Alunni, “Pronti rischiare nostre risorse” dice presidente Confindustria

 
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Alunni, "Pronti rischiare nostre risorse" dice presidente Confindustria

Alunni, “Pronti rischiare nostre risorse” dice presidente Confindustria

Si è svolta in diretta streaming la parte pubblica dell’Assemblea annuale di Confindustria Umbria, dal titolo “Umbria industriale. Decidere per la crescita”. Un momento di riflessione e confronto sui temi che caratterizzano il territorio e il suo sviluppo, che attraverso il collegamento streaming ha coinvolto oltre al pubblico “tradizionale” dell’assemblea confindustriale, l’intera comunità regionale.

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“Abbiamo deciso di aprire la nostra Assemblea a tutti i cittadini dell’Umbria perché in tempi come questi vogliamo che sia chiaro che Confindustria Umbria vuole agire per il bene comune di tutti, non solo per i legittimi interessi dei propri associati”, ha evidenziato il Presidente di Confindustria Umbria Antonio Alunni aprendo i lavori.

All’Assemblea sono intervenuti la Presidente della Regione Umbria Donatella Tesei e il Presidente di Confindustria Carlo Bonomi.

Le gravi difficoltà causate dall’emergenza sanitaria e le sfide da cogliere per favorire la ripresa del sistema economico e sociale: questi i temi-chiave affrontati dal Presidente Antonio Alunni, che ha sottolineato l’urgenza di azioni strategiche e incisive.

“La pandemia – ha affermato Antonio Alunni – ci obbliga a ripensare molte cose che avevamo date per certe o per acquisite. Il momento di farlo è adesso, non quando sarà passata. Perché è nei tempi di crisi che si deve progettare il dopo”.

La situazione attuale è stata determinata da un disastro naturale che ha accentuato una crisi economica già esistente e mai davvero superata: “Il maggior pericolo per tutto il mondo avanzato – ha osservato il Presidente Alunni – è adesso che questa crisi economica generi una crisi morale. Vi sono purtroppo segni molto concreti di questo”. Secondo il Presidente Alunni è “illusorio credere che la crisi scomparirà grazie all’aumento senza confini del debito pubblico, così come è illusorio credere che l’unico modo per uscirne sia quello di separare a lungo il reddito di ogni persona dal suo contributo reale al processo economico o quello del ritorno allo Stato imprenditore su larga scala. In momenti di crisi come questo – ha aggiunto il Presidente – è particolarmente preoccupante l’espansione della mano pubblica nella proprietà delle aziende”.

La certezza, nella crisi attuale, è che l’industria è il solo settore che abbia resistito e resista alla pandemia. “La ricchezza prodotta dall’industria – ha ribadito Antonio Alunni – è oggi il vero asse di resistenza del nostro Pil. È dall’industria che viene un’occupazione non precaria. È dalla ricchezza prodotta dall’industria che vengono le risorse pubbliche necessarie per mantenere i beni pubblici e sostenere settori produttivi in crisi. Stiamo facendo la nostra parte, e la faremo”.

Molto è stato fatto dalle imprese, durante l’emergenza, per garantire la continuità della produzione in sicurezza: “Abbiamo riorganizzato le nostre fabbriche – ha ricordato il Presidente Alunni – con sforzi enormi, per renderle dei luoghi sicuri. E adesso tutti riconoscono che le fabbriche sono i luoghi di lavoro più sicuri del nostro Paese. Abbiamo dimostrato una formidabile responsabilità, in un Paese nel quale spesso la sola cosa disponibile sono le buone intenzioni”.

Per progettare il futuro dell’industria e, quindi, del territorio, occorre guardare avanti con pragmatismo e senso di responsabilità.

“Il progresso economico del nostro Paese e della nostra Regione potrà venire solo dall’innovazione, di prodotto e di processi. E dall’innovazione tecnologica, che permette l’una e l’altra”, ha spiegato Antonio Alunni.

Per superare questo periodo e dare maggiore competitività al territorio, è necessaria un’azione sinergica tra mondo delle imprese e istituzioni, favorendo investimenti in ricerca e innovazione e creando un ambiente efficiente in termini di pubblica amministrazione.

Il ruolo degli industriali nella costruzione del futuro è centrale: “Dobbiamo usare il nostro importante patrimonio di credibilità per contribuire al bene comune – ha sottolineato il Presidente Alunni – favorendo nei nostri territori la formazione di una nuova classe dirigente responsabile, che capisca profondamente i principi dell’economia moderna e dei mercati nella quale essa si realizza”.

Strategica la collaborazione con le pubbliche amministrazioni: “Per svolgere il loro lavoro, gli imprenditori – ha sottolineato il Presidente Alunni – devono poter operare in un quadro legislativo e regolamentativo che favorisca la creazione di ricchezza e non la ostacoli. Devono potersi rivolgere ad una macchina burocratica efficiente e veloce nelle sue decisioni”.

Questo è il tempo delle decisioni: “Siamo pronti a rischiare le nostre risorse – ha concluso Antonio Alunni – per il futuro delle nostre aziende. Chiediamo che anche il mondo delle istituzioni, a partire dalla nostra Regione, prenda le decisioni che gli competono. Non in una logica di ricerca del consenso a breve periodo, ma nella logica di perseguire il bene comune di questa e delle generazioni future”.

La Presidente della Regione Umbria Donatella Tesei, nel proprio intervento ha osservato: “L’Umbria è arrivata al Covid in una situazione economica fortemente compromessa. Le misure insieme intraprese in questo 2020, però, ci hanno consentito di “far tenere” il tessuto socio-economico, che in Umbria non si è disgregato. Ora l’Umbria continua a guardare alla tenuta, con altre misure di sovvenzione di vasta portata, ma sta già agendo sul versante del rilancio, per esempio con un bando di 15 milioni di euro sulla ricerca e sviluppo pensato con Confindustria Umbria. In questo scenario voglio dire con coraggio che l’industria è tornata ad essere assolutamente centrale nelle politiche economiche regionali, perché è il motore più potente della nostra economia ed un acceleratore prioritario della stessa. Centrale per il recupero del Pil, centrale perché è l’aggregato che produce posti di lavoro, centrale perché ad essa è legato il recupero del reddito pro capite del lavoro dipendente, centrale perché è nell’industria che vi è la prospettiva di carriera e non di emigrazione dei nostri giovani. Non è una sfida impossibile per l’Umbria far tornare l’industria centrale”.

 


RELAZIONE DEL PRESIDENTE ANTONIO ALUNNI

Autorità, Signore e Signori partecipanti,

questa Assemblea di Confindustria Umbria si tiene oggi in tempi eccezionali. Ai tempi eccezionali, abbiamo deciso di rispondere con modalità eccezionali.

Le nostre Assemblee sono state da sempre aperte a molti protagonisti della vita istituzionale ed economica della nostra Regione. Oggi abbiamo deciso di aprire la nostra Assemblea a tutti i cittadini dell’Umbria. Perché in tempi come questi vogliamo che sia chiaro che Confindustria Umbria vuole agire per il bene comune di tutti, non solo per i legittimi interessi dei propri associati.

La pandemia ci obbliga a ripensare molte cose che avevamo date per certe o per acquisite. Il momento di farlo è adesso, non quando sarà passata. Perché è nei tempi di crisi che si deve progettare il dopo. Se si attende la fine della crisi – e questa non è una crisi: è una tragedia – non si hanno più le forze morali pienamente adeguate a farlo. Dobbiamo farlo adesso, che queste forze morali le abbiamo ancora vigorose.

Per Luigi Einaudi, figura particolarmente cara a noi imprenditori, grande economista e primo Presidente della Repubblica Italiana, la crisi del 1929, che era stata la vera origine della Seconda guerra mondiale, era stata una crisi morale, che si era poi trasformata in una crisi economica. Una crisi determinata dalla mancanza di regole, preceduta da una espansione incontrollata della finanza.

Non dobbiamo mai dimenticare che la crisi presente si innesta su di una crisi economico-finanziaria che nasce nel 2008, e che non è stata mai davvero superata. Non lo è stata in particolare dall’Italia, che dopo più di un decennio non è riuscita a tornare agli stessi livelli di allora.

Una crisi che non ha ragioni nell’economia reale, perché il capitalismo non ha mai visto una crisi che è intervenuta in un momento di grandi progressi tecnologici, come quelli avvenuti dall’inizio del secolo, con l’introduzione massiva degli strumenti informatici, dell’Intelligenza Artificiale per l’automatizzazione delle fabbriche, di Internet.

La crisi odierna è stata certamente determinata da un disastro naturale, quale è la pandemia. La pandemia ha generato, o piuttosto ha accentuato, una crisi economica.

Il maggior pericolo per tutto il mondo avanzato è adesso che questa crisi economica generi una crisi morale.

Vi sono purtroppo segni molto concreti di questo. È illusorio credere che la crisi scomparirà grazie all’aumento senza confini del debito pubblico.  È illusorio credere che l’unico modo per uscire dalla crisi sia quello di separare a lungo, e magari definitivamente, il reddito di ogni persona dal suo contributo reale al processo economico o sia quello del ritorno allo Stato imprenditore su larga scala.

Voglio essere chiaro. In momenti di crisi come questo è necessario ed è giusto che la mano pubblica intervenga, anche in maniera estesa, per contrastare la crisi di interi settori economici, ed anche per sostenere la domanda che è diminuita, spesso in modo fortissimo. Ma vi sono modi diversi con i quali la mano pubblica può intervenire.

Vi è un modo conforme ai principi di una economia di mercato. Questo significa che l’intervento della mano pubblica deve essere guidato da alcuni principi fondamentali.

In primo luogo, quello della reversibilità della sua azione. Ogni intervento deve essere tale che, finita la crisi, i mercati tornino al loro equilibrio naturale, ovvero quello che deriva dalla logica dell’offerta e della domanda, e dalla logica degli investimenti privati.

In secondo luogo, gli interventi della mano pubblica non devono alterare, o devono alterare il meno possibile, il peso relativo che i diversi settori economici avevano prima della crisi.

In terzo luogo, ogni intervento non deve perseguire un effetto redistributivo che depauperi alcune aziende o tipi di aziende. Le risorse necessarie per perseguire finalità sociali di emergenza devono essere reperite attraverso la tassazione generale, opportunamente rimodulata.

Purtroppo, è evidente come questi tre principi siano largamente violati in molte delle azioni che il Governo ha assunto sin dall’inizio della pandemia.

Particolarmente preoccupante è l’espansione della mano pubblica nella proprietà delle aziende. Una espansione che, differentemente da quanto è avvenuto e avviene in altri Paesi crea le condizioni per far risorgere strutturalmente uno “Stato imprenditore”. Come se decenni di esperienza su cosa questo abbia significato di negativo per la produzione di ricchezza venissero di colpo cancellati.

La realtà è che dietro questa espansione non c’è solo uno stato di necessità mal gestito. C’è l’evidente rischio del ritorno a una precisa ideologia statalista che credevamo finita per sempre.

Come industriali, come imprenditori, abbiamo il dovere di opporci a tutto questo. Abbiamo il dovere di farlo con tutta la responsabilità che abbiamo come produttori della gran parte della ricchezza di questo Paese.

Autorità, Signore e Signori partecipanti,

in questa crisi vi è però una certezza. La certezza è che l’industria è il solo settore che abbia resistito e resista alla pandemia. La ricchezza prodotta dall’industria è oggi il vero asse di resistenza del nostro Pil.

È dall’industria che viene una occupazione non precaria. È dalla ricchezza prodotta dall’industria che vengono le risorse pubbliche necessarie per mantenere i beni pubblici e sostenere settori produttivi in crisi. Stiamo facendo la nostra parte, e la faremo. Credo sia doveroso che questo nostro ruolo ci sia pienamente riconosciuto.

All’arrivare della pandemia, abbiamo riorganizzato le nostre fabbriche, con sforzi enormi, per renderle dei luoghi sicuri. E adesso tutti riconoscono che le fabbriche sono i luoghi di lavoro più sicuri del nostro Paese. Abbiamo dimostrato una formidabile responsabilità, in un Paese nel quale spesso la sola cosa disponibile sono le buone intenzioni.

Noi guardiamo avanti. Noi progettiamo il futuro dell’industria e quindi del nostro Paese.

Il progresso economico del nostro Paese, il progresso economico della nostra Regione, potrà venire solo da una cosa: dall’innovazione. Innovazione di prodotto, innovazione di processi. E dall’innovazione tecnologica, che permette l’una e l’altra.

Il sistema capitalistico non è mai statico. Il sistema capitalistico non è un equilibrio di fattori, come molto spesso si tende a credere. Talché la crescita sarebbe assicurata dal mantenere ad ogni costo questo equilibrio. L’essenza del capitalismo, come ci ha insegnato Schumpeter, è esattamente il contrario. Il progresso si basa sulla rottura dell’equilibrio, che permette il progresso. Gli imprenditori sono i protagonisti di questa continua rottura dell’equilibrio, perché innovano continuamente.

Parlare di innovazione oggi, quando davanti alla pandemia tutti cercano di salvaguardare quello che hanno, potrebbe sembrare incongruo. Ma non lo è. Perché non riusciremo, come industriali e come sistema economico in generale, a salvaguardare quello che abbiamo se fin da adesso non gettiamo le basi e non operiamo per una forte innovazione. La battaglia per il futuro si vince solo guardando avanti!

Autorità, Signore e Signori partecipanti,

noi industriali abbiamo un patrimonio di credibilità importante. Non lo dobbiamo usare solo per azioni di difesa degli interessi delle nostre aziende. Lo dobbiamo usare per contribuire al bene comune, nel quale le nostre imprese traggono la linfa della loro azione.

Qui voglio sottolineare due tipi di azioni.

La prima è quella di favorire, nei nostri territori, la formazione di una nuova classe dirigente responsabile, che capisca profondamente i principi dell’economia moderna e dei mercati nella quale essa si realizza. Troppe volte le posizioni antindustriali derivano semplicemente dal fatto che non si conoscono questi principi. Lo possiamo fare organizzando corsi di formazione, incontri, scambi. In un modo pienamente collaborativo, e mai di contrapposizione.

La seconda è quella di aiutare le pubbliche amministrazioni a svolgere meglio il loro ruolo. Oggi le pubbliche amministrazioni hanno una carenza strutturale di personale tecnico. Ed è questa una delle principali ragioni per le quali gli investimenti pubblici, quelli necessari per la qualità della vita come per lo sviluppo economico, non vengono realizzati, anche quando vi sono le risorse. Le nostre aziende dispongono di un formidabile capitale umano di tecnici di alto livello, dagli ingegneri agli economisti. Mettiamoci a disposizione delle pubbliche amministrazioni dei nostri territori! In modo non invasivo, e sempre rispettoso della sfera di autonomia che esse devono avere.

Uno dei settori dove questa azione si può meglio svolgere è la scuola e la formazione professionale. Ovunque è avvenuto, il livello formativo è cresciuto in modo del tutto significativo. Con il risultato che la disoccupazione giovanile è diminuita, perché si sono formati giovani di alto capitale umano, subito richiesti dalle aziende. Dobbiamo fare di più. Possiamo fare di più.

I tempi straordinari nei quali viviamo impongono a noi industriali comportamenti straordinari. Il futuro delle nostre aziende non sta solo dentro le nostre aziende. Sta anche fuori dalle nostre aziende. Non possiamo, non dobbiamo ignorarlo. Non dobbiamo avere paura di parlare chiaro e forte, e di agire in modo efficace e visibile. Se non lo facciamo, porteremo una terribile responsabilità per il futuro negativo dell’Italia.

Tuttavia, questa volontà di agire per il bene comune non può rimanere isolata. L’industria, e più in generale l’impresa, non può ristabilire la crescita economica se non è posta nelle condizioni di operare su di un piano di eguaglianza con i Paesi più avanzati del mondo, e che sono anche nostri concorrenti.

Mi rivolgo qui alle Autorità presenti, e in particolare alla massima autorità politica della nostra Regione, la Presidente Tesei, alla quale va tutto il mio ringraziamento per il difficilissimo lavoro che deve affrontare ogni giorno.

Per svolgere il loro lavoro, gli imprenditori, e in particolare gli industriali, devono poter operare in un quadro legislativo e regolamentativo che favorisca la creazione di ricchezza, e non la ostacoli. Devono potersi rivolgere ad una macchina burocratica efficiente e veloce nelle sue decisioni.

Quello che noi chiediamo non è l’assenza di regole né di evitare le regole. Quello che noi vogliamo sono regole che siano alla pari di quelle di Paesi come la Germania o l’Austria. Noi non vogliamo meno Stato né vogliamo meno pubblica amministrazione. Perché lo Stato e la pubblica amministrazione sono indispensabili per produrre quei beni pubblici che fanno la qualità della nostra vita, e che producono quel capitale umano e sociale senza il quale non vi sarebbe l’industria.

Noi vogliamo uno Stato migliore, noi vogliamo una pubblica amministrazione migliore.

Alcuni di voi mi hanno già sentito affermare questi concetti. Mi scuso con loro. Ma sento l’esigenza di ripeterli sperando che essi possano essere sempre più condivisi e poi attuati. Proprio qui in Umbria, una Regione nella quale le imprese sono esposte non solo alla concorrenza di Paesi lontani, ma anche di territori di altre Regioni italiane, anche confinanti, le quali assicurano un ambiente economico più favorevole.

È chiaro che non sto chiedendo alle istituzioni politiche prebende e sovvenzioni. Sto chiedendo, invece, di dare all’industria umbra le stesse condizioni competitive, sia sul piano legislativo e regolamentativo, sia sul piano delle infrastrutture, di cui godono le industrie di altre Regioni italiane.

E se la creazione di infrastrutture materiali è una questione di risorse, che sappiamo essere limitate, la creazione di un quadro legislativo e regolamentare favorevole non è questione di risorse. È questione di volontà. Non vi sono scuse per non farla.

Autorità, Signore e Signori partecipanti,

permettetemi di concludere.

Il progresso della civiltà si basa su di una idea fondamentale: che i figli avranno una vita migliore dei padri. Una vita migliore sul piano sociale e sul piano economico.

L’industria è una delle componenti fondamentali della civiltà moderna proprio perché ha permesso, grazie allo spirito imprenditoriale e alla tecnologia, di assicurare alle generazioni presenti migliori condizioni di vita di quelle passate e a quelle future migliori condizioni di vita di quelle presenti.

Questo è il senso profondo dell’industria. Questo è il senso profondo di noi imprenditori. Quello che ci sostiene nel lavoro di tutti i giorni, e soprattutto quello che ci sostiene nei momenti di difficoltà come quelli attuali.

Noi siamo il mondo della responsabilità. Verso le nostre aziende, verso le nostre famiglie, verso i nostri dipendenti. Verso tutta la comunità nella quale operiamo. Non abbiamo il diritto di sottrarci, non abbiamo il diritto di ritirarci nel nostro privato. Saremmo pessimi cittadini, e saremmo pessimi industriali. Non possiamo avere dubbi su questo.

Oggi siamo davanti ad una crisi morale. Uno dei modi in cui si manifesta è il fatto che l’idea di un progresso continuo della società è andata a svanire. Le generazioni presenti hanno paura del futuro. I figli pensano che non riusciranno ad avere non solo un livello di vita migliore dei loro padri e madri, ma neanche un livello di vita eguale.

La vera tragedia è che questi sentimenti si stanno diffondendo e sono considerati come una cosa buona e giusta. Lo testimonia l’ideologia della “decrescita felice”. Una ideologia non solo sbagliata, ma contraria ai principi dello sviluppo civile e sociale.

Perché è grazie alla crescita economica che la durata della vita si è straordinariamente allungata in tutti i Paesi del mondo, compresi i Paesi poveri, che la vita delle generazioni presenti ha una qualità incomparabile con quella delle generazioni passate, che i conflitti sono diminuiti, e i rapporti tra le persone e le classi sociali non hanno più il carattere di scontro che avevano in passato.

L’industria è il testimone morale del progresso.  È nostro compito ricordare questa verità a tutto il  Paese, a tutti i cittadini. Perché l’Italia deve e può ritrovare quell’afflato verso il progresso e la crescita che l’hanno portata, dopo la tragedia della guerra, a diventare un Paese più prospero, più civile, più colto.

Questo è il tempo delle decisioni. Noi industriali prendiamo decisioni ogni giorno. Dalla loro correttezza dipende l’esistenza stessa delle nostre aziende.

Oggi dobbiamo prendere decisioni eccezionali per tempi eccezionali. Siamo pronti a rischiare le nostre risorse per il futuro delle nostre aziende. Chiediamo che anche il mondo delle istituzioni, a partire dalla nostra Regione, prenda le decisioni che gli competono. Non in una logica di ricerca del consenso a breve periodo, ma nella logica di perseguire il bene comune di questa e delle generazioni future.

Vi ringrazio.

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