi momento, si è rivelata irrealizzabile.

La figura centrale e la rete societaria

Tra i venticinque indagati spicca Daniele Marinelli, informatico romano residente a Cascia, indicato dagli inquirenti come il principale architetto dell’intero sistema. Marinelli avrebbe costruito un ecosistema digitale articolato, composto da piattaforme online, applicazioni per smartphone e canali di messaggistica istantanea, attraverso cui veniva gestita la promozione e la raccolta dei fondi.

Le somme raccolte transitavano attraverso società con sede in Italia, nel Regno Unito e a Malta, struttura che rendeva più complessa la tracciabilità dei flussi finanziari. Il sistema si avvaleva inoltre di una rete commerciale capillare, composta da promotori addestrati a presentare il prodotto con tecniche di persuasione sofisticate, alimentando la fiducia degli investitori con materiali promozionali accuratamente confezionati.

Le vittime e i danni accertati

Il danno complessivo stimato dagli inquirenti supera i 36,8 milioni di euro, sottratti a oltre trentamila investitori. La stragrande maggioranza delle vittime non ha mai sporto denuncia: soltanto una ventina di persone, tra cui alcuni cittadini stranieri, ha presentato querela, consentendo così l’avvio formale delle indagini da parte della Guardia di Finanza. Molti risparmiatori avevano versato somme modeste, altri cifre nell’ordine delle migliaia di euro, accomunati dalla stessa impossibilità di rientrare in possesso del capitale investito.

Il reimpiego dei proventi illeciti

Parte del denaro sottratto agli investitori è stato utilizzato per acquisti di beni di lusso. Tra i beni e le operazioni finanziarie su cui la Procura ipotizza il reato di autoriciclaggio figurano automobili di pregio, imbarcazioni, orologi e motociclette, oltre a trasferimenti verso una società con sede a Malaga attiva nel settore dell’estrazione dell’oro. In altri casi i fondi sono stati convogliati verso fondi speculativi, polizze assicurative e altre tipologie di criptovalute, nel tentativo di disperdere le tracce e rendere irriconoscibile la provenienza illecita del denaro.

Le indagini della Guardia di Finanza

L’attività investigativa ha richiesto anni di lavoro meticoloso. A condurla sono stati i Nuclei Speciali di Polizia Valutaria di Milano, Roma e Perugia, in coordinamento con la Guardia di Finanza di Perugia. La complessità dell’inchiesta è stata determinata dalla dimensione transnazionale del sistema, dalla molteplicità degli strumenti digitali impiegati e dall’elevato numero di soggetti coinvolti, distribuiti su più giurisdizioni. L’analisi dei flussi finanziari, la ricostruzione dei movimenti societari e l’esame delle piattaforme digitali hanno consentito di delineare con precisione l’impianto accusatorio ora portato davanti al giudice.

Il quadro giuridico

L’assenza delle autorizzazioni prescritte dalla normativa vigente in materia di intermediazione finanziaria costituisce uno degli elementi centrali del capo d’accusa relativo all’abusivismo finanziario. Operare nel settore degli investimenti senza le necessarie licenze configura una violazione della disciplina di settore e, nel caso in esame, si sarebbe intrecciata con condotte fraudolente sistematiche, aggravando il quadro complessivo della contestazione. La richiesta di rinvio a giudizio segna ora il passaggio dalla fase delle indagini preliminari a quella dibattimentale, salvo eventuali decisioni del giudice dell’udienza preliminare.

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