✍ I racconti – Il domani, questo sconosciuto, due o tre cose che dovremmo fare

 
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Il domani, questo sconosciuto, due o tre cose che dovremmo fare

di Elio Clero Bertoldi

L’oracolo, se lo interroghi, ammesso che risponda, mormora parole smozzicate e arcane che danno adito a interpretazioni le più diverse e, comunque, oscure. E la sfera di cristallo risulta offuscata da una fitta nebbia: all’interno non si vede alcunché di netto, tutto appare indistinto. Cosa ci riserverà il domani, non si conosce e non si può sapere. “Del doman non v’è certezza”, cantava nella “Canzona di Bacco”, Lorenzo il Magnifico. Più che gli indovini ed i cartomanti (sebbene ci sia, aspetto incredibile, gente che ancora ricorre, ansiosa, agli astrologi ed ai negromanti per scrutare il futuro), giova interrogare il passato.

Che testimonia come l’uomo, sia pure dopo terribili, angoscianti pestilenze o immani cataclismi, abbia sempre ritrovato la sua strada verso un nuovo, sia pur lento, progresso. Aspetto questo che non significa, in automatico, che i singoli e i popoli nel loro insieme, si siano evoluti – aspetto più importante e significativo – sul piano etico e morale. Anzi.
Dopo gli sconvolgimenti seguiti alla peste, ad Atene brillarono le menti di sommi filosofi, ma il fiorire di tanti pensatori non mutò, se non in parte, le coscienze degli uomini del tempo.
La stessa situazione si verificò, secoli più tardi, dopo la terribile pestilenza del 1348 (la Peste Nera) e i vari ritorni di fiamma, per decenni, del morbo: la società e gli individui non cambiarono, se non di poco, il loro modo di pensare, di relazionarsi e di comportarsi.

Le guerre sanguinose e le stragi terrificanti, le violenze più turpi e le sopraffazioni più inquietanti – orrende follie dell’Homo Sapiens – proseguirono a scandire, imperterrite, i giorni della storia. I personaggi che avevano stilato i grandi pilastri della Rivoluzione francese (Libertà, Eguaglianza, Fraternità) immersero, subito dopo, nel sangue e nell’orrore della ghigliottina, quei sacrosanti principi. E neppure l’epidemia di Spagnola – che irruppe sul proscenio dell’umanità già attonita e dolente per le vittime della Prima Guerra Mondiale, appena un secolo fa – mietendo centinaia di migliaia di esistenze, produsse migliorie del profilo spirituale, del modo di rapportarsi all’altro e di vivere degli esseri umani, come confermarono in maniera plateale ed inumana la Seconda Guerra Mondiale, i campi di sterminio, l’Atomica, i gulag, gli attuali e sconvolgenti conflitti asimmetrici, le cellule impazzite del terrorismo politico e religioso.

Le scioccanti catastrofi, sia naturali (gli tsunami, i terremoti, le pestilenze), sia umane (i conflitti di ogni tipo, lo sfruttamento degli uomini e della natura) conducono al seguito ancelle umili e silenziose come la pietà, la compassione, la condivisione del dolore. Stati d’animo che muovono e commuovono molte coscienze, ma non tutte. Purtroppo. Al resto provvede l’istinto di sopravvivenza che pian piano dimentica ed elabora, metabolizza i dolori ed il lutto, spingendoli inesorabilmente nel fondo della memoria. L’uomo si rivela un miscuglio di bene e di male: accanto ai tanti che si sacrificano, alcuni fino a offrire con eroismo la vita per gli altri, continuano ad aggirarsi coloro che, al contrario, approfittano delle situazioni, con fredda e cruda insensibilità, per accumulare soldi, per coltivare i propri sordidi, sporchi interessi spesso illeciti, illegali. Ed ecco lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, le truffe, i furti, le rapine, gli omicidi, che si registrano persino oggi, mentre la pandemia ancora assedia, nelle metropoli e nelle più sperdute campagne, il genere umano, lo soffoca, spezza e travolge vite di giovani e di anziani.

Forse è giusto, ed offre un supporto psicologico, l’ottimismo di chi ripete “Tutto andrà bene”, ma soltanto se, nel contempo, si resta realistici e critici e sempre se aggiungiamo, allo slogan dal sapore retorico, una virgola ed il verbo “speriamo”. Ipotizzare che, passato il Coronavirus (il prima possibile, l’augurio), vivremo, ex abrupto, in un mondo migliore rimane una “utopia” – splendida certo, ma irrealizzabile nella Babilonia terrestre, se non nell’isola fantastica tratteggiata da Thomas More – alla quale ognuno di noi deve tendere ed aspirare, tuttavia con la presa d’atto che la sua realizzazione concreta, risulterà impossibile (altrimenti non sarebbe una utopia, cioè un “non luogo”). Nella maggioranza delle persone di buona volontà il morbo, con la sua scia di povere vittime e l’isolamento forzato tra le pareti domestiche, dovrebbe aver prodotto – a fronte della ricerca del vano, dell’inutile, del superfluo che caratterizza la società dei consumi ossessivi e compulsivi – un rafforzamento dello spirito, una approfondita conoscenza di se stessi, una più salda coscienza di quali siano i valori primari, veri, irrinunciabili dell’esistenza. Una visione del mondo e dell’altro più giusta, più equa, più solidale. Che, però, tutta la comunità possa registrare uno scatto in avanti o sia pronta a modificare, con decisione, il passo, il pensiero, il cuore, l’animo, non credo. Nemmeno la politica, temo, evolverà più di tanto. Il teatrino, cui assistiamo in questa stressante emergenza, conferma che ogni partito, ogni movimento non pone al primo posto, se non a parole, il bene comune, ma piuttosto cura, testardamente, l’interesse della fazione di appartenenza, del proprio gruppo di rappresentanza, delle lobbies di riferimento.

Si presenterà con un volto diverso il capitalismo sfrenato che ha accompagnato il nostro tempo? Esiste, non da ora, chi predica, e talvolta attua, un “capitalismo umano”. Ma quei pochi antesignani, anche in casa nostra, rimangono “rara avis in gurgite vasto”.

Sarebbe comunque già importante che si facesse qualche scatto decisivo affiancando un minimo di presenza dello Stato al capitalismo sempre più aggressivo: il primo dovrebbe rafforzare la sua presenza in gangli decisivi per una nazione, quali la produzione nei settori ritenuti strategici, l’economia, la finanza, la medicina, i servizi postali e di comunicazione, la scuola e così via. Non solamente Stato, ma più Stato. La vicenda delle mascherine e delle strumentazioni mediche insegna: un privato non le produce perché, in tempi normali, non portano profitti; lo Stato può permettersi, invece, di fabbricarne, immagazzinandole in previsione di eventuali emergenze. Le banche private, con gestioni spesso scriteriate se non criminali (le abbiamo presenti, no?) -, nelle quali il cittadino ha comunque l’obbligo di aprire conti correnti, per poter ricevere stipendi, onorari, pensioni – possono saltare in aria e fallire (con i clienti chiamati a concorrere – lo sapete, vero? – alla copertura del debito accumulato da altri: banchieri, finanzieri, manager); quelle di Stato, più difficilmente vanno in malora.

Insomma, la pandemia sta evidenziando come le comunità non possano fare a meno di una economia programmata, “pianificata”. Ed anche calmierata. Una società civile non può sopportare più il grezzo capitalista che nei momenti delle vacche grasse privatizza i guadagni e negli anni delle vacche magre socializza le perdite, bussando alla porta dello Stato per sollecitare aiuti.

Già correggere distorsioni ed ingiustizie sociali sarebbe un bel balzo in avanti. I cittadini si sentirebbero più protetti, più parte di un tutto, più solidali tra di loro. E crescerebbero anche interiormente, nell’animo. A quel punto suonerebbe più veritiera, più aderente alla realtà, la massima latina che qualcuno in queste ore, per sostenere il morale della gente comune addolorata e stressata, evoca: “ex malo, bonum” (dal male viene il bene).

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