La bella Clodia e G. Valerio Catullo quell’amore finito coi tradimenti di lei

 
Chiama o scrivi in redazione


La bella Clodia e G. Valerio Catullo quell’amore finito coi tradimenti di lei

La bella Clodia e G. Valerio Catullo quell’amore finito coi tradimenti di lei

di Elio Clero Bertoldi
Un amore intenso, assoluto per lui, un semplice flirt, un capriccio per lei.  Gaio Valerio Catullo (87 aC-54 aC), provinciale di Verona, rimase segnato, da quella che lui stesso definirà “insana passione”, per tutta la vita. Breve, purtroppo. Clodia Pulcra (94 aC-45 aC), romana, appartenente all’alta aristocrazia, figlia di Appio Claudio Pulcro, arrivato alla carica di console e sorella di Clodio Pulcro, tribuno rissaiolo e senza scrupoli, considerò la storia col poeta un amorazzo. Oggi si direbbe che per la splendida matrona, Catullo era stato un semplice “Toy boy”: un passatempo. Non immaginava nemmeno, la fascinosa aristocratica, che i carmi del suo ingenuo innamorato l’avrebbero resa immortale con lo pseudonimo di Lesbia.

I due si incontrarono a Verona nel periodo in cui il marito di Clodia, Quinto Cecilio Metello Celere, rivestiva il ruolo di governatore della Gallia Cisalpina (62-61 aC). Poco più che ventenne il veronese, oltre i trenta l’ancora splendida romana. Cresciuta in una delle famiglie più celebri e ricche della Repubblica, Clodia appariva come l’emblema dell’eleganza, della grazia, della classe di Roma “caput mundi”.

Non solo: bella nelle forme e nel volto, alta, bruna con i grandi occhi neri e col carnato bianco. Ed ancora colta, intelligente, sebbene libera, leggera, spregiudicata nei costumi. Sul provinciale veronese, sia pure di famiglia agiata (i governatori della Gallia Cisalpina, tra i quali lo stesso Metello Celere e Giulio Cesare, qualche anno dopo, di passaggio a Verona venivano ospitati dai genitori di Catullo), l’impressione di quella bellezza si rivelò enorme e devastante. La freccia di Cupido colpì subito i due. Tanto che un amico del giovane, un certo Allio, si adoperò, in fretta e con discrezione, per mettere a disposizione dei due focosi amanti, la sua casa in modo da evitare delicate questioni, politiche e familiari, nel caso che la tresca diventasse di pubblico dominio (non a caso gli incontri segreti si svolgevano in piena notte).

I due poi si frequentarono di nuovo a Roma. Piano piano però alla passione, agli entusiasmi ed ai fremiti del poeta, Clodia rispose, tra bisticci e dissidi, con sempre maggiore freddezza. Di più, anzi: iniziò a tradirlo spudoratamente (soprattutto con Marco Celio Rufo), persino nella sua casa sulle rive del Tevere, noti come “Hortii Clodiae“.

I carmi di Catullo scandiscono lo sbocciare (“Vivamus, mea Lesbia atque amemus”, cantava felice ed entusiasta all’inizio) e poi l’appassire dell’amore (“Miser Catulle, desine ineptire”, smettila di vaneggiare: lei ormai non ti vuole più), fino all’abbandono ed alla sofferenza (“Odi et amo… Et excrucior”). Gaio Valerio precipitò nella depressione e, persino, nell’abiezione. Pur di poter frequentare la sua Musa, arrivò a giustificare i tradimenti di lei, tanto da scrivere: “Meglio essere tollerante. Non sopportò Giunone i tradimenti di Giove?”
Alla fine, tuttavia, la situazione divenne intollerabile.

A Roma i pettegolezzi circolavano in tutti gli ambienti. Addirittura delle continue “scappatelle” di Clodia (il cui marito, nel frattempo, aveva tolto il disturbo, morendo) parlò in pubblico, in una celebre orazione (la “Pro Celio“, in difesa di uno degli amanti di lei, proprio Marco Celio Rufo, che cinicamente mise in piazza le debolezze della sua ex) lo stesso Marco Tullio Cicerone.

Tormentato dall’angoscia di quel “amor ingratus“, Catullo si diede al misticismo abbracciando non soltanto i dettami del Dionisismo, ma intraprendendo persino un viaggio in Oriente, in Bitinia, al seguito del pretore Gaio Memmio. Viaggio durante il quale, per i disagi e gli strapazzi affrontati, l’esponente dei “poeti novi” (i neoteri, alla greca) si ammalò e trovò la morte poco dopo il rientro a Roma.

Clodia gli sopravvisse, continuando la sua vita dissoluta, una decina di anni. Dimentica, probabilmente, dell’adorazione totalizzante che aveva suscitato nell’appassionato poeta. Al contrario Gaio Valerio, sebbene, forse, avesse superato la “botta” attraverso il filtro del misticismo dionisiaco, avrà ripensato – tanto forte, assorbente, indissolubile appare il suo innamoramento nei “Carmi“ – anche nell’ultimo respiro, al suo amore sincero e profondo per quella donna che aveva brutalmente ingannato e cornificato la sua “sanctas fides“.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*