✍ I Racconti – Anche l’imperatrice Poppea fu vittima di un marito iroso e violento

Anche l’imperatrice Poppea fu vittima di un marito iroso e violento

Anche l’imperatrice Poppea fu vittima di un marito iroso e violento

elio clero bertoldi

di Elio Clero Bertoldi
A Civitella d’Arna venne riportato alla luce un cippo che testimonia come nel territorio Arnate, iscritto ai tempi della Repubblica Romana alla tribù Clustumina, l’imperatrice Poppea Sabina, fosse titolare di un possedimento imperiale (praedia, in latino) affidato alle cure di un “dispinsator” (un intendente, un fattore), di nome Politimo, come documenta la stele dedicatoria alla dea Fortuna Bona, spuntata casualmente dal terreno. La splendida sovrana possedeva anche un’altra proprietà poco lontano, nell’assisano, di cui risulta fattore (dal ritrovamento di un altro cippo) tale Prisco, pure lui, probabilmente, liberto.

Tutte le fonti concordano sul particolare che Poppea fosse di prorompente bellezza e terribilmente affascinante. E che Nerone, dimentico della fida amante, la liberta Atte, l’avesse amata più di tutte le altre tre mogli (due delle quali decedute di morte violenta, una direttamente di sua mano, l’altra soppressa dai sicari, su suo preciso ordine).

E tuttavia Svetonio narra che l’imperatore, dopo poco più di quattro anni di matrimonio, la uccise con un violento calcio al ventre – ed era incinta, poveretta – perché aveva avuto l’ardire di rimproverarlo di essere tornato tardi a casa, per aver partecipato o assistito ad una corsa di carri, di cui assicurano i contemporanei, fosse uno sfegatato tifoso.

Davvero sfortunata Poppea (nata intorno al 30 d.C. e spirata, dopo interminabili ore di angosciante, dolorosa agonia, nel 65 d.C.) che pure aveva brigato a lungo, a cominciare dall’anno 58 a.C., benché fosse maritata, per sposare Lucio Domizio Enobarbo divenuto, per affiliazione, Nerone Claudio Augusto Germanico e con questo nome salito al trono. Infatti era stato generato da Gneo Domizio Enobarbo e da Agrippina Minore e soltanto per le mene materne aveva avuto la possibilità di diventare imperatore.

La genitrice, attenta, protettiva, ambiziosissima, fin dall’inizio, non aveva visto di buon occhio la futura nuora (che aveva sette anni più dell’amato) e si era vigorosamente, quanto invano, opposta alle nozze. Aveva notato, infatti, la forte personalità di Poppea e quanto potere di influenza esercitasse sul figlio: non gradiva che qualcuno la potesse scalzare dal proprio ruolo, in quel momento egemone, a corte.

Un conto un amorazzo clandestino, tutt’altra cosa un matrimonio che avrebbe scompaginato tutte le trame intessute per anni da Agrippina.

L’Augusta, tra l’altro, si era spesa e battuta senza sosta e senza regole o freni morali per far salire al trono il figlio (incoronato a 17 anni), tanto da servire al marito, l’imperatore Claudio, vivande avvelenate per toglierlo di mezzo. Quando si accorse, però, che la propria autorità sul rampollo prediletto si andava sempre più affievolendo e scemando, commise l’errore di caldeggiare la ventilata candidatura di Britannico, forse sofferente di epilessia (e comunque tenuto fuori dalla successione dal padre stesso), figlio della prima moglie di Claudio. Il veleno –

Nerone, generato da tanta madre, era altrettanto, se non più, spietato, sebbene Tacito racconti che, una volta, nel firmare una condanna a morte avesse pronunciato la frase “Come vorrei non saper scrivere” – tolse di mezzo lo scomodo concorrente. Agrippina, a sua volta, corse il rischio di venire accusata di “cospirazione” (pena prevista, la morte) e scampò al patibolo soltanto per l’intercessione di Afranio Burro, prefetto del pretorio e del filosofo Seneca, istitutore e consigliere – molto ascoltato in quella fase iniziale della gestione del potere – di Nerone.

La situazione, tuttavia, precipitò definitivamente quando Agrippina espresse in pubblico la propria contrarietà all’unione formale del figlio con Poppea, che era sposata con Salvio Otone (divenuto, anni dopo, nel 69 d.C., per poche settimane, imperatore pure lui). Pare sia stata proprio la “promessa sposa” – in quella corte nido di serpi e di intrighi – ad istigare l’amante a liberarsi, una volta per tutte, dell’ingombrante figura materna: lo sosteneva, tra gli altri, durante le sue lezioni di Storia Romana a palazzo Manzoni, negli anni Sessanta, l’autorevole professore Massimiliano Pavan.

Fallito un primo tentativo di annegamento – che doveva apparire, secondo i piani neroniani, come una disgrazia, mentre l’Augusta si trovava a bordo di una nave, fatta affondare proditoriamente, davanti alle coste campane -, Nerone mandò, in modo sbrigativo, il fidato Aniceto ad ucciderla con la spada, quando non si era ancora ripresa dalla terribile disavventura (una sua dama di compagnia, caduta pure lei in mare, per salvarsi, chiese aiuto spacciandosi per Agrippina e venne ammazzata a colpi di remo dai legionari, mentre l’Augusta riuscì, sfiancandosi e in silenzio – aveva compreso benissimo di essere il vero bersaglio degli assassini – a raggiungere, in piena notte, la riva a nuoto) e si trovava ospite nella villa di amici sul Lago Lucrino, nei Campi Flegrei, tra Baia e Pozzuoli.

Sbarazzatosi della madre, morto Burro e allontanato dalla corte Seneca (finito in Corsica), l’imperatore, con l’appoggio del nuovo prefetto del pretorio, Gaio Ofonio Tigellino, suo complice in atrocità di ogni tipo, arrivò a ripudiare la prima moglie, Claudia Ottavia (sua cugina di secondo grado, tanto che i contemporanei criticarono il sovrano etichettandolo come “incestuoso”), con la scusa che fosse sterile e, infine, la spedì con una accusa (falsa) di adulterio (e pensare che era fin troppo casta ed onesta per un dissoluto come il coniuge, sposato per motivi politici e dinastici) in esilio sull’isola Pandataria, odierna Ventotene, dove fu fatta ammazzare per mano dei pretoriani che portarono a Roma la sua testa, quale prova dell’eseguito ordine.

L’imperatrice – fidanzata a 12 anni e sposa per dieci anni del mandante del suo massacro – vantava natali illustri essendo nata dall’unione tra l’imperatore Claudio e Valeria Messalina, figlia di un console. Famiglie, dunque, al top dell’aristocrazia romana.

Ma Nerone quando s’incapricciava di qualcosa non si fermava davanti ad alcun ostacolo. Poppea potè coronare, a quel punto, il suo sogno sposando Nerone e salendo al trono: finalmente Augusta. Figlia di un vecchio pretore, Tito Ollio e di Poppea Sabina Maggiore, la fascinosa matrona era già passata sul talamo di due mariti: Rufrio Crispino (al quale aveva partorito, un figlio maschio dello stesso nome del padre, fatto annegare dal sospettoso patrigno, pochi mesi dopo la tragica fine della madre, durante una battuta di pesca in mare, perché quando giocava con gli amici si faceva chiamare generale, titolo che denotava, per il sovrano, troppa ambizione: aveva appena quattordici anni) e Salvio Tullio Otone, amico personale e di infanzia di Nerone.

Otone – che aveva impalmato Poppea in pratica su “invito” dell’imperatore (avrebbe dovuto svolgere il semplice ruolo di “uomo dello specchio” e facilitare la tresca tra gli amanti), finendo per innamorarsene perdutamente – aveva tentato, sulle prime, di opporsi alla “cessione” della consorte, come preteso dall’imperatore: quando si era reso conto di rischiare la vita si era arreso, accettando il governatorato in Lusitania, l’attuale Portogallo, graziosamente offertogli come riparazione.

Particolarmente appassionata e persino romantica la luna di miele tra i novelli sposi. Nerone vergò di propria mano anche un poemetto sulla venustà dell’amata e sui suoi lunghi, fluenti capelli biondi, di cui rimane traccia visiva sulle monete coniate all’epoca. Nacque anche il frutto della loro focosa voluttà: Claudia Augusta, morta a soli quattro mesi e divinizzata per volontà paterna. Poppea possedeva, oltre ai terreni in Umbria, pure una splendida villa ad Oplontis, odierna Torre Annunziata – i cui maestosi resti sono stati recuperati qualche decennio fa, sotto le ceneri e i lapilli, eruttati dal Vesuvio, che nell’ottobre del 79 a.C., devastarono la zona fino a Pompei ed Ercolano -, arricchita e abbellita da una serie di pitture murali suggestive e ben conservate.

Si racconta che Poppea, come Cleopatra un secolo prima, grosso modo, adorasse farsi il bagno, per mantenere la sua beltà e la pelle morbida e vellutata, nel latte d’asina. Aggiunge la vulgata che le bestie, condotte dagli schiavi, fossero costrette addirittura a seguirla nei suoi frequenti viaggi in modo che i trattamenti non fossero mai interrotti.

L’anno successivo, mentre Nerone si trovava nella sua villa di Anzio, cittadina dove era nato, scoppiò il devastante incendio di Roma (iniziò il 18 luglio e andò avanti per più giorni tanto da distruggere gran parte della città, costruita nei quartieri popolari quasi tutta in legno), di cui il sovrano venne indicato, dal popolo intero, come responsabile.

Pochi mesi più tardi, nel 65, l’omicidio (preterintenzionale?) di Poppea. Il marito si mostrò molto addolorato – se fosse sincero o facesse sfoggio della sua arte nella recitazione di cui si dilettava, tra lo sconcerto dei senatori, nessuno può dirlo – per la traumatica dipartita della consorte e fece organizzare un fastoso funerale al termine del quale ordinò che venisse divinizzata.

La salma venne poi tumulata, con tutti gli onori previsti dal rango della scomparsa, nel Mausoleo di Augusto. Quindi, Nerone, si consolò sposando, dopo averlo fatto evirare, un bellissimo liberto adolescente, Sporo, che presentava – secondo lui – una forte, singolare, impressionante somiglianza nel viso con Poppea.

Dopo neppure un anno di … lutto, comunque, celebrò nuove nozze, più tradizionali, con Statilia Messalina, lei stessa al terzo matrimonio, nata da Tito Statilio Tauro Corvino e coniuge di Marco Giulio Vestinio Attico, il quale non aveva nessuna intenzione di staccarsi dalla moglie e venne costretto a darsi la morte.

Statilia Messalina, al momento della tragica caduta del marito, riuscì a salvare la vita. Mentre Nerone si suicidava con l’aiuto del segretario Epafrodito (le sue ultime parole, da megalomane quale si era sempre dimostrato, sarebbero state: “Quale attore perisce con me!”), lei riuscì a scampare alle vendette.

Anzi fu persino richiesta in moglie da Otone, assurto al trono per tre mesi (nel 69 a.C., l’anno dei quattro imperatori: Galba, Vitellio, Otone e Vespasiano), ma la donna si guardò bene dall’accettare di risposarsi. Morì sotto Domiziano, il cui regno durò dall’ 81 al 96 d.C.: questo particolare certifica che l’ex imperatrice si spense tra i 50 e i 65 anni, essendo nata nel 40 d.C. o giù di lì.

Le fonti sostengono che Statilia Messalina avesse dato vita e ospitasse nella sua villa urbana e con continuità, fino all’ultimo giorno della sua esistenza, uno dei più vivaci e stimolanti salotti della capitale, degno di una Augusta quale era stata per circa tre anni.

Nerone, invece, odiato da tutti e da tutti abbandonato (il sanguinario Tigellino compreso) fu tumulato alla chetichella e senza cerimonie pubbliche dalla liberta Atte, unica a restargli sempre fedele, sul Pincio, dove riposavano i suoi progenitori paterni, i Domizi Enobarbi. Almeno dopo la morte, Poppea, si è presa, sepolta accanto al capostipite Augusto, la sua pur effimera e vana, rivincita sul violento marito

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