✍ I Racconti –  L’ultima sella di Anita Garibaldi esposta a Todi al Museo Civico

 L’ultima sella di Anita Garibaldi esposta a Todi al Museo Civico

 L’ultima sella di Anita Garibaldi esposta a Todi al Museo Civico

elio clero bertoldi

di Elio Clero Bertoldi
Quando i garibaldini – l’11 luglio 1949 – arrivarono a Todi, dopo la fine dell’esperienza della gloriosa Repubblica Romana, Anita, ventottenne, appariva se non ancora in preda alle febbri che nel volgere di pochi giorni si sarebbero rivelate esiziali, quanto meno stanca, provata, anche perché cavalcava in uno stato lotto delicato: era al sesto mese di gravidanza. Garibaldi aveva tentato di convincerla a rientrare a Nizza dalla propria madre (che custodiva e allevava pure i tre figli della coppia) e risparmiarle ulteriori disagi e sacrifici, ma la splendida, volitiva eroina brasiliana(Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva ndr), che si narra fosse gelosissima del suo uomo (il quale si portava dietro, pare a buona ragione, l’aura del latin lover), non aveva voluto ascoltar ragioni.

Partiti da Roma in ritirata, Garibaldi ed i suoi (4.000 fanti e 800 cavalieri), erano transitati, depistando gli inseguitori, per Tivoli e per Terni senza incappare in problemi di sorta.

Quanto restava, dunque, dell’esercito repubblicano si acquartierò a Todi nel convento dei Cappuccini, appena fuori città, mentre il generale ed il suo stato maggiore salirono fin sulla Rocca, accompagnati e guidati dal comandante della guardia, maggiore Antonio Valentini, da giovane al seguito di Napoleone, non solo per ammirare il panorama che si gode da lassù, ma anche per avere cognizione diretta dei luoghi, in funzione di strategia militare.

Ebbe un colloquio, il Nizzardo, pure con il parroco don Luigi Crispolti.

Due giorni i garibaldini in ritirata si riposarono e rifocillarono nel centro umbro. E fu in quelle ore che la comunità tuderte consegnò in dono alla consorte del generale, una sella nuova e più comoda di quella sulla quale Anita aveva cavalcato fino ad allora. Quella usata, lasciata alla cittadinanza, é custodita (ed esposta) come prezioso cimelio nel Museo Civico del palazzo comunale. I todini, nella stessa circostanza piantarono, a ricordo del passaggio dell’eroe, pure un cipresso nell’orto della piazza, poi intitolata proprio a Garibaldi, svettante ancora oggi, ad oriente, tra il palazzo comunale e quello degli Atti.

Il giorno 13, Garibaldi decise di partire e di dirigersi verso Prodo per raggiungere Orvieto e di salire, in rapida successione, a Città della Pieve, Arezzo fino in Romagna con l’intenzione di raggiungere Venezia e sottrarsi, in questo modo, alla caccia accanita degli austriaci e dei papalini (contro di lui anche i francesi e gli spagnoli). A presidio di Todi vennero lasciati il tenente colonnello Giulio Govoni, quale governatore civile e il capitano Antonio Leoncini, con venti lancieri, come comandante militare della piazza.

Quest’ultimo, poche ore dopo la partenza dell’intero contingente, fu ucciso da un colpo di archibugio all’interno del convento dei Cappuccini. Si conosce il nome di chi esplose il colpo mortale (tale Gerardo), ma sono rimasti oscuri i motivi che portarono al fatto di sangue e pure l’esatta dinamica degli eventi.

Anita, colpita durante il viaggio di avvicinamento alla Serenissima, da febbri maligne, si spense dopo una commovente e dolorosa agonia, nella cascina Mandriole, nel Ravennate (alle 19.45 del 4 agosto 1849) e la sua salma venne sepolta, in fretta e furia (austriaci e papalini inseguivano i pochi fuggitivi rimasti e li presero quasi tutti, fucilandoli, compreso il figlio, appena tredicenne, del patriota romano Ciceruacchio, al seguito del padre) a poca distanza del casolare in cui la coppia aveva trovato, per qualche ora, ospitalità e rifugio. Garibaldi, ormai solo e disperato, fu tratto in salvo dal capitano Leggero, Giovanni Battista Culioli, suo eroico compagno in tante battaglie e, in vecchiaia, con lui anche a La Maddalena, che lo convinse a continuare la fuga, con le parole: “Per l’Italia… per i tuoi figli…”

I due cambiarono direzione: ritornarono indietro penetrando in Toscana e poi Liguria, finendo arrestati dai piemontesi, ma salvi, a Chiavari.

La storia d’amore tra Garibaldi e Anita (al secolo Ana Maria Ribeiro da Silva, nata nel 1821) era sbocciata appena dieci anni prima.
L’eroe racconta, nelle “Memorie“, di averla notata col binocolo, mentre passeggiava sul molo del porto, dal cassero della sua nave (Itaparica), di essere sceso a terra in fretta, di essere stato invitato in casa da un conoscente a bere qualcosa e di aver qui incontrato Maria Ana, allora diciottenne e bellissima. Un gioco di sguardi fissi (“uno sull’altro”) e poi la frase dell’eroe: “Tu devi essere mia”. Lei, affascinata dal bel guerriero italiano dagli occhi azzurri e dalla barba bionda, da quell’istante non lo lascerà più.

Maria Ana – Anina, per i familiari: figlia di Bento e di Maria Antonia De Jesus Antunes – in realtà era sposata da quattro anni con un calzolaio (Manuel Duarte de Aguiar) sparito, al seguito degli imperiali, nelle fasi concitate delle guerre di liberazione. Ma da quel momento Anita (così cominciò a chiamarla Garibaldi) non solo restò con l’amato, ma combatté coi ribelli, da amazzone (era un’ottima cavallerizza), per terra e per mare. Nel porto di Laguna fu lei a sparare il primo colpo di cannone contro la flotta avversaria; quindi fece da staffetta, sempre a cavallo e partecipò agli scontri di Lajes e di Forquillas (dove venne arrestata).

Davvero intrepida riuscì, di notte, ad evadere e a raggiungere, dopo quattro giorni di viaggio per luoghi impervi sulla Sierra, Garibaldi ed i suoi in ritirata. Alla nascita di Menotti (in verità gli venne imposto il nome di Domenico, come il nonno paterno), il 16 settembre 1840, lei continuò a spostarsi al seguito del marito col bimbo di tre mesi, trasportato in un lenzuolo, legato a tracolla, come le moderne fasce da bebè. Il “Jornal do Commercio”, nel 1841, pubblicò un articolo in cui descriveva Anita combattente a cavallo nelle fila dell’esercito repubblicano e con la spada in pugno. Eroina della libertà anche lei.

Rifugiata a Montevideo, in Uruguay, la coppia si unì in matrimonio il 26 marzo 1843, nella parrocchia di San Francesco di Assisi. In questo periodo nacquero Rosita (deceduta), Telesina e Ricciotti.

I contemporanei descrivono Anita come alta, snella, dai seni turgidi, dal viso ovale (con qualche lentiggine), occhi e capelli neri, sciolti sulle spalle. Una donna che non passava di certo inosservata. E che portava sempre con sé due pistole.
Questa donna indomita, che aveva rischiato la vita, una infinità di volte in Sud America, si spense colpita dalla febbre e forse anche vittima della sua stessa testardaggine di voler seguire, sempre e comunque, l’uomo amato.

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