Per vendicare le “corna” del capitano 7 giustiziati accadde a Perugia (E.C.Bertoldi)

Per vendicare le “corna” del capitano 7 giustiziati accadde a Perugia
cardinale Pietro Aldobrandini

Il terribile primato della giustizia penale della Perugia a cavallo tra Cinquecento e Seicento

Per vendicare le “corna” del capitano 7 giustiziati accadde a Perugia (E.C.Bertoldi)

elio clero bertoldi

di Elio Clero Bertoldi
Due decapitazioni e cinque impiccagioni per la relazione extraconiugale tra un perugino e una giovanissima nobildonna maritata, purtroppo per lei e per gli altri coinvolti, ad un astioso capitano al servizio dell’influente cardinale Pietro Aldobrandini, nipote del pontefice Clemente VIII (Ippolito Aldobrandini) e, all’epoca, sovrintendente generale dello Stato pontificio e camerlengo.

Perugia, carnevale 1599. Un gruppo di amici organizza una serenata a Santa Lucia. In testa alla brigata Roberto Valeriani, da qualche tempo invaghito di una diciassettenne, Porzia Corradi – la serenata è dedicata proprio a lei – fresca sposina del capitano Dionisio Dionigi. Quest’ultimo, impegnato a Roma al servizio del principe della Chiesa – che tiene corte come un mecenate ospitando poeti, scrittori. musicisti -, ha lasciato la consorte ospite nel palazzo che il fratello di lei, Corrado Corradi, possiede a Santa Lucia.

Mentre l’allegra compagnia si scioglie per l’ora tarda, il Valeriani si accorge di una porta rimasta aperta nelle stalle del palazzo. E resosi conto che, attraverso quella, potrebbe salire fin nella camera dell’amata, si intrufola all’interno e si apparta con Porzia, non insensibile alla corte ardimentosa dell’aitante e focoso spasimante. A far la guardia – il fratello della nobildonna non è in casa e potrebbe sopraggiungere da un momento all’altro – rimane un amico di lui, Roberto Ercolani, seduto sugli scalini di una abitazione contigua, pronto a dare l’allarme. Il “palo”, che nella lunga attesa si è addormentato, viene svegliato di soprassalto dal padrone della casa sui cui gradini si era accomodato alla meno peggio, al rientro a notte fonda.

“Il chi va là?” imperioso del sopraggiunto, con la spada sguainata, coglie di sorpresa l’improvvisata sentinella che, impaurita dalla lama a pochi centimetri dal suo petto, impugnata la pistola, spara d’istinto e uccide lo sfortunato sopravvenuto, Ippolito Roncanelli. Il rumore del colpo d’arma da fuoco, nel silenzio della notte, interrompe bruscamente le focose effusioni degli amanti.

Valeriani si riveste in tutta fretta e scappa, – seguito poco dopo da Porzia che trova, prima di raggiungere l’amato, il tempo di raccogliere denari e gioielli – a casa dell’amico Astorre Coppoli, di antica famiglia aristocratica e cavaliere di Malta. Qui il gruppo – senza l’Ercolani che decide di rimanere in città, ma al quale si aggiunge un altro compagno, Ercole Anastagi, canonico – opta immediatamente per la fuga da Perugia e, attraverso strade di campagna, raggiunge Grosseto, dove il Coppoli è proprietario di alcuni latifondi.

Il capitano Dionigi, ferito nell’onore dal tradimento della consorte, si scatena e muove tutte e sue conoscenze a Perugia e soprattutto a Roma. Grazie al cardinale, del quale è al servizio, arriva al pontefice. Clemente VIII rivolge al granduca di Toscana, Ferdinando I, la richiesta di estradizione del gruppo di fuoriusciti perugini. Il potente signore di Firenze, prendendo tempo, tenta di proteggere il Coppoli ed i suoi compagni e suggerisce loro di rifugiarsi a Livorno. Tuttavia il cavaliere di Malta, forse nel timore di mettere il suo protettore in difficoltà col pontefice, preferisce spostarsi a Porto Ercole, allora presidio spagnolo, valutando il fatto che gli spagnoli si sono opposti all’elezione al soglio dell’Aldobrandini e che, pertanto, faranno orecchi da mercante ai suoi “desiderata”. Le spie, sguinzagliate dal Dionigi, vengono, intanto, a conoscenza del nuovo rifugio del gruppo.

Ed il papa si rivolge prontamente al re di Spagna, che ordina l’arresto dei perugini – la ragione di Stato vince sempre – e li fa estradare a Civitavecchia nel territorio del Patrimonio di San Pietro. Da qui, scortati dai soldati papalini, da mercenari corsi e dai militi del Dionigi, i prigionieri vengono ricondotti a Perugia. Processo e condanna a morte. Nessuna pietà. Anzi, pugno di ferro.

Sulle sentenze capitali pesano le pressioni insistenti del furioso Dionigi e dei suoi potenti protettori ed il fatto che in città si sono registrati, negli ultimi tempi, precedenti allarmanti come l’uccisione di un marito (Felice Perinelli) per sottrargli la moglie ad opera di tal Girolamo Parli e il rapimento della consorte di un nobile (un Montesperelli) consumato da certo Marcello Cavaceppi. Clemente VIII – il Concilio di Trento si è chiuso appena 37 anni prima – si sente in dovere, insomma, di dare ai perugini un esempio ed un ammonimento di cui non si dimenticheranno facilmente.

Le sentenze vengono eseguite il 21 febbraio 1600, pochi giorni dopo il rogo di Giordano Bruno in Campo de’ Fiori a Roma. Il Coppoli e l’Anastagi, aristocratico il primo e canonico il secondo, sono decapitati, perché “noblesse oblige”; al Valeriani, e agli altri condannati di ceto inferiore, viene riservata l’impiccagione in una forca tirata su accanto alla Fontana Maggiore; la giovanissima sposa fedifraga subisce la stessa sorte dell’amante, ma a Santa Lucia, di fronte all’abitazione in cui si era consumata la tresca amorosa.

Le due cronache coeve che riportano con molta precisione l’episodio, aggiungono il particolare che il marito avrebbe seguito dalla finestra le fasi preparatorie dell’impiccagione della moglie adultera, anche se poi, al momento culminante, gli amici, a forza, lo avrebbero costretto a ritirarsi.
Porzia Corradi si sarebbe fatta incontro al boia ingioiellata e vestita con grande sfarzo. E così, elegantemente agghindata, penzolò dalla forca.
Anche tre servitori pagarono con la vita, senza avere alcuna colpa, gli errori commessi, semmai, dai loro padroni: Carlo, il contadino Giovanni Battista e Sorbolone: impiccati pure loro.

Prima di avvicinarsi al patibolo i condannati furono assistiti religiosamente e confessati (tranne il Coppoli, forse) da frati cappuccini e da gesuiti. Questi ultimi in particolare ammonivano i condannati, invitandoli ad andare incontro alla morte con cuore sereno ed aspetto ed atteggiamento felice e sorridente, se volevano salvare l’anima per l’eternità.

L’unico del gruppo che si salvò fu l’Ercolani, che pure era il solo ad aver versato sangue.. La giustizia colpì con immotivata spietatezza solo coloro che erano fuggiti da Perugia. Anche i servi che avevano seguito, e non avrebbero avuto ragione di rifiutarsi, i loro padroni.

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