Il 63enne attivista palestinese spostato a Terni in alta sicurezza
Il 63enne attivista palestinese Mohammad Hannoun, arrestato il 27 dicembre con l’accusa di guidare la presunta cellula italiana di Hamas, è stato trasferito nel carcere di Terni, all’interno della sezione riservata ai detenuti considerati a rischio elevato per profili di terrorismo. Il provvedimento, disposto nelle ultime ore, ha modificato la sua collocazione iniziale nel penitenziario genovese di Marassi, dove era stato portato subito dopo il fermo.
Responsabilità nel caso Hannoun scuote il dibattito a Perugia
Secondo quanto ricostruito, il cambio di istituto è stato comunicato questa mattina ai suoi legali, Dario Rossi ed Emanuele Tambuscio, giunti a Genova per un colloquio programmato con il loro assistito. Solo una volta arrivati in struttura hanno appreso che Hannoun non si trovava più a Marassi, essendo già stato trasferito in Umbria per ragioni legate alla gestione della detenzione e alla necessità di un contesto ritenuto più idoneo al suo profilo investigativo.
La sezione in cui è stato inserito a Terni è quella destinata ai detenuti sottoposti a misure di alta sorveglianza, un reparto che ospita soggetti coinvolti in procedimenti per terrorismo internazionale o radicalizzazione violenta. Una collocazione che riflette la delicatezza dell’indagine in corso e la volontà delle autorità di mantenere un controllo particolarmente rigoroso sui movimenti e sulle comunicazioni del 63enne.
Hannoun, figura nota in diversi ambienti dell’attivismo pro‑palestinese, è al centro di un’inchiesta che ipotizza un ruolo di coordinamento in attività riconducibili a Hamas sul territorio italiano. Le accuse, che lui respinge, sono ora al vaglio della magistratura, mentre la difesa attende di poterlo incontrare nel nuovo istituto per valutare le prossime mosse processuali.
Il trasferimento a Terni rappresenta un passaggio significativo nella gestione della sua detenzione preventiva, segnando un ulteriore irrigidimento delle misure adottate nei suoi confronti. Le autorità penitenziarie, intanto, mantengono il massimo riserbo sulle motivazioni operative che hanno portato alla scelta dell’Umbria come nuova sede di custodia, limitandosi a confermare che il provvedimento è stato eseguito nel rispetto dei protocolli previsti per i detenuti classificati ad alta pericolosità.
La vicenda continua a suscitare attenzione a livello nazionale, sia per il profilo dell’indagato sia per il contesto internazionale in cui si inserisce l’inchiesta. Le prossime settimane saranno decisive per comprendere l’evoluzione del procedimento e le eventuali richieste della difesa, che intende verificare le condizioni di detenzione e l’impatto del trasferimento sul diritto del proprio assistito a un confronto diretto con i legali.

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