Nel cuore dell’Umbria, tra le vie di Spello e Foligno
Stefania Rosichetti – Nel tempo dissonante in cui viviamo, dove l’apparenza spesso soffoca l’autenticità, incontrare una figura come Stefania Rosichetti è come percepire un raggio di luce vera filtrare tra le crepe di una realtà sovraesposta. Lei non si limita a creare arte. Stefania è arte. E non lo è per mestiere, ma per natura. Vibra di un’energia che non ha bisogno di effetti speciali o proclami roboanti per farsi sentire: la sua è una luce silenziosa, ma potentissima, che scalda l’anima e accende gli occhi di chi entra in contatto con le sue opere.
A cura di Ilaria Solazzo
Le sue creazioni, che siano delicate ballerine in ceramica Raku o sculture potenti forgiate nel ferro riciclato, non sono mai oggetti. Sono presenze. Creature nate da un amore così profondo per la materia, per la vita, per il femminile, da risultare quasi vive. Ogni sua opera possiede una vibrazione emotiva inconfondibile. Ti guarda. Ti attraversa. E soprattutto ti parla, con un linguaggio che non ha bisogno di traduzioni, perché è quello universale dell’anima.
In un mondo che premia la ripetizione, l’adattamento, l’omologazione, Stefania Rosichetti si distingue con una forza gentile, ma radicale. Non segue mode. Non cerca il consenso. Lei crea perché ha qualcosa di vero da dire. E lo dice con grazia, con etica, con dignità. È una persona di grande valore e di grandi valori. Una donna che non ha ceduto alla superficialità, ma ha scelto la profondità; che ha trasformato le proprie mani in strumenti di verità e bellezza.
Ci sono artisti che fanno parlare di sé. E poi ci sono artisti come Stefania Rosichetti, che fanno parlare di noi, che ci fanno riflettere su chi siamo, su ciò che ci manca, su quanto desideriamo tornare a sentire davvero. Le sue opere non colpiscono l’occhio: colpiscono il cuore. E il cuore, in un’epoca così rumorosa, è l’unico luogo dove vale ancora la pena arrivare.
Stefania non è solo un’artista da guardare. È una coscienza da ascoltare. Un’anima che sceglie ogni giorno la luce, e che in quella luce invita anche noi, con discrezione, con coraggio, con immenso amore.
Nel cuore dell’Umbria, tra le vie di Spello e Foligno, cresce un percorso artistico sentito e autentico: quello di Stefania Rosichetti, pittrice, scultrice e ceramista professionista…vibrante voce del contemporaneo. Un’artista che a partire dal 2006 ha affinato la propria cifra stilistica, sviluppando un linguaggio visivo incentrato sulla donna, la luce e la materia.
Dalla pittura alla scultura: genesi di un incontro con la materia
Figlia di un percorso unico e speciale la Rosichetti si forma tra laboratori umbri, ma è nella pittura che stabilisce la sua cifra distintiva: corpi femminili emergono da fondi scuri, raggianti di dettagli in oro, in cui spiccano nudi, volti e mani, immortalati in equilibrio perfetto tra luce e ombra. Il suo debutto risale al 2007 alla Galleria Duomo durante il Festival dei Due Mondi di Spoleto, all’interno di un fitto calendario di mostre collettive e personali ‒ da Venezia a Roma, sino al Museo di Campello sul Clitunno.
Nel 2015 la svolta: l’incontro con la ceramica Raku, un’antica tecnica giapponese, grazie ai corsi di Ivan Olivieri. Questa sperimentazione dà vita alle sue rinomate “Ballerine”: forme eleganti, sinuose, racchiuse in drappeggi cangianti, segnati da crepe e sfumature naturali che raccontano ogni volta una storia unica. “La mia pittura richiede concentrazione, le mie sculture sono intuitive e fisiche: amo il contatto con la materia, ho bisogno di sporcarmi le mani”, afferma l’artista pubblicamente.
Le ballerine: simboli di rinascita
Le “Ballerine” incarnano un modello etereo, meditativo, spesso raccolto su se stessi. Ma bastano pochi passi per vedere il corpo levitare, emergere dal torbido, accendersi di bagliori dorati: simboli di resilienza, rinascita e grazia. Le linee del panneggio catturano il movimento, sospendono la composizione, regalando eleganza allo spettatore.
Dall’argilla al ferro: “Palingenesi della materia”
Negli ultimi anni, l’interesse della nota Rosichetti si è esteso anche al ferro riciclato, trasformatosi in un nuovo mezzo di espressione. La serie “Palingenesi della materia”, presentata anche al Salone del Mobile di Milano nel 2024, riprende materiali di scarto, levigati dall’ossidazione, riplasmati in sculture rigorose ed essenziali. È una visione pratica di economia circolare: materia destinata alla discarica torna a nuova vita, in un equilibrio etico ed estetico.
Lo spazio espositivo e nuove vie creative
A Spello, Stefania Rosichetti ha aperto una galleria-laboratorio, cuore pulsante delle sue attività territoriali, dedicandole anche un’opera omaggio: la scultura-vaso “Calla”, suggerita dalla figlia Luna. Natura, corpo e forma si incontrano in un unico respiro, esaltando l’armonia evidente in tutto ciò che l’artista realizza: “La forma, le linee sinuose sono il fulcro della mia ricerca… io assecondo il bello che mi circonda”.
Critica e riconoscimenti
La sensibilità figurativa e la raffinata cromia di Rosichetti sono state salutate con entusiasmo dalla critica: dal Museo MAD di Campello alla Galleria Art Inside, il suo lavoro è stato considerato tra i più interessanti degli ultimi 30 anni. A Milano, le sue sculture in ferro hanno impreziosito lo stand di Shake‑Design, affiancando mobili come autentiche opere d’arte.
Stefania Rosichetti rappresenta una nuova frontiera dell’arte contemporanea italiana: una creativa capace di fondere tradizione pittorica, sperimentazione materica e sostenibilità. La sua ricerca esplora temi senza tempo: la dimensione femminile, la trasformazione, la bellezza dei materiali. In ogni opera, sembra affermare che non esista arte senza vita, né materia che non possa rinascere.
Il viaggio di Rosichetti è appena all’inizio: tra Spello, Milano e l’interesse nazionale ed internazionale, la sua voce artistica si fa strada con delicatezza e amore . Un’armonia da seguire, con il corpo dell’arte che danza tra silenzi e metamorfosi.
L’intervista…
Signora Rosichetti, dal suo sito si evince che è nata a Foligno e ha trascorso l’infanzia a Trevi. Quando ha capito che l’arte avrebbe avuto un ruolo centrale nella Sua vita?
Purtroppo l’ho compreso tardi. Sono cresciuta in un ambiente dove era fondamentale essere concreti, dove non c’era spazio per sogni o “voli pindarici”. L’immaginazione non era incoraggiata, anzi, spesso veniva frenata. A volte mi stupisco io stessa della forza con cui la mia pulsione creativa è riuscita comunque ad emergere, a sbocciare nonostante tutto. È come se fosse stata lì, latente, ma irrinunciabile, in attesa del momento giusto per venire alla luce.
Dopo l’esperienza accademica interrotta per la maternità, ha lavorato per un periodo in ambito aziendale. Come è riuscita a conciliare lavoro, famiglia e creatività artistica?
Avere un lavoro “tradizionale” ha rappresentato per me una doppia faccia della medaglia. Da un lato ha inevitabilmente sottratto tempo ed energie alla mia parte creativa. Dall’altro, però, mi ha dato una stabilità economica fondamentale per poter poi esprimermi artisticamente in libertà, senza la pressione costante del “dover vendere”. Crescere una figlia da sola ha rafforzato in me l’idea che fosse importante costruire una base solida. L’arte richiede tempo, spazio mentale e anche serenità, e quella tranquillità io l’ho conquistata passo dopo passo, anche grazie a scelte che sembravano distanti dall’arte, ma che ne hanno sostenuto il cammino.
Quando è avvenuto il passaggio dalla pittura alla scultura e cosa l’ha spinta verso l’argilla e la ceramica?
Il mio avvicinamento alla scultura è iniziato intorno al 2010, con il ferro. Mi affascinava la sua resistenza, la sua capacità di raccontare il tempo attraverso la ruggine e le ossidazioni. Ma presto ho capito che non era una materia in sintonia con la mia sensibilità: troppo rigida, troppo ostinata. Nel 2015 ho seguito il mio primo corso di ceramica e da allora è stato amore totale. L’argilla è viva, ti segue, si lascia plasmare e ti restituisce esattamente quello che hai dentro. È una materia duttile, aperta, che ti permette di passare da un oggetto d’uso quotidiano a una scultura, fino a un gioiello. E soprattutto: nella scultura ho trovato un linguaggio espressivo più aderente a me stessa. Se la pittura può rappresentare, la scultura può incarnare. Non solo raffigura, ma realizza. È presenza.
Le Sue celebri “Ballerine” in ceramica raku hanno conquistato molti estimatori. Che significato attribuisce a questa serie e alla tecnica che utilizza?
Il nome “Ballerine” è nato quasi per gioco. Stavo cercando di dare forma a una figura femminile e, man mano che modellavo, i gesti e le posture delle sculture sembravano muoversi, danzare. Un giorno, osservandole asciugare al sole, ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a un corpo di ballo, e da lì è nato spontaneamente il nome.
La tecnica raku, invece, è parte integrante del senso di unicità che voglio trasmettere: ogni pezzo è irripetibile, perché le reazioni tra fuoco, aria, acqua e segatura sono imprevedibili. Le crepe, le sfumature, i riflessi metallici nascono in modo spontaneo, quasi alchemico. I colori ottenuti vibrano, hanno una forza espressiva autonoma. L’opera nasce due volte: prima tra le mie mani, poi nel fuoco.
Il corpo femminile è spesso al centro delle sue opere. Qual è il messaggio che desidera comunicare attraverso queste rappresentazioni?
Il corpo femminile per me è sintesi di espressività, eleganza e armonia. È un paesaggio emotivo, prima ancora che fisico. Forse è anche una proiezione del paesaggio umbro in cui sono cresciuta: le colline dolci, le curve morbide che si susseguono all’orizzonte. Credo che quegli orizzonti abbiano plasmato anche il mio sguardo e le forme delle mie opere. Le mie figure femminili, i panneggi delle Ballerine, le linee sinuose dei vasi: tutto nasce da una visione del mondo fatta di equilibrio, grazia e forza silenziosa.
Che ruolo ha per Lei la luce nei suoi dipinti, soprattutto nei contrasti tra sfondi scuri e dettagli dorati o metallici?
Nei miei dipinti, la luce nasce dall’ombra. Inizio sempre da un fondo scuro, profondo, e poi costruisco la luce con l’oro. È un gesto simbolico: la luce che emerge, che affiora. C’è una dualità costante nella mia vita e nel mio lavoro: concretezza e immaginazione, rigore e creatività, azienda e arte. Ombra e luce. Nelle mie opere, questa tensione è sempre presente. È ciò che le rende autentiche: non una fuga dalla realtà, ma la ricerca di un equilibrio tra forze opposte.
Recentemente ha inaugurato uno spazio espositivo a Spello. Come è nato questo progetto e che tipo di esperienza vuole offrire al visitatore?
Avere una galleria tutta mia è sempre stato il mio sogno. Uno spazio fisico dove poter accogliere le persone, raccontare cosa c’è dietro un’opera, creare un dialogo. Esporre in gallerie esterne è importante, ma resta un’esperienza parziale, distaccata.
Nel mio spazio a Spello invece succedono cose incredibili: una volta, una donna si è commossa davanti a un mio quadro. È stato uno dei momenti più intensi della mia carriera. In quegli istanti, senti che l’energia che hai messo nell’opera è passata, che ha toccato qualcuno. Questo, per me, è il cuore dell’arte: comunicare emozione.
L’arte per Lei è anche strumento di impegno sociale. In che modo riesce a coniugare estetica e solidarietà?
Credo profondamente che l’arte non debba restare chiusa in una dimensione elitaria o autoreferenziale. L’arte può – e deve – avere un ruolo attivo nella società. Per me è importante che il mio lavoro possa generare bellezza, ma anche consapevolezza e inclusione.
Negli anni ho partecipato a iniziative benefiche, mostre collettive con finalità solidali, e ho sostenuto progetti dove l’arte diventava veicolo per dare voce a chi non ne ha. Cerco, nel mio piccolo, di restituire attraverso l’arte quello che la vita mi ha dato.
La bellezza non è solo una questione estetica: è anche cura, condivisione, possibilità di trasformare la sofferenza in qualcosa che unisce. Quando un’opera riesce a creare connessioni, a generare empatia, allora ha assolto la sua funzione più alta.
Collabora da tempo con artigiani di Deruta. Cosa rappresenta per lei il rapporto con l’artigianato umbro e la tradizione ceramica locale?
Questa terra mi ha dato moltissimo. Deruta è un patrimonio vivo, fatto di mani sapienti e tradizioni tramandate con rigore e amore. Ho avuto la fortuna di lavorare con maestri artigiani straordinari, dai quali ho appreso la tecnica più pura, quella che poi ho reinterpretato a modo mio per dare vita alle mie sculture. Senza di loro, il mio percorso sarebbe stato diverso. È un’eredità preziosa, che porto con gratitudine.
Quanto conta per Lei il contatto diretto con il pubblico, sia in galleria sia attraverso i social o eventi artistici?
È fondamentale. L’arte, in fondo, vive nello sguardo di chi osserva. Vedere qualcuno innamorarsi di un’opera, sentire che riesce a “leggerla”, è un’emozione che ripaga di ogni sforzo. Le opere d’arte non servono a nulla, non hanno una funzione pratica. E proprio per questo la loro forza sta nell’emozione che sanno generare. Si acquistano solo per amore, per impulso, per risonanza interiore.
Se potesse rivolgersi oggi alla giovane Stefania che muoveva i primi passi nel mondo dell’arte, che consiglio le darebbe?
Le direi che sì, è possibile. Che quel sogno – vivere d’arte, immergersi completamente nella creazione – si può realizzare. Avrei voluto sapere che era davvero alla mia portata, forse mi sarei concessa di inseguirlo prima.
Ma non ho rimpianti. Credo che tutto accada quando siamo pronti ad accoglierlo. Il mio percorso è stato lungo, a volte tortuoso, ma mi ha dato la maturità per viverlo pienamente, con consapevolezza e gratitudine.
C’è qualcosa di sacro nell’arte di Stefania Rosichetti. Qualcosa che non si limita alla bellezza visiva, ma che ha il coraggio e la delicatezza di insinuarsi nel profondo di chi guarda, fino a toccare ciò che spesso nascondiamo perfino a noi stessi: le crepe, le ferite, le pieghe invisibili che la vita ha lasciato sul nostro percorso.
Le sue opere non sono semplicemente da acquistare, ma da accogliere. Sono ponti tra l’arte e l’essere umano. Possederne una significa fare entrare nella propria casa — o nel proprio spazio interiore — un frammento di rinascita, un messaggio di speranza, un’eco di forza e gentilezza insieme. Ogni sua creazione è irripetibile, come ogni anima. Ogni dettaglio è frutto di ascolto, presenza, amore. E questo si sente.
Eppure, il dono più grande che Stefania Rosichetti ci fa va oltre la materia, oltre la forma. Il vero invito che ci rivolge, attraverso il suo lavoro, è quello a ricostruirci. A imparare, come lei fa con la ceramica e il ferro, a vedere le nostre cicatrici non come un limite, ma come luoghi da cui può filtrare la luce. Quel filo d’oro che spesso attraversa le sue opere — ispirato forse alle antiche tecniche giapponesi di riparazione con metalli preziosi — diventa simbolo potente di ciò che potremmo essere se scegliessimo, finalmente, di rimettere insieme i nostri pezzi con amore.
Sostenere Stefania, acquistare le sue opere, significa anche aderire a un’idea diversa di bellezza: non quella liscia, perfetta e standardizzata, ma quella vera, autentica, imperfetta e luminosa. Significa credere che l’arte possa ancora guarire, sollevare, trasformare.
E forse è proprio questo il miracolo più grande che Stefania Rosichetti ci regala: ricordarci che siamo tutti opere d’arte in divenire. E che, come le sue ballerine fragili e forti, possiamo danzare ancora — anche se segnati — con grazia, con dignità, con un nuovo filo d’oro a tenerci insieme.

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