Omicidio Meredith: «Sentenza sbagliata, Raffaele e Amanda colpevoli»

Omicidio Meredith  «Sentenza sbagliata  Raffaele e Amanda colpevoli»   Giornale dell Umbria(gdu) PERUGIA – Conto alla rovescia per la sentenza della Corte di cassazione sul ricorso presentato dalla Procura generale di Perugia contro il verdetto con cui la Corte d’assise d’appello del capoluogo umbro (presieduta da Claudio Pratillo Hellmann) ha assolto Amanda Knox e Raffaele Sollecito dall’accusa di aver ucciso, in concorso con Rudy Guede (condannato in via definitiva a 16 anni di carcere), la studentessa inglese Meredith Kercher, la sera del primo novembre 2007, nella casa di via della Pergola a Perugia. Un verdetto, quello della Corte d’assise d’appello di Perugia, che ha ribaltato quello di primo grado (corte d’assise presieduta da Giancarlo Massei), che aveva condannato Amanda a 26 anni e Raffaele a 25.

La Corte di cassazione si pronuncerà lunedì e intorno alla sentenza su uno dei processi più seguiti degli ultimi decenni c’è grande attesa ed attenzione (già si sono accreditate presso la Cassazione circa 200 testate giornalistiche della carta stampata, della tv e dell’on-line). Se la Corte di cassazione confermerà la sentenza d’appello, il verdetto di assoluzione diventerà definitivo, se, invece, darà ragione al ricorso della Procura generale, si dovrà ricelebrare il processo d’appello, che in questo caso si svolgerebbe a Firenze.
Presentiamo in anteprima il ricorso della Procura generale della Repubblica di Perugia, firmato dal procuratore generale Giovanni Galati e dal sostituto procuratore generale Giancarlo Costagliola, che lo ha redatto in stretta collaborazione con i pm Giuliano Mignini e Manuela Comodi.
Le conclusioni del ricorso
Sono 10 i punti della sentenza contro i quali si articolo il ricorso. Una sequela di motivi tecnici e di “manifeste illogicità” contenute in 112 pagine che appaiono molto acute sia in punto di diritto, sia sul piano logico. Le conclusioni sono nette: «L’esame dei vari motivi di ricorso – afferma la Procura generale – ha evidenziato i gravi errori logico – giuridici commessi dalla Corte d’assise d’appello (…) Dalla lettura della sentenza nel suo complesso, indipendentemente dai motivi singolarmente esaminati, emerge un’anomalia complessiva della decisione del giudice di appello: la Corte distrettuale si è posta, nel presente processo, non come un giudice d’appello a cui sarebbe spettata un’analisi in fatto e in diritto della sentenza appellata, con specifico riferimento ai motivi di appello ed alle osservazioni della Procura Generale, ma come una sorta di giudice “alternativo di primo grado”, il cui compito era quello di prendere una decisione sui fatti, senza dovere nemmeno esaminare la sentenza di primo grado». E rileva «l’anomalia di una relazione introduttiva nella quale il relatore (il giudice a latere Massimo Zanetti, ndr) ha esordito con un’affermazione gravissima per un “giudice terzo”, secondo cui l’unico fatto obiettivo davvero certo ed indiscusso” era il rinvenimento nell’immobile di via della Pergola a Perugia, del cadavere di Meredith Kercher, perché solo su questo punto le parti pubblica e private si trovavano d’accordo. Dall’analisi dei vari motivi di ricorso emerge il divario davvero radicale e del tutto sconcertante tra la realtà effettiva della sentenza di primo grado e la ricostruzione che della stessa ha dato la Corte d’assise d’appello».
Raffica di contestazioni
La tipologia degli errori commessi dalla Corte d’assise d’appello – afferma il ricorso – può in grandi linee così sintetizzarsi:
1) Il metodo di ragionamento, fondato sulla cosiddetta “petitio principii”, «che si è risolto nel vizio di motivazione nella forma della motivazione mancante o apparente«.
2) L’inosservanza dei principi di diritto dettati dalla Cassazione in materia di processo indiziario.
3)La violazione della principio dettato dall’art. 238 bis codice di procedura penale in materia di utilizzabilità e di valore probatorio, riconosciuto alle sentenze irrevocabili acquisite al processo.
4) L’inosservanza della norma (del codice penale, ndr) in relazione all’acquisizione al processo del cosiddetto memoriale di Amanda Knox, «che la Corte di assise di appello non ha tenuto in alcun conto, affermando fatti contraddetti dal memoriale di Amanda».
5) La mancata assunzione di una prova decisiva consistente: a) nell’espletamento dell’analisi genetica sul campione prelevato sul coltello dai periti nominati dalla Corte nel giudizio di appello, i quali non hanno proceduto alle analisi di tale campione violando uno specifico quesito contenuto nel conferimento dell’incarico peritale; b) nella mancata audizione del teste Aviello, che era già stato esaminato su istanza della difesa nel giudizio di appello, e di cui il procuratore generale aveva richiesto nuovo esame avendo il teste, nel corso dell’interrogatorio al pm per il delitto di calunnia, ritrattato le dichiarazioni dibattimentali e reso gravi dichiarazione sull’omicidio della Kercher.
6) Vizio del cosiddetto “travisamento della prova”, «realizzato più volte dalla Corte d’assise d’appello che ha ignorato l’accertamento di fatti insanabilmente contrastanti con la propria ricostruzione dei fatti. In tal modo la sentenza è incorsa nel vizio di contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione».
Alcuni punti chiave
Tre le decisioni contestate nel ricorso, l’ammissione della perizia (affidata a Carla Vecchiotti e Stefano Conti – contestatissimi della Procura – che hanno negato la validità dei risultati a cui erano giunte le analisi della polizia scientifica, condotte dalla dottoressa Stefanoni) nel giudizio di appello. «La Corte di assise di appello – affermano i procuratori Costagliola e Galati – avrebbe dovuto indicare quali fossero le (eventuali, ma insussistenti) lacune degli accertamenti genetici compiuti in primo grado; quali i temi non sviluppati a sufficienza; quali gli aspetti dell’indagine genetica meritevoli di ulteriori approfondimenti. Nulla di tutto ciò è stato scritto, limitandosi la Corte a ritenere se stessa inidonea a valutare autonomamente le conclusioni (evidentemente esaustive) rassegnate dai professionisti che si erano contrapposti in primo grado; con ciò esplicitamente ed inammissibilmente demandando al perito la scelta della tesi da preferire».
Quanto all’impianto complessivo di logica e tecnica giuridica, il giudizio del ricorso (motivato con numerose pagine e argomentazioni serrate) è tranchant: «La Corte d’assise d’appello di Perugia ha optato, invece, proprio per la valutazione parcellizzata dei singoli elementi probatori, come se ciascuno di essi dovesse avere sempre un significato assolutamente univoco e come se il ragionamento da seguire fosse di tipo deduttivo».
Gli errori logici
Tra gli errori logici rinvenibili nelle motivazioni della sentenza sul delitto Meredith (che ha assolto Amanda e Raffaele «perché il fatto non sussiste») emesso di Corte d’assise, afferma il ricorso presentato dalla Procura generale di Perugia sul quale lunedì si pronuncerà la Corte di cassazione, «uno è tanto frequente da essere indicativo di un vero e proprio errore di metodo. La fallacia (l’errore logico, l’errore di ragionamento) in cui è incorsa in più occasioni la Corte d’assise d’appello è quella della “petitio principii”, che è anche indicata sotto il nome di “aggirare la questione”. Aggirare la questione (o commettere “petitio principii”) significa assumere la verità di quanto si cerca di dimostrare, nel tentativo di dimostrarlo». La Procura generale avverte che «ogni “petitio” è un argomento circolare, ma il cerchio che si è venuto costituendo – se è molto ampio o di vaghi contorni – non viene riconosciuto».
E ancora: «Per chiarire il concetto è bene fare un esempio lampante di “petitio principii”, tenendo conto, però, che, solitamente, questo tipo di fallacia è meno apparente, e chiede dunque un maggior sforzo ermeneutico e logico per essere riconosciuto. L’esempio, che è rintracciabile anche nel volume di Copi e Cohen, è il seguente: “Non possiamo essere tutti famosi, perché non possiamo essere tutti ben conosciuti”. È evidente la “inutilità” di un simile argomento. Difatti, nella conclusione non si fa altro che ripetere la premessa, che si era assunto di dimostrare. Il che equivale a dire che la finta o apparente conclusione nulla – proprio nulla – aggiunge alla premessa, che resta totalmente indimostrata».
Tra i tanti esempi, la Procura generale cita quello dell’accusa della Knox a Patrick Lumumba. In questo caso, la Corte d’assise d’appello sostiene che la Knox ha accusato Lumumba perché le viene, in qualche modo, contestato un messaggino intercorso tra la stessa Knox e Lumumba. «Analizzando il ragionamento della sentenza sul punto – afferma la Procura generale – la Corte ragiona in questo modo: ipotizza che la Knox accusi Lumumba solo perché gli viene contestato quel messaggino telefonico, dunque [conclusione] la Knox accusa Lumumba perché chi la sta ascoltando le fa presente che era intercorso un messaggino tra lei e Lumumba. Ecco, come si vede, nella conclusione, la sentenza non fa altro che ripetere ciò che era in premessa e che, peraltro, resta indimostrato».
La sentenza di appello
Un vero colpo di scena quello avvenuto il 3 ottobre 2011, quando la Corte d’assise d’appello di Perugia, presieduta dal giudice Claudio Pratillo Hellmann (giudice a latere Massimo Zanetti), assolse Amanda Knox e Raffaele Sollecito, «perché il fatto non sussiste», dall’accusa di aver ucciso insieme a Rudy Guede, la sera del 2 novembre 2007 nella casa di via della Pergola a Perugia, la studentessa inglese Meredith Kercher. Un verdetto che ribaltò quello di primo grado del 4 dicembre 2009, quando la Corte d’appello di Perugia (presieduda dal giudice Giancarlo Massei) condannò Amanda a 26 anni e Raffaele a 25.
I due giovani sono stati assolti perché, secondo i giudici della Corte d’assise d’appello, a loro carico non ci sono elementi oggettivi per ritenerli colpevoli. «Il riesame, alla luce delle risultanze dibattimentali del primo grado e delle ulteriori acquisizioni del presente grado, delle circostanze di fatto nelle quali la Corte di assise di primo grado ha ritenuto di poter ravvisare elementi indiziari tali da legittimare una pronuncia di colpevolezza, ha evidenziato, a parere di questa Corte, la insussistenza materiale, prima ancora che la equivocità di tali elementi», scrivono il presidente Claudio Pratillo Hellmann e il giudice estensore Massimo Zanetti nelle conclusioni delle 143 pagine con le quali hanno motivato la loro sentenza.
I giudici passano in rassegna i diversi snodi del processo che, in secondo grado, è stato parzialmente rinnovato, con, in particolare, una perizia genetica su due indizi ritenuti cruciali: il coltello indicato come l’arma del delitto e il gancetto del reggiseno della vittima. Nelle loro conclusioni, di fatto, i giudici ritengono che il delitto possa essere stato commesso anche da una sola persona, Rudy Guede (16 anni di condanna, sentenza confermata in Cassazione).
Amanda, secondo i giudici, ha fatto il nome di Patrick Lumumba, suo datore di lavoro, non per distogliere l’attenzione degli investigatori da lei, ma per nel tentativo di sottrarsi alla pressione dell’interrogatorio. La calunnia, sottolineano, è certa, ma non da ritenersi con l’aggravante di essere consapevole di aver mentito.
Come non ritiene attendibile l’analisi del coltello, presunta arma del delitto, così la Corte ritiene che si sia verificata, «prima ancora della sua acquisizione da parte della polizia scientifica», la contaminazione del gancetto di reggiseno indossato da Meredith, sul quale gli investigatori isolarono il Dna della studentessa misto a quello di Raffaele Sollecito. I giudici di secondo grado hanno sostenuto di «condividere l’ipotesi di una probabile contaminazione».

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