L’Arringatore proviene da Pila di Perugia processo civile ristabilisce la verità storica

 
Chiama o scrivi in redazione


L'Arringatore proviene da Pila, il processo civile ristabilisce verità storica

L’Arringatore proviene da Pila, il processo civile ristabilisce verità storica

di Elio Clero Bertoldi
PERUGIA – Aulo Metello era un etrusco di Perugia e la sua statua proviene da Pila. Le “bugie” anche quelle storiche, basate sull’interesse del vincitore o del riccone di turno, hanno le gambe corte e prima o poi svaniscono davanti all’incedere della verità. Sebbene, nel caso in questione, ci siano voluti più di quattro secoli e mezzo. Fino ad oggi la statua dell’Arringatore, ospitata nel museo archeologico di Firenze, veniva (e viene) indicata, dalla maggioranza degli studiosi, come ritrovata a Tuoro sul Trasimeno in località Sanguineto e dunque attribuita agli etruschi della vicina Cortona. Solo la tradizione orale (e la meritoria opera della Pro Loco di Pila) e pochi esperti insistevano sulla provenienza dello splendido reperto dai campi intorno alla frazione del capoluogo umbro. Chiunque compulsi testi scritti o visiti siti sul web verificherà come in larghissima parte la statua venga descritta come proveniente dalla zona intorno a Cortona e come Perugia venga citata, nel migliore dei casi, come ipotesi alternativa.

Ora l’archivista e paleografo Alberto Maria Sartore, autore di numerose altre scoperte molto significative scovate in quella miniera che é l’Archivio di Stato, ha recuperato un importante documento giuridico dell’epoca, che taglia la testa al toro e costringerà il mondo accademico a rivedere le proprie posizioni e le proprie affermazioni.

La sua ricerca é stata pubblicata sull’ultimo numero del “Bollettino d’Arte” del Ministero dei Beni Culturali e rappresenta un vero e proprio “scoop” storico/artistico.
Con un paziente e certosino studio, portato avanti per tre lunghi anni, Sartore ha sfogliato minuziosamente le carte di un processo che la nobildonna perugina Mansueta de’ Mansueti e suo figlio Scipione avevano intentato nei confronti di un contadino, Costanzo di Camillo conosciuto come “Barbone di Pila”, durante il quale i giudici, nel corso di un procedimento durato sette anni (dal 1567 al 1574), avevano ricostruito l’intera vicenda. In pratica il contadino, impegnato nei lavori campestri (nei terreni di proprietà dell’aristocratica perugina), eseguiti nel luglio del 1567, aveva riportato alla luce la statua bronzea e l’aveva poi venduta all’orafo ed architetto perugino Giulio Danti.

Gli atti del processo, nei quali sono vergati non soltanto i nomi della latifondista e del coltivatore, ma anche di numerosi testimoni convocati sull’emiciclo, rappresentano dunque una scoperta tranciante sulle false “verità” diffuse subito la vendita del reperto al Granduca di Firenze, Cosimo de’ Medici (e questa é un’altra storia).
Sartore, funzionario dell’Archivio perugino, ha individuato persino il punto esatto del ritrovamento: ad un chilometro circa dal centro di Pila, ai margini della strada che conduce a San Martino in Colle.

L’articolo-saggio di Sartore (“L’Arringatore a Pila. La storia del ritrovamento nei nuovi documenti d’archivio”), che nella rivista é stato affiancato da contributi di Giorgio Postrioti (“Il contesto storico e topografico di Perugia e del suo territorio”) e di Luca Pulcinelli (“Lo stato delle ricerche sull’Arringatore e le nuove acquisizioni emerse”), diventa, in questo modo, la base per “rivendicare” la piena appartenenza alla comunità cittadina e regionale di un’opera d’arte così famosa e significativa. Gli etruscologi, poi, saranno chiamati a rileggere la storia del reperto attribuito a botteghe artigiane di Cortona o di Chiusi: anche a Perugia operavano artisti di grande livello.

L’opera alta 1 metro e 70 e fusa con la tecnica della cera persa (in sette parti poi riunite), mostra un uomo togato (con indosso la “toga exigua) che, con la mano destra portata in avanti, sembra pronto a pronunciare un discorso o una allocuzione. Una scritta in caratteri etruschi recita, grosso modo: “Ad Aulo Metello figlio di Vel e di Vesi…” oltre ad altre parole che non sono state decriptate, non almeno in maniera convincente. L’immagine rivela un etrusco romanizzato, sia nell’abbigliamento, sia nel comportamento, tra la fine del II secolo e l’inizio del I secolo avanti Cristo (prima, insomma, delle Guerre sociali).

Bentornato – sia pure virtualmente – nella tua terra, Aulo Metello.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*