Disabili non hanno il loro posto in treno: un episodio che deve fare cultura nell’opinione pubblica

La Camminata della Speranza, si promuove la cultura della disabilità

Disabili non hanno il loro posto in treno: un episodio che deve fare cultura nell’opinione pubblica

Paola Fioroni, presidente osservatorio regionale disabilità

“Se ci sdegniamo, se ci uniamo al coro della vergogna riguardo il fatto delle 27 persone con disabilità lasciate senza il proprio legittimo posto in treno da un gruppo di turisti, dovremmo farlo non solo ieri, non solo oggi, non solo domani, ma dovremmo fare in modo di ricordare ogni giorno quanto e quali diritti non vengono riconosciuti e resi esigibili per le persone disabili: lo afferma la presidente dell’Osservatorio regionale sulla condizione delle persone con disabilità in merito ai recenti fatti di cronaca che hanno coinvolto delle persone con disabilità. Qualora ci fermassimo, qualora l’opinione pubblica e le istituzioni si fermassero ad una mera “pietas”, un episodio come questo non servirebbe a fare cultura dell’inclusione, ma solo a qualche like in più sui social dettato dalle nostre coscienze. Quando parliamo di “cultura” parliamo di una seria e appropriata consapevolezza, radicata e diffusa, nel considerare la disabilità non più come una condizione soggettiva, ma come una condizione che dipende in gran parte dall’ambiente in cui si vive e dalla sua capacità di essere accessibile ed inclusivo. L’accessibilità è un diritto che riguarda tutti, perché se un mezzo pubblico, un edificio, ed anche una informazione non è accessibile in maniera universale, comunque una parte della comunità viene tagliata fuori dal suo utilizzo e/o dalla sua fruizione. Occorre che certi episodi servano a richiamare un percorso comune di condivisione che educhi tutti noi a pensare a diritti e non più a bisogni quando si approccia la disabilità, affinché la “cultura” aiuti a rimuovere gli ostacoli non solo materiali, ma anche relazionali che impediscono il pieno rispetto della persona nella sua interezza. Imparando a parlare lo stesso linguaggio e a condividere la medesima cultura dell’inclusione, istituzioni, sistema sanitario e società civile possono garantire un progetto di vita personale e il più autonomo possibile ad ogni persona con disabilità. Questo dovrebbe essere il messaggio più profondo da cogliere dall’episodio di Genova”.

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