Selezione al cinghiale: per le squadre umbre “ennesimo attacco dalla politica”

 
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Selezione al cinghiale: per le squadre umbre “ennesimo attacco dalla politica”

dal Coordinamento regionale squadre di caccia al cinghiale
E’ l’ennesimo attacco della politica alle squadre di caccia al cinghiale, quello cui stiamo assistendo. Con la delibera di giunta del 3 febbraio scorso la Regione Umbria, senza nessun confronto con le associazioni venatorie, si inventa il regolamento regionale per la caccia di selezione al cinghiale, introducendo di fatto una nuova forma di caccia a questa specie. Ci si inventa una nuova forma di caccia senza prima aver regolarizzato quella in forma in singola, per la quale chiediamo certezze ormai da quattro anni.

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A proposito dei singoli, tutto sono fuorché tali: si tratta infatti, a tutti gli effetti, di piccole squadre che arrivano a contare anche oltre 10 cacciatori abilitati per la caccia al cinghiale in forma singola, che svolgono l’attività venatoria all’interno dei settori assegnati alle squadre autorizzate creando disturbo, azioni pericolose e danno per il raggiungimento degli obiettivi d’abbattimento stabiliti dagli Atc.

Ebbene, senza avere ancora trovato soluzioni adeguate alla pacifica convivenza, adesso la Regione si inventa una nuova forma di caccia. Si continua ad affrontare il problema cinghiale solo aumentando le forme di prelievo: ma basta guardare i numeri per capire come non sia questa la soluzione. Qualche esempio? La quota di cinghiali abbattuti dai proprietari agricoli “sterminator”, autorizzati a sparare in qualunque momento e senza controlli a difesa della loro attività, è pari allo 0,15% del totale degli abbattimenti, mentre l’apporto da parte dei fantomatici singoli, nel quadriennio, corrisponde all’1,5% dei circa 70mila capi complessivamente abbattuti.

Di fronte a questi numeri ci chiediamo: sono realmente utili alla riduzione del numero dei cinghiali le altre forme di caccia? Ricordiamo a tutti la funzione sociale gratuita delle squadre, offerta durante tutto l’anno anche al di fuori della stagione venatoria: installazione di recinzioni elettrificate (spesso di proprietà delle squadre) a difesa delle produzioni agricole, abbattimenti di contenimento per la salvaguardia delle colture e dell’incolumità pubblica, all’interno di parchi, aree verdi, dell’area aeroportuale, nelle vicinanze di centri abitati e vie, ecc. Nonostante tutto l’impegno profuso, le serietà e gli sforzi economici sostenuti, ci troviamo puntualmente a subire attacchi da parte delle istituzioni, dei soliti animalisti e degli agricoltori.

L’ostilità di questa categoria è ancor più grave considerando che i ristori dei danni provengono dalle tasche dei cacciatori, oltre alle quote stanziate dagli Atc per le colture a perdere e i miglioramenti ambientali, fondi alimentati sempre con i soldi dei cacciatori attraverso le tasse di concessione regionali e le iscrizioni all’Ambito territoriale di caccia, fino a raggiungere il massimo della vessazione nel caso in cui la copertura finanziaria stanziata si riveli insufficiente per pagare tutti i danni: in quel caso gli Atc sono autorizzati a chiedere soldi alle sole squadre di caccia al cinghiale.

Rimproveriamo alla politica e alle associazioni agricole il mancato confronto nel corso degli anni: tavoli di concertazione, alla presenza di tutti i soggetti interessati, avrebbe permesso di riscrivere leggi e regolamenti più sobri e utili a tutti, invece di produrre atti furbeschi che hanno solo contribuito ad aggravare la situazione. Auspichiamo a breve un tavolo dove siano coinvolte tutte le parti, al fine di redigere un vero piano di gestione. Fino a quel momento, e in attesa che la situazione in merito alle problematiche esposte si faccia più chiara, le squadre di caccia al cinghiale sospendono ogni forma di collaborazione, riservandosi ulteriori iniziative in prossimità dell’iscrizione per la stagione venatoria 2021-22.

 

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