Le polemiche di fine anno che anno investito i lavoratori del pubblico impiego sono strumentali alla delegittimazione dei lavoratori pubblici nascondendo, invece, i veri problemi che il governo si guarda bene dal risolvere.
Da anni la P.A. non integra gli organici (blocco delle assunzioni) con un danno molto grave, soprattutto per le amministrazioni periferiche, i piccoli comuni, creando un disservizio pesante nella organizzazione dei servizi.
Da anni i contratti delle P.A. sono bloccati e non rinnovati, e con essi gli stipendi, che restano fermi al palo. Gli stipendi dei dipendenti pubblici sono una voce importante della domanda interna aggregata, cioè sono parte importante per sostenere i consumi, dal commercio alla produzione manifatturiera, fino ai servizi.
In questi anni, alla mancanza di reintegro dei lavoratori, i governi liberisti, hanno aggiunto l’allungamento dell’età lavorativa (legge Fornero), i processi di esternalizzazione delle funzioni, adducendo le esigenze di risparmio per le finanze pubbliche e introducendo dosi massicce di lavoro precario e a tempo determinato.
In sostanza tutto il comparto dello Stato e degli Enti Locali è stato messo sotto pressione su due versanti fondamentali: da una parte un drastico taglio delle risorse disponibili per l’erogazione dei servizi e per gli investimenti, e, dall’altra, sul versante del lavoro, blocco degli stipendi, privatizzazione, allungamento della vita lavorativa, iniezioni di precarietà.
Ora, su indicazione dell’Europa, al Governo Renzi è stato assegnato l’obiettivo di ridurre l’intervento pubblico e assegnare quelle funzioni alla logica del mercato, una delle cosiddette “riforme strutturali”.
Il classico obiettivo della destra, meno stato più mercato. D’altra parte, il Jobs Act e l’abrogazione dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori, non sono altro che uno dei passaggi che rimodellano la società, da una fondata sul lavoro ad una fondata sulla centralità dell’impresa e del mercato.
Per arrivare dove? Fino alla privatizzazione delle imprese locali pubbliche, che valgono centinaia di miliardi, altro che la privatizzazione di Finmeccanica, e per arrivare all’obiettivo centrale che è la privatizzazione della sanità pubblica.
Renzi, con i poteri che lo sostengono, deve liberarsi dei lavoratori pubblici, in percentuali e in numeri assoluti, molto significativi.
Per questo nella prossima (contro)riforma della Pubblica Amministrazione, nelle forme dovute, sono previste l’applicazione del Jobs Act e i relativi licenziamenti di massa dei lavoratori del pubblico impiego.
Si può ben dire, infatti, che è partita la campagna, ben orchestrata e potente, contro i lavoratori pubblici, il casus belli è stato quello dei vigili urbani di Roma.
Una vicenda creata strumentalmente a cui hanno prestato il fianco, inconsapevolmente, alcune decine di lavoratori, ma tanto è bastato per far scattare una micidiale campagna propagandistica: i lavoratori pubblici sono fannulloni e sono troppi, licenziamoli.
In realtà in Italia i dipendenti pubblici non sono affatto troppi.
Nel nostro paese, infatti, si contano 58 impiegati nella Pubblica Amministrazione ogni 1000 abitanti, contro i 54 della Germania, i 65 della Spagna, i 94 della Francia e i 135 della Svezia.
La spesa per il pubblico impiego in Italia pesa per l’11,1%, in Danimarca per il 19,2% e in Germania per il 7,9 %, con una media europea dell’11,1%.
L’Umbria si colloca, addirittura, al di sotto della media nazionale per numero di pubblici impiegati che ammontano a 49.189, 54 ogni mille abitanti, come la Germania. In Umbria il numero di dipendenti pubblici rappresenta l’1,5 per cento del totale nazionale, percentuale in linea con l’incidenza della produzione di Pil e con quella della popolazione sul totale.
E’ evidente che, nella Pubblica Amministrazione, ci sono problemi gravi, di efficienza, di efficacia dell’azione, di produttività, cultura del lavoro e stipendi spropositati per alcune fasce di dirigenti, che andrebbero affrontati per avviare una seria e profonda riforma dello Stato.
Ma quello che si vuole sottolineare, in questa fase, è che siamo ad un innalzamento del livello dello scontro: licenziare i dipendenti pubblici, non utilizzando gli strumenti vigenti. Il lavoratore pubblico, infatti, può essere licenziato, già adesso, ma quel che si prospetta è attivare licenziamenti collettivi.
Il primo tentativo, in questo senso, si è attivato attraverso la più sconclusionata, dannosa, ridicola e populistica riforma, quella della Province.
Il punto sul personale, prevede, una riduzione della spesa di “appena” il 50%!!!
E se entro quattro anni i lavoratori in esubero non fossero ricollocati, saranno nuovi disoccupati.
In Italia i lavoratori interessati sono 20.000, in Umbria, circa 700.
Una questione grave e ineludibile, non solo per la necessità di ricollocare questi lavoratori, ma anche perché questa sarà la prima tappa di un processo di smantellamento delle funzioni pubbliche e di una conseguente ondata di licenziamenti.
La condizione prima, ed essenziale, per contrastare questo progetto liberista, è costruire rapidamente una consapevolezza tra i lavoratori, una presa di coscienza di quello che sta avvenendo, costruendo momenti di confronto e di mobilitazione, per abbozzare un progetto di articolazione dello Stato e di politica economica alternativa.
Credo che l’iniziativa la dovrebbero prendere tutti coloro che avversano questo progetto, ovunque collocati, nei partiti, nei sindacati, nelle associazioni, per creare un fronte comune, unitario, che a partire dalla vertenza delle Province di Perugia e Terni, indichi che una alternativa è possibile.

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