Santopadre, due o tre cose che emergono dal suo “sfogo”

 
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Santopadre, due o tre cose che emergono dal suo “sfogo”
Massimiliano Santopadre

Santopadre, due o tre cose che emergono dal suo “sfogo”

di Elio Clero Bertoldi
PERUGIA – Due o tre cose che emergono dalla lunga conferenza stampa di Massimiliano Santopadre. Prima, come è ovvio, le linee ed i progetti: la difesa della categoria, la serie B, in primis (la C non vanta “appeal” economico, anzi costa sacrifici di tasca propria); il profondo rinnovamento della rosa (si annunciano una dozzina di nuovi acquisti, mentre dovrebbero restarne, grosso modo, altrettanti); l’invito all’amministrazione comunale a provvedere, quale proprietaria dell’impianto, ai problemi di sicurezza del Curi; il gelo dei rapporti con Fabio Caserta (“Mi sono sentito tradito sul piano umano”); la speranza di un lungo sodalizio con Massimiliano Alvini, il nuovo tecnico.

Tuttavia a sviluppare una analisi, una esegesi, dell’appassionato sfogo presidenziale, al di là ed al di sopra della sua versione dei fatti, spuntano anche aspetti non detti, ma che fioriscono tra le sue affermazioni. Come insegna a fare Sigmund Freud nella “Psicopatologia della vita quotidiana” cercando di leggere, di interpretare le frasi ed i comportamenti di chi ci sta davanti.

A parte gli anacoluti, il calpestamento della “consecutio temporum”, gli strafalcioni (su tutti: “Caserta a Perugia è stato voluto bene”), il patron merita un complimento: in un paio di passaggi ha indossato i panni del sofista, come quando ha rovesciato il concetto: “Quando uno dice che preferisce il progetto più importante, sta ammettendo di essere scarso”.

Questa tecnica retorica venne utilizzata da Carneade, Diogene di Babilonia e Critolao che, inviati a Roma da Atene, scandalizzarono, a metà del secondo secolo AC, i romani, molto concreti, sostenendo un giorno una tesi e l’esatto contrario il giorno successivo. Furono subito scacciati. Ed ha ricordato, in un altro passaggio, Diogene, il cinico, quando ha sostenuto di cercare “l’Uomo”, prima che l’allenatore. Come faceva il filosofo che girava nudo dentro una botte e con una lanterna in mano, alla ricerca dell’uomo, cioè del saggio, del savio, del vero filosofo.

L’altro versante sul quale Santopadre ha scoperto e messo a nudo il suo modo di pensare, la sua personale visione del mondo, si basa sulla forza, sul primato dell’interesse economico. Parlando del “tradimento” sul piano umano di Caserta, ha rivelato di esser riuscito, vantandosene, a “tramutare la vicenda in una opportunità per l’azienda”. Cioè bussando a denari, sia con Oreste Vigorito, presidente del Benevento, sia con l’allenatore (strappandogli, per mandarlo libero, un paio di mensilità, a lui ed allo staff e quel che è peggio, per la sua valenza morale, il premio promozione). “Nel calcio – ha rimarcato – io do una cosa a te, tu dai una cosa a me”. I rapporti di vita basati sul baratto, dunque.

Tuttavia, con le sue affermazioni Santopadre dimostra di non aver studiato bene (o per nulla) la filosofia perché queste dichiarazioni si ritorcono contro di lui e, come un boomerang, concretizzano una confutazione, una crepa all’interno del proprio ragionamento.

Se, infatti, l’interesse viene preso a sistema per regolare i rapporti tra le persone, è giusto che ognuno operi le sue scelte alla luce del proprio vantaggio: che cioè “sfrutti l’opportunità aziendale”, per dirla con le parole del patron. Per cui l’accusa di tradimento, come quella di essere “scarso” per aver abbracciato un progetto, quello del Benevento, più consistente, si sgretola e cade. Caserta – ammesso e non concesso che non esistano altre motivazioni nella sua scelta sofferta (finora conosciamo il suono di una sola campana) – altro non avrebbe fatto che ragionare e comportarsi, né più né meno, in linea col modo di fare che è la stella cometa delle determinazioni del presidente Santopadre: l’interesse economico, prima di tutto e su tutto.

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