✍ I Racconti – Raffaello giovane, già “magister”, lavorò per conventi e casate di Città di Castello

 
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Raffaello giovane, già “magister”, lavorò per conventi e casate di Città di Castello

di Elio Clero Bertoldi
PERUGIA – Città di Castello commemorerà il quinto centenario della morte di Raffaello con una mostra fissata per l’ottobre del prossimo anno ed allestita nella Pinacoteca di palazzo Vitelli, che resterà aperta fino al gennaio del 2021. A curare l’esposizione Marica Mercalli e Laura Teza. Giovanni Sanzio, pittore e intellettuale della corte dei Montefeltro di Urbino, alla sua morte, nel 1494, affidò il figlio Raffaello, già orfano di madre, ad uno dei suoi più stretti collaboratori (Evangelista di Pian di Meleto) perché lo portasse a Perugia dall’artista del pennello più in voga del momento, Pietro Vannucci, detto il Perugino. Raffaello, che aveva 14 anni, a Perugia rimase, non si sa con certezza se continuativamente o meno, almeno fino al 1504. É di questo anno, infatti, una lettera di raccomandazione che Giovanna Feltria – figlia di Federico da Montefeltro, duca di Urbino, sorella di Guidubaldo, duca in carica, moglie di Giovanni della Rovere e madre di Francesco Maria, che erediterà alla morte dello zio il ducato urbinate -, indirizzò al gonfaloniere a vita di Firenze, Pier Soderini, perché accogliesse al meglio nella “città del Giglio”, l’ormai emergente se non affermato, artista.

Il quale aveva non solo già effettuato lavori nella bottega del Perugino (lo avrebbe aiutato anche a Fano, nella chiesa di Santa Maria Nuova, ma soprattutto nel capoluogo umbro, collaborando agli affreschi del Collegio del Cambio e nella cappella di San Severo) ed anche in collaborazione col Pinturicchio (nella Libreria Piccolomini, annessa al Duomo di Siena), ma fin dal 1500 veniva definito “magister”.

Lo documenta l’atto notarile di pagamento della Pala Baronci o L’Incoronazione di San Nicola di Tolentino (firmata in basso: Raphael Urbinas pinxit), per la cappella di famiglia del committente nella chiesa di Sant’Agostino, in Città di Castello, in cui viene indicato come “Magister Rafael de Jhoannis Santi de Urbino”. L’anno prima Raffaello aveva dipinto, per la Confraternita della Santissima Trinità, Il Gonfalone della Santissima Trinità, unica opera rimasta nel centro altotiberino (nella Pinacoteca comunale) e con tanto di autografo, delle quattro, di cui si ha notizia, che completò per istituzioni o casati dell’Alta Val Tiberina.

Sempre per una famiglia tifernate, i Gavari, l’urbinate compose una “Crocifissione” per una cappella della chiesa di San Domenico. Di questo olio su tavola, passato per varie mani (francesi prima, italiane poi, quali quelle del Principe di Canino) e smembrato, resta la parte principale alla National Gallery di Londra e due predelle, una delle quali a Lisbona.

Del 1504 é invece l’opera più importante “Lo Sposalizio della Vergine”, eseguito per la chiesa di San Francesco di Città di Castello (lo aveva commissionato la famiglia Albizzini, nella cappella dedicata a San Giuseppe) e poi finita alla Pinacoteca di Brera. Qui il pittore si firma addirittura al centro del dipinto: sopra l’arco centrale del tempio che fa da sfondo al matrimonio tra Maria e Giuseppe: scrive infatti in stampatello: “Raphael Urbinas” e aggiunge pure la data: “MDIIII” (1504).

La tela, preda di guerra dei francesi nel 1798 (ad impossessarsene il generale bonapartista Giuseppe Lechi) fu acquistata nel 1803 dall’antiquario conte Giacomo Sannazzaro della Ripa (per 50.000 lire del tempo), il quale per legato testamentario la lasciò all’ospedale Maggiore di Milano. Nel 1806 il viceré Eugenio de Beauharnais (fratello di Giuseppina, moglie di Napoleone) ne fece dono alla Pinacoteca di Brera.

Insomma Città di Castello si gloria del primo dipinto di Raffaello e di quello (lo Sposalizio della vergine) che secondo i critici d’arte segna la fine del periodo giovanile e l’inizio della maturità e che rimane nell’elenco dei capolavori dell’urbinate.

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