Coronavirus Umbria, ecco come lavorano le sentinelle anticontagio

 
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Coronavirus Umbria, ecco come lavorano le sentinelle anticontagio

Lavorano 18 ore al giorno, ma le altre sei il cellulare squilla lo stesso. E loro rispondono. Sono le sentinelle anticontagio della Asl 1, l’Azienda sanitaria del Perugino. Dodici persone: sette medici e cinque assistenti sanitari che vigilano giorno e notte su chi si trova in isolamento. Sorvegliano attivamente chi ha incontrato, anche solo di striscio, il coronavirus. A guidarli è Massimo Gigli, direttore della Struttura complessa igiene e sanità pubblica.

Oggi in un articolo sul Messaggero Umbria c’è un intervista proprio al dottor Gigli che spiega come si svolge il loro lavoro. «Al nostro personale – spiega Gigli al Messaggero – compete l’effettuazione dell’inchiesta epidemiologica a seguito dell’evidenziazione di casi sospetti o confermati di Covid-19, nonché l’indicazione all’isolamento domiciliare delle persone che vengono individuate come contatti importanti di casi di positività».

Sorvegliano attivamente verificando con «cadenza giornaliera, uno o due volte, direttamente dalla viva voce dell’interessato l’evidenziazione di situazioni che manifestino segni clinici della malattia a partire dalla febbre che devono misurare almeno due volte al giorno con orari fissi. Ma anche sintomi respiratori, tosse, mal di gola, difficoltà respiratorie, dolori diffusi, cefalee, Vanno segnalati anche arrossamenti congiuntivali e i rari sintomi gastrointestinali. Tutto questo, naturalmente, per 14 giorni».

«Come si comporta chi è in isolamento domiciliare – spiega il direttore – non deve uscire di casa per i tradizionali 14 giorni. E poi si deve avere la possibilità di organizzare al meglio gli spazi dentro casa. Si deve indossare la mascherina protettiva, avere un bagno di uso esclusivo, dormire da soli, lavarsi spesso le mani, eliminare i rifiuti personali, si pensi ai fazzolettini mono uso in caso di starnuto. Non si devono consumare i pasti insieme agli altri componenti della famiglia. Che, da parte loro, devono indossare i guanti quando si fanno attività ravvicinate, anche i familiari devono lavarsi spesso le mani. I locali dove si vive vanno areati il più possibile».

Prima ancora di tutto questo c’è di indagine epidemiologica su un caso accertato e cioè analizzare, tramite la memoria della persona che è stata contagiata dal virus, la vita nei 14 giorni precedenti ai sintomi e in che ambienti sono stati. Domande che vengono fatte al telefono e se necessario utilizzando tutte le precauzioni e i dispositivi di protezione individuale.

«Il rapporto professionale con chi è blindato a casa – ha detto Gigli – diventa un rapporto di confidenza. A volte i sintomatici chiamano per avere consigli, ma nella gran parte dei casi c’è una grandissima tranquillità nell’accettare la propria condizione. C’è una grande disponibilità da parte chi si trova a casa a gestire, secondo le indicazioni della sanità pubblica, la loro situazione. Abbiamo riscontrato un grandissimo senso civico».

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