✍Storie di Confine – Storie di confine Cohousing ciao mamma e papà, vado a vivere da sola (S.Carnevali)

Storie di confine Cohousing ciao mamma e papà, vado a vivere da sola (S.Carnevali)

✍Storie di Confine – Storie di confine Cohousing ciao mamma e papà, vado a vivere da sola (S.Carnevali)

Stella Carnevali

da Stella Carnevali
Al primo piano di un appartamento in affitto nel cuore del centro storico di Perugia. Con tre ragazze Alessia, Beatrice e Cinzia che vivono qui da maggio dell’anno scorso che si dividono le spese comuni, compreso il canone. Non ci sarebbe niente di particolare se le inquiline di questo appartamento non fossero ragazze “fragili”, cioè disabili. Che di giorno frequentano il laboratorio di San Costanzo per imparare un mestiere, la sera tornano nella propria casa. Dove decidono tutto da sole: una camera da letto ciascuna più i servizi in comune.

Decidono cosa mangiare e cucinano, cosa fare nel tempo libero, quando uscire e dove andare. Un entusiasmo ed un orgoglio di sé che trabocca dagli sguardi di tutte. Anzi di tutti coloro che sono stati protagonisti di questo progetto.

Dalla responsabile del laboratorio di San Costanzo, Francesca Cagnoni, all’assistente sociale Beatrice Boco che si occupa della formazione lavorativa. Insomma Europa, Comune, Asl, città, volontariato, famiglie.

Tutti insieme appassionatamente.

C’è l’assessore ai servizi sociali del comune di Perugia, Edi Cicchi, la mamma di Beatrice, Sonia Buitoni e Stefania De Canonico, amministratore di sostegno.

Edi Cicchi: «Con il Fondo Sociale Europeo abbiamo presentato la sperimentazione di 30 progetti dal titoloVita indipendente”. La scelta più comune è il ► cohousing ◄ sia perché insieme si moltiplicano le energie, sia perché si sommano anche i fondi individuali. Inoltre come Comune di Perugia, abbiamo preferito utilizzare il personale già in dotazione, e questo ha costituito un risparmio da reinvestire nel progetto stesso”.

Storie di confine Cohousing ciao mamma e papà, vado a vivere da sola (S.Carnevali)E’ la realizzazione concreta del claim “dopo di noi” divenuta anche un’associazione che da anni si è battuta per creare le condizioni di vita più adatte per i figli con abilità diverse.

«Il sogno di ogni madre di un figlio disabile – dice la mamma di Beatriceè quello di poterlo vedere inserito nella società. Che possa fare una vita il più possibile uguale ai cosiddetti “normodotati”. Siamo tutti molto fieri di questo progetto che ha visto la collaborazione tra pubblico e privato oltre al contributo indispensabile di tanto volontariato».

Le ragazze vivono sole, ma hanno un’assistenza a turno di una persona dalle 16 alle 8.30 del mattino.  Sono assistite dal punto di vista medico-specialistico in tutto e per tutto.

«Un dato rilevante – fa notare Edi Cicchi – è che dopo alcuni mesi sono state ridotte le loro terapie neurofarmacologiche«.

Storie di confine Cohousing – Come vivevano prima?

Come vivevano prima?  Beatrice dalle suore, Cinzia con una cugina dovendone però adottare anche la vita, Alessia, essendo orfana, di giorno al laboratorio San Costanzo, di notte con una badante. Alessia pittura, Beatrice è assistente in falegnameria e Cinzia aiuto-chef.

La loro vita è stata riaccesa.

Fanno proprio tutto da sole, l’aiuto è veramente il minimo necessario. Per quanto riguarda il lavoro, perché la casa e il lavoro sono bisogni primari, non un lavoro qualunque, ma il lavoro che riescono ad imparare, come propensione e come adattamento della comunità. Perché la differenza è sempre una risorsa.


Per un po' senza Facebook e vita virtuale
Vedi Stella, abituato come sono – per lavoro – ad avere sempre internet acceso, lo smartphone “bostikkato” alla mano, e sempre in connessione, non puoi immaginare quale benessere mi ha colto in quella casa. Il tempo sembrava quasi non esistere. La coabitazione di queste tre ragazze, per altro di una allegria e dolcezza uniche, sono un vero e proprio ossimoro della frenesia digitale. Vederle giocare – a non so che e me ne cruccio -, dapprima mi ha creato ansia: “Non potevo stare senza la connessione internet”. Poi, via via che sentivo il racconto di Sonia, che vedevo i loro sorrisi e sentivo i loro racconti, ho riacquistato un po’ di pace interiore. Sì perché non ce ne rendiamo conto, ma l’esagerata connessione e interconnessione informatica si appropriano della nostra vita. In quelle due ore, minuto più minuto meno, mi sono, invece io, grazie a loro, riappropriato del mio tempo. Sto scrivendo mentre ascolto del buon jazz, in un pomeriggio di una primavera che non c’è…Marcello

E’ questo il punto della svolta culturale – l’assessore Edi Cicchi –  non una concezione assistenziale che, tra l’altro,  rende infelici le persone che la subiscono, al contrario una cultura che valorizzi quello che questo persone hanno e sanno fare. Porto ad esempio un ragazzino di 15 anni, non vedente, che frequenta il Pieralli. Ho riunito i tecnici del Comune per risolvere i problemi di questo ragazzo: dal percorso urbano, alla disposizione delle piante, abbattendo non solo le barriere architettoniche, ma soprattutto abbattendo l’idea che il ragazzo non potesse farcela da solo. Ed ora, appunto, a scuola ci va da solo. A dirla tutta questo ha comportato anche il risparmio economico dell’accompagnatore.  Che non è paragonabile alla gioia del fatto che si muove da solo».

E le aziende come vedono l’ipotesi di inserimento nei loro organici?

«Le aziende private partecipano – aggiunge Edi Cicchi -, quest’anno sono riuscita a realizzare 350 borse-lavoro. Ma il problema vero per le aziende sta nel fatto che non hanno sgravi, per esempio per adeguare locali e macchine a questi ragazzi per poi poterli assumere in forma stabile».

Chi, infatti, lavora attualmente lo fa presso le cooperative di tipo B che sono nate per assumere nella misura del 30 per cento soggetti socialmente svantaggiati.

Ecco quanto si può diventare normali quando si tolgono le virgolette.

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