Chiesti 12 anni per accoltellamento a moglie e figlia

Chiesti 12 anni per accoltellamento a moglie e figlia
pm gemma miliani

A Tuoro sul Trasimeno, processo in fase di sentenza

Chiesti 12 anni – È stata avanzata una richiesta di condanna a dodici anni di reclusione per K. E., cittadino marocchino di 35 anni, imputato per tentato omicidio e lesioni gravissime nei confronti della moglie e della figlia minore. I fatti contestati risalgono a circa un anno fa, e si sono verificati nell’abitazione della famiglia a Tuoro sul Trasimeno, in provincia di Perugia.

in foto la Pm, Gemma Miliani

Secondo quanto emerso dalle indagini condotte dai Carabinieri, la vicenda ha avuto origine da un litigio scoppiato per motivi riconducibili alla gelosia dell’uomo. Le ricostruzioni investigative parlano di un’aggressione improvvisa e violenta, durante la quale l’uomo avrebbe inferto diciotto coltellate alla compagna, una donna della stessa età, mentre teneva in braccio la figlia di cinque anni.

I fendenti hanno raggiunto la donna principalmente al torace e all’addome. Nonostante fosse già a terra, l’aggressore avrebbe continuato a colpirla. Nella colluttazione anche la bambina è rimasta ferita, riportando lesioni alle gambe.

Chiesti 12 anni

In quel momento in casa si trovava anche l’altra figlia della coppia, la primogenita, che avrebbe assistito alla scena.

L’intervento tempestivo dei soccorritori ha giocato un ruolo determinante nel salvare la vita della donna. Il referto medico ha evidenziato come le ferite riportate fossero potenzialmente letali e solo le cure immediate abbiano evitato il decesso.

Dopo l’aggressione, l’uomo si era dato alla fuga a piedi, ma è stato rintracciato in poco tempo dai militari nella stessa area di Tuoro sul Trasimeno. Al momento del fermo si trovava in stato alterato, sotto l’influsso di alcol e sostanze stupefacenti.

Il procedimento penale a suo carico si sta svolgendo con rito abbreviato, una scelta che prevede uno sconto di pena in caso di condanna, in cambio della rinuncia al dibattimento. Il pubblico ministero titolare del fascicolo, Gemma Miliani, ha formulato la richiesta di pena al termine della discussione, indicando dodici anni di carcere come la misura ritenuta congrua in relazione alla gravità dei fatti contestati.

L’imputato è difeso dall’avvocato Donatella Donati. Durante il processo, la linea difensiva ha cercato di ricostruire il contesto emotivo e psicologico in cui si sarebbe sviluppata la lite, sostenendo che non vi fosse stata premeditazione.

La prossima udienza è stata fissata per il 3 luglio, giorno in cui si terranno le repliche delle parti e sarà emessa la sentenza. Il giudice dovrà esprimersi sulla richiesta avanzata dall’accusa, tenendo conto anche delle risultanze peritali, delle condizioni cliniche delle vittime dopo l’aggressione e delle testimonianze raccolte.

La procura ha sottolineato l’elevata pericolosità del gesto, il numero dei colpi inferti e la presenza di minori coinvolti nella scena, fattori che aggraverebbero il quadro indiziario e la valutazione della condotta.

L’indagine ha permesso di delineare con precisione l’andamento dei fatti e di raccogliere prove documentali e testimoniali a supporto dell’accusa. I rilievi effettuati sul posto, le dichiarazioni delle vittime e la refertazione medica hanno avuto un ruolo decisivo nella definizione dei capi di imputazione.

La vicenda ha destato particolare allarme nella comunità locale, colpita dalla brutalità dell’episodio avvenuto in un contesto familiare. Le autorità competenti hanno fornito sostegno psicologico alle persone coinvolte, in particolare alle due figlie della coppia, entrambe minorenni.

All’indomani dell’arresto, l’uomo è stato trasferito in carcere, dove si trova tuttora in custodia cautelare. Nei suoi confronti non sono emersi elementi che giustifichino una misura meno restrittiva, in ragione della gravità del gesto e del rischio di reiterazione.

Il giudizio, ormai alle battute finali, dovrà stabilire la sussistenza delle aggravanti e la proporzionalità della pena rispetto ai reati di cui è accusato. L’udienza del 3 luglio sarà decisiva per concludere il primo grado del procedimento.

La sentenza attesa potrebbe segnare un importante punto fermo nella vicenda giudiziaria, ma anche nelle riflessioni sull’impatto della violenza domestica e sul ruolo degli strumenti di prevenzione.

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