✍ I Racconti – 1949 una sentenza fece discutere molto l’Italia appena uscita dal fascismo

gli autori materiali del feroce omicidio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli furono tutti assolti

1949 una sentenza fece discutere molto l’Italia appena uscita dal fascismo

1949 una sentenza fece discutere molto l’Italia appena uscita dal fascismo

elio clero bertoldi

di Elio Clero Bertoldi
PERUGIA – In Francia avevano condannato, e in maniera pesante, gli autori materiali del feroce omicidio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli, avversari del fascismo e anime del movimento politico “Giustizia e Libertà”; in Italia i mandanti del vile massacro, con agguato, in terra straniera, furono invece tutti assolti: uno per non aver commesso il fatto, gli altri due per insufficienza di prove. E molte furono le voci, anche autorevoli (tra le prime ed influenti quella di Gaetano Salvemini), che bollarono il giudizio favorevole agli imputati, che già nel marzo del 1945 erano stati ritenuti colpevoli e condannati all’ergastolo e a pene detentive.

Carlo, classe 1899, e Sabatino “Nello” Rosselli, di un anno più giovane, spiccavano quali figure di primo piano dell’antifascismo italiano, oltre che come grandi intellettuali; il primo era espatriato e dopo aver preso parte alla guerra di Spagna (insieme al repubblicano perugino avvocato Mario Angeloni, morto eroicamente al primo scontro con le truppe franchiste), dirigeva da Parigi la lotta a Mussolini; il secondo, professore a Pisa di storia risorgimentale, aveva raggiunto in quella primavera, il fratello per aggiornarlo sulla situazione italiana e per ricevere istruzioni, consigli e disposizioni.

L’omicidio fu consumato il 9 giugno del 1937, mentre i due fratelli, in auto, stavano viaggiando verso la città di Bagnoles de l’Orne, un centro termale dove Carlo doveva curarsi. Un commando della destra estrema, detta “La Cagoule”, fingendo di essere rimasto in panne con la propria vettura, riuscì a far fermare i due fratelli, pronti senza alcun sospetto, a dare una mano agli automobilisti che, bloccati ai margini della strada, chiedevano soccorso.

Nello appena sceso dall’auto, fu raggiunto da quattro colpi di pistola e finito con ben 17 coltellate; Carlo, rimasto seduto al posto del passeggero, fu freddato con due pallottole, poi uno dei killer infierì sul corpo con quattro pugnalate.

La magistratura d’Oltralpe comminò, nel 1948, tre pene capitali, i lavori forzati a vita del reo confesso Fernando Jacoubiez ed altre 23 condanne (altri 11 imputati vennero assolti). Nel 1942 un altro membro del commando, che era fuggito in Spagna ed era poi rientrato partecipando alla Resistenza, era stato fucilato come ostaggio, nemesi della storia, dai nazisti nel marzo del 1942. Studioso di storia e letteratura, aveva lasciato un diario che aveva permesso di ricostruire le azioni ed i nomi dei capi e dei componenti dell’intera banda.

Il processo mise in luce come i “Cagoulards” avessero commesso l’atroce delitto su mandato dei servizi segreti del regime italiano che, in cambio del ‘favore’, avevano promesso un carico d’armi (2000 mitra Beretta). La gendarmeria aveva scoperto come un colonnello italiano avesse tenuto i contatti con “La Cagoule”, che un ruolo decisivo avessero rivestito un maggiore, capo del controspionaggio italiano in Piemonte (SIM, servizio interno militare) e un alto funzionario del ministero, segretario di Galeazzo Ciano.
Il 10 marzo del 1945 l’Alta corte di Giustizia aveva condannato a morte il funzionario del ministero (con sentenza inappellabile), ma pochi mesi più tardi la suprema corte di Cassazione aveva accolto l’istanza per un nuovo processo.

Così il giudizio fu affidato alla corte d’assise di Perugia. Che, il 24 ottobre 1949, assolse i tre imputati, due dei quali con formula dubitativa.

Alcuni commentarono velenosamente il verdetto sostenendo come molti magistrati fossero debitori, per la loro carriera, del ministro della giustizia della RSI Piero Pisenti, nato a Perugia, e che con le assoluzioni i giudici perugini si fossero “sdebitati” per i favori ricevuti. Altri puntarono il dito sulla continuità dello Stato fascista, nella magistratura e nelle forze armate, anche dopo la Liberazione.

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