Two is meglio che one, con il doppio concerto omaggio a Miles Davis Paolo Fresu inaugura il Morlacchi per UJ2026
di Antonella Valoroso
Fuori non è troppo caldo. Dentro il Morlacchi fa fresco e c’è quel brusio lieve delle grandi occasioni, il fruscio dei programmi di sala, gli ultimi saluti sussurrati prima che le luci si abbassino. Fra pochi istanti basterà una nota della tromba di Fresu per trasformare l’attesa in racconto. E il teatro, ancora una volta, diventerà uno dei luoghi in cui Umbria Jazz ritrova la sua anima più profonda.
“Kind of Miles” non è un concerto. O almeno non soltanto. È un’autobiografia raccontata attraverso la musica, dove ogni brano diventa una pagina di vita e ogni ricordo conduce inevitabilmente a Miles Davis. Paolo Fresu sale sul palco del Teatro Morlacchi e sceglie la prima persona. Racconta di sé, figlio di un pastore sardo, del bambino che impara a suonare la tromba nella banda del paese quasi per caso e che, crescendo, scopre il jazz. Quella che definisce, senza esitazioni, “la musica della libertà”.
Il viaggio verso Miles inizia da lontano. Con un ragazzo che ascolta dischi fino a consumarli, che negli anni Ottanta trascrive assoli nota dopo nota mentre la madre lo implora di smettere di suonare, almeno per un po’. Prima ancora c’era stato l’incontro con Chet Baker. Poi arriva lui, “il principe delle tenebre”. Così Fresu definisce Miles Davis, evocando subito quel suono scuro, profondo, quasi misterioso ottenuto grazie alla celebre sordina.
«Ne comprai una anch’io», racconta sorridendo. «Pensavo sarebbe stata sufficiente per avere il suo suono». Ma la testardaggine, dice divertito, tipica dei sardi, gli fa capire molto presto che la sordina non sarebbe stata sufficiente. Il timbro di Miles non si acquistava. Si costruiva. «La tromba con la sordina è femmina», spiega, restituendo con una sola immagine tutta la delicatezza e la sensualità di quel suono.
Il racconto procede alternando musica e parole, senza soluzione di continuità. Fresu tratteggia un Miles lontano dagli stereotipi. Ricorda la dipendenza dall’eroina e la rinascita attraverso lo sport, la passione quasi ossessiva per la boxe, che influenzò perfino il suo modo di stare sul palco. «Suonava come uno pugile che combatte sul ring, ogni frase un pugno», dice. Perché combatteva anche quando imbracciava la tromba. Combatteva per la comunità afroamericana, che in quegli anni aveva bisogno di vincere il proprio incontro con la storia.
E poi c’è l’eleganza. L’estetica raffinata, gli abiti impeccabili, il rosso come colore dell’ultima tromba, dei vestiti, perfino della Ferrari. Una dichiarazione di forza, di identità, di orgoglio afroamericano. Ma anche le ferite di un Paese ancora segnato dalla segregazione. Fresu ricorda l’arresto di Miles per il solo fatto di trovarsi fuori da un locale accanto a una donna bianca. «You are under arrest». Una frase che pesa ancora oggi.
Quando arriva il momento di parlare di Kind of Blue, il teatro ascolta in religioso silenzio. Fresu lo definisce uno dei dischi più ascoltati della storia del jazz. Un album rivoluzionario, fatto di spazio, di silenzi, di una musica che sembrava provenire direttamente dal futuro.
Non manca il ritratto dell’uomo. La voce roca di Miles riaffiora attraverso brevi registrazioni originali diffuse in sala. Un carattere difficile, irriverente, capace di liquidare i recensori come «critici stupidi». E quella celebre abitudine di suonare dando le spalle al pubblico, spesso fraintesa. «Non era mancanza di rispetto», spiega Fresu. «Lo faceva per comunicare meglio con i musicisti. E infatti lo faccio anche io.»
Tra un ricordo e l’altro emerge anche un episodio personale. Quando Miles arrivò a Terni, Carlo Pagnotta gli promise: «Ti faccio conoscere Miles». Ma Fresu, sopraffatto dall’emozione, scappò «come un ladro». Il cuore gli batteva troppo forte. Poco dopo, mentre tornava verso Bologna, racconta di aver visto sfrecciare una Mercedes nera. Dentro, immaginò ci fosse lui. «Miles, il divino.»
Intanto la musica continua a scorrere. Non accompagna il racconto: ne è parte integrante. Ogni brano apre un paesaggio nuovo, conduce il pubblico in un luogo sconosciuto, sospeso tra passato e futuro. Sul palco la tromba di Fresu, con la sua inconfondibile postura a forma di esse, sembra davvero restare sospesa tra terra e cielo.
«La musica è la vita», ripete come un mantra. E forse è proprio questa la chiave di Kind of Miles. Non imitare un gigante irraggiungibile, ma attraversarne l’eredità per trovare una voce personale.
Quando le ultime note di Time After Time si dissolvono nel silenzio del Morlacchi, il pubblico resta immobile per qualche secondo. Quasi ipnotizzato. Poi esplode l’applauso. Non solo per aver ascoltato un grande concerto, ma per aver condiviso un viaggio dentro la musica e dentro la vita di un artista che, raccontando Miles Davis, ha finito per raccontare anche se stesso. Sono le 19:15. La replica è prevista per le 21.30. Il teatro è sold out. Fresu omaggia i suoi compagni di viaggio e saluta il pubblico con il suo stile inconfondibile. La platea si alza in piedi per applaudire e ringraziare. È proprio vero. “La musica è la vita”. E il jazz è la musica della libertà.

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