✍ Il crudele destino di due presunti amanti, Maria Antonietta e il conte Axel von Fersen 

Maria Antonietta, regina di Francia e il conte Axel von Fersen

Il crudele destino di due presunti amanti, Maria Antonietta e il conte Axel von Fersen

di Elio Clero Bertoldi
PERUGIA – In Francia sta per essere pubblicato – data indicativa fine ottobre – uno studio sull’amore adulterino che sarebbe intercorso tra Maria Antonietta, regina consorte di Francia e di Navarra e il conte svedese Hans Axel von Fersen. Il testo (“Marie Antoiniette et Axel von Fersen – Correspondance segrète” di Isabelle Aristide Hastir) si basa su una serie di missive recuperate dai discendenti del conte e consegnate agli archivi nazionali francesi.
Nelle lettere – ritenute dai periti come redatte di mano dall’aristocratico militare di carriera – la regina scrive “Vi amo alla follia”, “Vi adoro”, “Vi abbraccio e bacio con tutto il cuore” e frasi di simile tenore. Si trattò di un amore concreto, reale, carnale o, piuttosto, romantico, platonico, magari di una affettuosa amicizia? Difficile offrire una risposta certa. La maggioranza degli studiosi ritiene che il rapporto tra i due sia stato anche fisico (soprattutto a partire dal 1785). Sebbene nei numerosi “pamphlets” diffusi all’epoca a Parigi contro Maria Antonietta nessuno dei detrattori avesse fatto cenno a questo legame, ma solamente ad altri rapporti ritenuti scandalosi.
Marie Antoiniette non ha mai goduto di simpatie in Francia né di buona stampa. I pettegolezzi a corte l’accusavano persino di essere lesbica (con Gabrielle De Polignac) e comunque la dipingevano come lussuriosa, dissipatrice, altera, persino di aver pronunciato la frase cinica (del tutto falsa), durante un periodo di carestia: “Se il popolo ha fame dategli le brioches…” Che fosse frivola, futile, leziosa lo riportano molti documenti e testimonianze.
Ma davvero “L’Austriaca”, come la etichettavano, con profondo disprezzo, a Versailles i suoi nemici personali, può essere dipinta come una sorta di Semiramide moderna (che, per dirla con Dante: “… libido fe’ licito in sua legge”)?
Maria Antonietta Giuseppina Giovanna d’Asburgo Lorena (1755-1793) proveniva da lombi illustri: figlia dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria e di Francesco I di Lorena. Per motivi squisitamente politici fu data in sposa al delfino di Francia (poi re) che lei conobbe di persona soltanto appena arrivata al confine francese per le fastose nozze con una dote di 200mila corone e gioielli per altrettanto valore e col seguito di un lungo corteo di carrozze. Si trovò di fronte un promesso sposo sgraziato, goffo, afflitto da pinguedine, timido, ben diverso dai ritratti pittorici che le erano stati mostrati a Vienna. La promessa sposa – che sebbene non sapesse leggere e scrivere in francese ed in tedesco, parlava invece un fluente italiano (grazie a Pietro Metastasio, suo maestro) – al contrario si presentava bella, snella, spigliata, vivace, suonatrice di arpa, elegante ballerina, accanita giocatrice d’azzardo. Chiaro che il matrimonio subisse un rodaggio molto faticoso, lento: prima notte di nozze in bianco (alla presenza della corte, come da usanza consolidata) e nessun rapporto per diverso tempo, per colpa soprattutto del marito, poco attratto dal sesso.
Sola, annoiata, delusa dal consorte, appare comprensibile che, quando conobbe a 18 anni il conte di Fersen (aitante, atletico – alto un metro e novanta – brillante e scapolo impenitente), si possa essere infatuata del fascinoso coetaneo. Anche se lo svedese trascorse molto tempo lontano dalla Francia (combattè, per quattro anni, pure per la Rivoluzione Americana ). Una volta divenuta regina (1774), Maria Antonietta diede quattro rampolli a Luigi XVI. Allo scoppio della rivoluzione, von Fersen ottenne il comando di un reggimento (gli “svedesi reali”) e giocò un ruolo primario nel tentativo di fuga della coppia coronata bloccata a Varennes. Il conte tentò, anche in seguito di far fuggire la regina, che però si oppose sempre con fermezza. Riuscì persino a farle visita, sotto mentite spoglie, alle Tuilieries il 13 febbraio 1792.
Ghigliottinato il re (21.3.93), la regina ed i figli vennero trasferiti prima nella Torre del Tempio, poi alla Conciergerie, dove vissero in condizioni davvero miserevoli. Al processo l’accusarono di tutto e di più (anche di incesto col figlioletto di otto anni): di aver dilapidato il tesoro del regno; di “intelligenza” (cioé, tradimento) col nemico (l’Austria); di cospirazione contro la sicurezza della nazione. Maria Antonietta si difese con capacità, compostezza, decisione, ribattendo punto su punto al pubblico accusatore, Jacques René Hébert, capo della fazione degli “arrabbiati” e giornalista (anche lui gigliottinato pochi mesi più tardi durante il “Regime del Terrore”). Difesa incisiva quanto inutile: la forca per lei era già stata decisa, ben prima della lettura della scontata sentenza capitale. La mattina del 16 ottobre 1793 il boia tagliò alla bell’e meglio i capelli della nuca della regina che, vestita di un semplice abito bianco, fu trascinata, sopra una carretta, in mezzo al popolo tumultuante, che le lanciava frizzi e volgari ingiurie, in quella che oggi é “place de la Concorde” (al tempo, piazza della Rivoluzione). Narrano che passando sul palco accanto al “bourreau”, cioé l’esecutore ufficiale delle pene di morte, il boia insomma (per la cronaca tale Charles Henri Sanson, figlio e nipote di ufficiali addetti a questo compito da sempre poco apprezzato) gli abbia pestato un piede e si sia giustificata prontamente con le parole: “Mi scusi, signore, non l’ho fatto apposta”.
Maria Antonietta si comportò con coraggio e dignità anche negli ultimi istanti. Alle 12.15 la lama precipitò sul tenero collo della regina e la testa ancora sanguinante, afferrata per i capelli dal Sanson, fu mostrata alla gente assiepata tutt’intorno. L’urlo della folla inneggiò: “Viva la Repubblica”.
E von Fersen? Fuggito dalla Francia, sopravvisse a Maria Antonietta per 17 anni e non se lo perdonò mai, pur allacciando altre relazioni sentimentali. Il destino riservò, pure a lui, una fine terribile: accusato – ingiustamente – di aver avvelenato Carlo Augusto di Augustenburg, erede al trono di Svezia, fu linciato dalla folla a Stoccolma il 20 giugno 1810. Particolare agghiacciante: colpito più volte dagli assalitori e caduto a terra, il marinaio Otto Johan Tandefelt gli sarebbe saltato, con entrambi i piedi, sul petto con una tale violenza da causargli lo sfondamento della cassa toracica e la morte.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*