Intercettazioni in carcere aggravano la posizione di Amri

Intercettazioni in carcere aggravano la posizione di Amri

Dialoghi tra Abid e la fidanzata rafforzano l’accusa

Alle 13:30 del 6 novembre, nella sala colloqui del carcere di Capanne, si consuma un confronto acceso tra Mohamed Abid e la sua compagna. L’uomo, già detenuto per l’aggravamento della misura cautelare legata alla rissa culminata con l’omicidio di Hekuran Cumani, discute con la ragazza di quanto accaduto e delle responsabilità di Yassin Amri, indicato dagli inquirenti come autore materiale dell’accoltellamento.

Il dialogo, captato dagli investigatori, rivela la convinzione dei due circa la colpevolezza di Amri. La giovane insiste: “Non voglio finirci in mezzo per colpa sua”, mentre Abid ribadisce che l’amico non può continuare a negare. Sul coltello sequestrato nell’auto della ragazza, i periti hanno rinvenuto tracce di sangue della vittima, pur precisando che non si tratterebbe dell’arma del delitto. La circostanza, tuttavia, alimenta tensioni e paure.

La ragazza racconta di aver visto Amri raccogliere la lama gettata da Abid poco prima dell’aggressione. Per la procura, queste parole confermano che entrambi ritengono Amri responsabile della morte di Cumani, avvenuta nel parcheggio dell’Università. Un dettaglio rilevante, considerando che lo stesso Amri avrebbe confidato loro di “aver bucato uno”.

Dalle intercettazioni emerge anche la consapevolezza delle possibili pene: Abid calcola quattordici anni di condanna, riducibili con la buona condotta. Amri, secondo gli atti, avrebbe reagito con disperazione alla notizia della morte di Cumani, piangendo e tentando di disfarsi del cellulare gettandolo nel Tevere, insieme a quella che gli inquirenti sospettano essere l’arma del delitto, forse recuperata proprio nel fiume.

Le indagini proseguono con attenzione: le conversazioni registrate rappresentano un tassello cruciale per la ricostruzione dei fatti e aggravano la posizione di Amri, già al centro di un quadro probatorio complesso.

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