Dalla fotografia al digitale, storie vissute con coerenza
A cura di Ilaria Solazzo
Giornalista, blogger, fotografo, autore, videomaker. Emanuele Carioti è una figura poliedrica del panorama culturale italiano, capace di unire competenze e passioni in un’unica, coerente visione: raccontare storie. Dalla carta stampata ai social network, passando per la fotografia e la scenografia, Carioti ha saputo evolversi rimanendo fedele ai suoi valori. Lo abbiamo intervistato per conoscere meglio il suo percorso, le sue passioni e il filo conduttore che lega ogni suo progetto.
Un percorso variegato. Da dove è iniziato tutto?
«Nasce tutto da una grande curiosità. Ho iniziato con il giornalismo perché sentivo il bisogno di raccontare storie, ma con il tempo ho capito che alcune cose non bastava scriverle: andavano anche mostrate, fotografate, vissute. Ogni disciplina che ho abbracciato mi ha dato un tassello in più per esprimere la mia visione del mondo.»
Hai vissuto in prima persona l’evoluzione dei mezzi di comunicazione. Com’è cambiato il tuo modo di lavorare?
«Ho cominciato scrivendo con una macchina da scrivere, con carta carbone e fogli ovunque. Oggi lavoro con un tablet, creo e condivido contenuti in tempo reale, spesso mentre sono in viaggio o sul set. È cambiato tutto, tranne una cosa: la voglia di raccontare in modo autentico. I mezzi si sono evoluti, ma il cuore del mestiere resta lo stesso.»
Nel libro Per fortuna e purtroppo racconti il tuo rapporto con Franco Califano. Che esperienza è stata?
«Un’esperienza intensa. Avevo con lui un rapporto di profondo rispetto. Califano era molto più di quello che appariva: era un poeta, uno che soffriva e amava con intensità. Conoscerlo da vicino mi ha permesso di andare oltre i cliché. Ho voluto raccontare quel lato nascosto che pochi avevano visto, quello dell’uomo oltre il personaggio.»
Scenografia, fotografia, estetica visiva: quanto contano nel tuo modo di comunicare?
«Tantissimo. Ogni immagine racconta una storia, a volte più delle parole. La mia formazione mi ha insegnato a costruire visivamente un’emozione, a cercare la luce giusta, l’istante vero. Fotografia e scenografia sono, per me, forme di scrittura: cambiano gli strumenti, non l’intento.»
Oggi dirigi anche un’agenzia di comunicazione. Che ruolo ha nella tua quotidianità?
«Un ruolo centrale. L’agenzia è il mio laboratorio creativo, dove prendono forma progetti, idee e collaborazioni. È un punto di incontro con altri professionisti, ma anche un modo per restare fedele ai miei valori: professionalità, etica e autenticità. Ogni giorno è una sfida nuova.»
Quali sono i valori che guidano il tuo lavoro?
«Onestà, rispetto, professionalità. Non inseguo le mode né la visibilità a tutti i costi. Credo nella qualità e nella coerenza. È su questi pilastri che costruisco ogni progetto, ogni relazione professionale.»
E sul piano umano, cosa ti dà senso oggi?
«La mia famiglia. L’amore per le persone che ho accanto è ciò che mi dà equilibrio, energia, prospettiva. Tutto il resto – lavoro, passioni, ambizioni – gira intorno a quel nucleo. Senza affetti autentici, il resto perde colore.»
Sei molto attivo anche sul fronte digitale…
«Sì, perché il digitale oggi è fondamentale. Non è solo un mezzo: è un ambiente. Mi permette di dialogare in modo diretto con il pubblico e di sperimentare linguaggi nuovi. Internet è un laboratorio creativo senza confini.»
Un tratto comune tra tutte le tue attività?
«La narrazione. Che sia con un’intervista, una foto o un documentario, il mio obiettivo è sempre lo stesso: raccontare. Dare voce a ciò che spesso resta in ombra, creare connessioni emotive. Raccontare è la mia forma di resistenza e di bellezza.»
Roma è spesso presente nei tuoi racconti. Che legame hai con questa città?
«Roma è una mamma. Ti accoglie, anche se arrivi da lontano, e ti protegge con amore. Ho un rapporto speciale con questa città, che ha saputo mostrarmi il suo volto più umano anche nei momenti storici più complessi, come la morte di Papa Giovanni Paolo II e l’elezione di Benedetto XVI. È una città che sa contenere emozioni immense, un cuore che pulsa senza sosta.»
Ami stare in casa, nonostante la tua vita pubblica sia intensa. Come vivi il tuo spazio personale?
«Casa mia è il mio rifugio, il mio luogo sicuro. Ho creato un angolo palestra che mi permette di allenarmi senza stress, in pieno comfort. Mi piace stare bene nel mio spazio, prendermi cura di me, senza rincorrere sempre i ritmi frenetici dell’esterno.»
Che valore dai alla sincerità nei rapporti interpersonali?
«La sincerità è tutto. È la base per costruire relazioni vere, durature, trasparenti. Preferisco una verità scomoda a una bugia rassicurante. Nei rapporti umani come in quelli professionali, la sincerità è il fondamento su cui costruire.»
Il tuo editore Marco Limiti è anche un tuo amico. Che tipo di rapporto avete?
«Con Marco ho un rapporto eccezionale. Oltre ad essere un professionista serio, è una persona autentica, diretta, profonda. Ci capiamo al volo. So che anche tu lo conosci bene e gli vuoi bene, quindi sai di cosa parlo: quando lavori con qualcuno che stimi anche sul piano umano, ogni progetto diventa una bella avventura.»
Cosa ti auguri per il futuro?
«Di continuare a raccontare storie con passione, di restare fedele a ciò che sono e a chi amo. Spero di poter vivere nuove esperienze, incontrare nuove persone, crescere ogni giorno un po’ di più. E, soprattutto, di restare curioso: perché è da lì che parte tutto.»
Grazie, Emanuele, per aver condiviso con noi il tuo mondo fatto di parole, immagini ed emozioni.
Nel mondo veloce e rumoroso in cui viviamo, incontrare persone come Emanuele Carioti ci ricorda l’importanza di rallentare, osservare, ascoltare. Il suo percorso, fatto di curiosità autentica, rispetto per le storie e amore per la bellezza, ci insegna che la comunicazione non è solo informazione, ma anche empatia, responsabilità e memoria. Attraverso la macchina fotografica, la parola scritta, lo schermo di un device o il silenzio di una casa vissuta, Carioti ci invita a tornare all’essenza delle cose: alla verità degli sguardi, alla forza della sincerità, al valore del racconto come strumento di umanità. Perché ogni storia che viene raccontata con onestà è un ponte che unisce, ed è proprio in questi ponti – fatti di emozioni e coraggio – che si costruisce il futuro.

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