Covid: primario terapia intensiva Perugia, ‘primi segnali di riduzione pressione’

 
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Terapie intensive sature in Italia superata soglia critica le regioni in difficoltà

Covid: primario terapia intensiva Perugia, ‘primi segnali di riduzione pressione’

“Vediamo i primi segni di una riduzione della pressione in terapia intensiva. E’ la mia sensazione, che spero di vedere confermata nei prossimi giorni. La settimana scorsa è stato il momento più delicato. Ora la curva è in flessione ma serve una stabilizzazione per essere sicuri”. A dirlo, all’Adnkronos Salute Edoardo De Robertis, primario di anestesia e rianimazione all’ospedale di Perugia, struttura che nelle ultime settimane ha attraversato una fase critica, come tutta l’Umbria, Regione dove la soglia massima di occupazione dei posti letto per pazienti Covid nelle terapie intensive, fissata dal ministero al 30%, è stata ampiamente superata arrivando al 56%.

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Una situazione peggiore rispetto alla prima ondata. Nell’intera Regione “abbiamo superato gli 80 ricoveri in contemporanea in terapia intensiva, nella prima ondata si era arrivati al massimo a 75”, ha detto De Robertis. Il problema nella Regione è soprattuto quello di reperire il personale per i letti di cure intensive che in questi mesi sono stati più che triplicati. “Reperire personale, medici e infermieri, è più difficile. Il maggior numero di ricoveri in intensiva è stato coperto riducendo l’attività ordinaria no Covid. E questo è ovviamente un sacrificio generale”.

“Stiamo facendo fronte con il grande spirito di collaborazione da parte di tutti”, dice De Robertis che ringrazia anche “i colleghi della Lombardia che “sono venuti in Umbria a dare una mano per tre settimane”, così come “va riconosciuto l’impegno degli specializzandi e dell’università in questa emergenza”.

L’Umbria “è stata fortunata un anno fa perché abbiamo vissuto il picco in ritardo rispetto al resto d’Italia. Ed è quindi riuscita a prepararsi adeguatamente e a rispondere alla prima fase. Siamo stati sfortunati questa volta perché siamo stati i primi a soffrire del problema delle varianti che, purtroppo, porta con sé altri numeri, con una diffusività diversa della patologia. Rispetto alla prima ondata, in oltre, in terapia intensiva abbiamo più 50enni e 60enni”, conclude De Robertis. (Ram/Adnkronos Salute)

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