Reeves e Hancock, due leggende sul main stage di Umbria Jazz

ph Tommaso Benedetti

Reeves e Hancock, due leggende sul main stage di Umbria Jazz

di Antonella Valoroso
Si è detto e ripetuto che le voci sarebbero state le grandi protagoniste di questa edizione di Umbria Jazz e domenica sera, con Dianne Reeves, si è cominciato a fare sul serio. La signora del jazz, dotata di una magnetica capacità comunicativa, ha portato sul palco la sua musica, le sue storie, il suo messaggio di impegno civile: “stay human / restate umani”.

“Dreams” è il brano con cui si apre la serata, ed è anche la parola che meglio descrive l’atmosfera rarefatta e potente che Dianne Reeves ha saputo creare. Il celebre brano dei Fleetwood Mac, del 1977, è risuonato con nuova intensità nella sua voce calda e fluttuante. “Thunder only happens when it’s raining…” — canta, e già siamo altrove.

Subito dopo, con il suo inconfondibile sorriso, Reeves intona un semplice ma coinvolgente “Buonasera”, rivolto al pubblico come a vecchi amici. Il calore del suo saluto si trasforma in musica con “What’s New”, brano che l’artista trasfigura in un dialogo tra emozione e virtuosismo: prima sussurrato, poi esploso in uno scat jazz avvolgente e dinamico, che rimbalza tra i registri con naturalezza ipnotica.

“Siamo alla fine del nostro tour europeo” -aggiunge tra un brano e l’altro- “e io non vedevo l’ora di essere qui. Da quando sono arrivata ho sentito solo peace… niente notizie, solo musica”. Sono le parole con cui introduce “Peace”, inno intimo e potente che Reeves canta con semplicità disarmante: “All we need in this world is to have a time for peace / L’unica cosa di cui abbiamo bisogno in questo mondo è avere un tempo per la pace”.

Il virtuosismo puro arriva con “Minuano (Six Eight)”, l’intramontabile composizione di Pat Metheny: Reeves la reinterpreta interamente in scat, trasformando la voce in uno strumento percussivo, melodico, tribale. È un momento di pura estasi jazzistica che strappa applausi scroscianti.

Ma forse il momento più magico della serata è stata l’esecuzione di “Quiet Nights of Quiet Stars” di Antonio Carlos Jobim. Solo voce e chitarra. Nient’altro. L’Arena, gremita, si è fatta silenziosa come un respiro trattenuto: un ascolto quasi sacro, raro.

Non può mancare l’omaggio a Gershwin con “Someone to Watch Over Me” e il duetto con il pubblico sulle note di “Lazy Afternoon” di Barbra Streisand, un intreccio di note, echi e sorrisi.

Infine, come da sua consuetudine, Reeves presenta la band … in musica. Ogni musicista viene introdotto a tempo, con frasi improvvisate che ne raccontano lo spirito. La voce di Reeves si fa regista e strumento allo stesso tempo, celebrando l’interplay tra gli artisti come fosse una liturgia collettiva.

Ma la serata è appena iniziata. E quando Herbie Hancock sale sul palco dell’Arena Santa Giuliana con una camicia fiammeggiante e un sorriso da eterno ragazzo il pubblico esplode in un applauso affettuoso. Il leggendario pianista americano ha compiuto 85 anni lo scorso 12 aprile, ma la sua rivoluzione musicale sembra appena cominciata. Quella di Umbria Jazz è la sua prima data italiana del tour 2025, e l’atmosfera è quella delle grandi occasioni.

“Stasera faremo una serie di cose…” -dice rivolgendosi al pubblico- “piccole cose, un po’ di questo e un po’ di quello”. Poi guarda la sua band, fa un cenno, e con tono ironico aggiunge: “Iniziamo con una cosa strana. Vediamo che succede”. Strana sì, ma geniale: “Prehistoric Predator” — un’improvvisazione futurista sul sintetizzatore, tra glitch, distorsioni e groove alieni — apre il concerto con un mix di fantascienza e jazz. Quando poi l’assolo di chitarra di Lionel Loueke si fa strada tra i suoni elettronici, è chiaro a tutti che questo non è un concerto nostalgia, è il presente.

Movendosi tra pianoforte e tastiera, Hancock alterna le mani con gesto sapiente, e tra un brano e l’altro si massaggia le dita con delicatezza, quasi a prendersene cura come di strumenti sacri. E sacra è anche la musica che ne scaturisce: ogni nota è un gioco, una domanda aperta, un messaggio: “There’s only one family on Earth / C’è un’unica famiglia sul pianeta Terra”.

A metà concerto arriva il tributo più toccante: “Footprints” (1967), il brano di Wayne Shorter — amico, fratello musicale, compagno nei mitici anni del secondo quintetto di Miles Davis. “Wayne è morto due anni fa” -dice Hancock- “ma è ancora qui. Nei nostri cuori, nel mio cuore”. Il pubblico trattiene il fiato. E poi applaude, lungo, sincero.

Presenta la band con riconoscenza e umorismo: Terence Blanchard alla tromba, Lionel Loueke, alla chitarra, James Genus, al basso elettrico, e Jaylen Pentinaud, alla batteria. “Jaylen ha 26 anni,” dice Hancock, “potrebbe essere mio nipote. È la prossima generazione di jazzisti.”

È mezzanotte e mezza quando, con un sorriso complice, Herbie imbraccia la sua iconica keytar perché “Ci sono ancora tre pezzi da fare… ”. In un crescendo che mescola funk, jazz, elettronica e pura libertà, Hancock ricorda a tutti che la musica è una festa, un laboratorio, un viaggio spirituale, perché, come ha ribadito in più occasioni, “La vita non consiste nel trovare i nostri limiti, ma nel trovare il nostro infinito”.

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