✍ I Racconti – Francesco e Alì, nuove prospettive “Dio è Uno, noi siamo tutti fratelli”

 
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Francesco e Alì, nuove prospettive “Dio è Uno, noi siamo tutti fratelli”

di Elio Clero Bertoldi
PERUGIA – La colomba bianca liberata in Iraq da papa Francesco può diventare un simbolo degli uomini di buona volontà dei giorni nostri e, si spera, dei tempi a venire. Una colomba “rivoluzionaria”, segno di un cambio di mentalità, di prospettiva tra le religioni ed i popoli.

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Jorge Bergoglio ha effettuato, tra il 5 e l’8 marzo, un viaggio storico nella terra di Abramo, cui fanno capo le tre grandi fedi monoteistiche: l’ebraica, la cristiana, la musulmana (indicate in ordine di nascita).

Il papa gesuita ha calpestato la terra di Najaf, città santa degli sciiti, di Nassiriya, di Ur (luogo di nascita di Abramo), di Erbil (centro dei curdi cristianizzati), di Mosul (creata capitale del Califfato dell’Isis), di Qaraqosh (dove, oggi, sopravvive il più significativo numero di cristiani).

l contrario del suo omonimo Francesco d’Assisi (che nel 1219 aveva incontrato nel corso della quinta Crociata il sultano Kamil Al Kamil, nipote del Saladino, il “feroce” per antonomasia agli occhi degli occidentali) arrivato a Damietta con l’intenzione di convertire, di evangelizzare, di diffondere la fede tra gli islamici o di morire martire, così come era tragicamente avvenuto ai suoi cinque fraticelli mandati in Marocco con lo stesso incarico missionario, il pontefice ha visitato l’Iraq per portare, piuttosto, parole ed esempi di pace, di fratellanza, di comprensione, di rispetto, tra credenti in un unico Dio. Un incontro tra pari, dunque. Con un discorso sintetizzabile con il concetto: “Dio è Uno, noi tutti suoi figli, siamo fratelli”.

Il gesto di Alì Al Sistani, che si é alzato in piedi per ricevere il pontefice romano (raccontano che rimanga sempre seduto quando accoglie un qualche ospite) lascia ipotizzare che l’ayatollah abbia compreso il messaggio e ne condivida i fini: rispetto e tolleranza tra credenti di ogni religione e mai più guerre e massacri in nome di Dio.

Nel caso che il seme gettato cresca davvero e maturi ad ogni livello all’interno delle rispettive comunità (gli estremismi sono presenti e tuttora operanti, anche in armi, sia nell’Islam, sia tra i cristiani), le religioni dimostreranno una più sincera e concreta fratellanza reciproca in tutto il mondo e, nello specifico, nell’area Mesopotamica, la vita per tutti diventerà più serena.

Ai tempi di Saddam Hussein, dittatore ed esponente del partito Baath, vivevano in Iraq un milione e mezzo di cristiani. Suddivisi, soprattutto, tra la capitale Baghdad, la provincia di Ninive ed il Kurdistan. Addirittura uno dei più stretti collaboratori del dittatore, il ministro Tareq Aziz, professava pubblicamente la sua fede cristiana. Come uno dei leader ed ideologo del partito Baath, il siriano Miguel Aflaq. Oggi nel paese dei due fiumi (il Tigri e l’Eufrate) si contano intorno ai 250mila cristiani: vale a dire che 5 fedeli su 6 sono stati uccisi, oppure sono dovuti fuggire o, ancora, le violenze e le torture li hanno costretti ad abiurare.

Francesco ed Alì – questo l’augurio – potrebbero diventare veri profeti della pace tra le religioni, dopo secoli di lotte sanguinose, bestiali, agghiaccianti – su un fronte e sull’altro, sia chiaro – che hanno caratterizzato da secoli i rapporti tra Oriente ed Occidente. Forse s’annuncia l’alba di una nuova era in cui “l’altro“ (laico o credente di una fede diversa) sarà visto e considerato come “fratello”, non più come “infedele” da uccidere in nome di Dio.


Foto di sipa da Pixabay

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