Sul posto anche il garante dei detenuti Giuseppe Caforio
La tragedia del pomeriggio
Nel pomeriggio di lunedì 2 giugno 2026, un uomo di circa trent’anni si è tolto la vita all’interno della Casa circondariale di Capanne, in provincia di Perugia. Il detenuto, cittadino italiano in attesa della sentenza d’appello e alloggiato in una delle sezioni a regime aperto, ha atteso che il compagno di cella scendesse nel cortile per i passeggi — intorno alle ore 13:00 — per poi accostarsi il blindato della porta e impiccarsi. L’allarme è scattato soltanto alle 14:40, quando il coinquilino è rientrato nella stanza e ha trovato l’uomo privo di sensi. Il personale medico e gli agenti in servizio hanno immediatamente avviato le manovre di rianimazione, ricorrendo al massaggio cardiaco e al defibrillatore, ma ogni tentativo si è rivelato vano. Il medico di guardia ha dichiarato il decesso sul posto.
Le ore precedenti alla morte
Nella mattinata di quel giorno, tra le ore 10:00 e le 11:00, il detenuto aveva partecipato a una videochiamata con la madre, uno dei rari strumenti di contatto con il mondo esterno concessi ai reclusi. Non erano emersi, almeno apparentemente, segnali immediati di pericolo. Poi, nelle ore successive, qualcosa si è spezzato in silenzio, nell’indifferenza di un sistema che il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria — il SAPPE — descrive come strutturalmente inadeguato e da tempo in stato di abbandono.
Un solo agente per due sezioni
Al momento del fatto, un unico agente di polizia penitenziaria era di turno sull’intero piano, con il compito di sorvegliare contemporaneamente due sezioni aperte. Una condizione che il segretario nazionale SAPPE per l’Umbria, Fabrizio Bonino, definisce non soltanto insufficiente, ma materialmente impossibile da gestire in sicurezza. In situazioni simili, il controllo capillare dei detenuti diventa una chimera: l’agente non può essere fisicamente presente in entrambe le sezioni nello stesso momento, e ogni intervallo di tempo non sorvegliato può diventare fatale.
Bonino sottolinea come i colleghi vengano lasciati soli, privi di qualsiasi rete di supporto e costretti a gestire quotidianamente situazioni di emergenza che esulano dalle loro competenze specifiche. La prevenzione del rischio autolesionista, in queste condizioni, diventa di fatto impossibile.
Detenuti senza ascolto da mesi
Oltre alla carenza di personale, il SAPPE porta alla luce un secondo problema, forse ancora più grave sotto il profilo umano. Secondo quanto riferito dagli agenti, numerosi detenuti della sezione avrebbero inoltrato ripetute richieste formali di colloquio con il direttore dell’istituto, con il comandante di reparto, con gli educatori, con lo psichiatra e con gli psicologi. Richieste rimaste sistematicamente inevase per mesi interi, senza che nessuna delle figure istituzionali preposte si fosse resa disponibile a riceverli.
Si tratta, nella lettura del sindacato, di un vuoto assistenziale intollerabile. Un detenuto in difficoltà psicologica che non riesce ad accedere a un professionista della salute mentale da settimane o da mesi è un detenuto abbandonato. E la polizia penitenziaria, priva di formazione e strumenti terapeutici adeguati, si ritrova a tamponare con mezzi propri una crisi che richiede interventi specialistici.
Il Garante intervenuto dopo il decesso
A seguito della tragedia, è stato contattato il Garante regionale dei detenuti, Caforio, che si è recato tempestivamente all’interno dell’istituto e ha incontrato direttamente i detenuti. Il SAPPE esprime apprezzamento per la disponibilità e la sensibilità dimostrate dal Garante, che già in passato aveva mostrato attenzione alle condizioni dei reclusi umbri.
Tuttavia, la denuncia del sindacato si fa più aspra nei confronti della direzione e del comando di reparto, i quali — secondo Bonino — non garantirebbero una comunicazione regolare e tempestiva con la figura del Garante. Questi, invece di essere aggiornato in modo continuativo sull’evolversi delle criticità interne, verrebbe coinvolto soltanto in seguito a eventi drammatici già consumati. Una modalità reattiva, anziché preventiva, che il SAPPE considera inaccettabile.

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