La chitarra di Joe Bonamassa chiude un’edizione da record di Umbria Jazz 🔴📸 FOTO E VIDEO

La chitarra di Joe Bonamassa chiude un’edizione da record di Umbria Jazz

di Antonella Valoroso

Non capita a tutti di andare a 12 anni in tour con B.B. King, ma a Joe Bonamassa è successo e da allora il suo destino è stato segnato. Al chitarrista e cantautore statunitense è toccato anche l’onore e l’onere di chiudere questa memorabile edizione numero cinquanta di Umbria Jazz: l’edizione dei record, delle scommesse vinte, dei numeri stellari.

Outfit total black e occhiali neri, attacca con “Evil Mama” e una sezione ritmica da paura. Poi arriva la “sua” voce, decisa e graffiante, ma in primo piano non può che esserci la chitarra, perché Bonamassa è indubbiamente uno dei guitar players più tecnicamente dotati della moderna scena blues/rock, e la prima domanda che molti si fanno prima di un suo concerto è quante delle sue quattrocento (proprio così!) chitarre suonerà nel corso della serata.

Bonamassa ha costruito la sua carriera a partire dall’eredità del British blues, rendendo omaggio ai grandi del passato ma aggiungendo al genere il suo tocco personale. Il risultato sono circa quaranta album -tra quelli registrati in studio e i live recordings- senza contare i cinque con i “Black Country Communion”.

Da questo vastissimo repertorio Bonamassa propone al pubblico dell’Arena Santa Giuliana brani più “classici” come “Dust Bowl”, dall’omonimo album del 2011, “Love Ain’t a Love Song” da “Different Shades of Blue” (2014), e “Self-Inflicted Wounds”, tratto da “Redemption” del 2018, una ballata robusta e lenta in cui mette a nudo la sua parte più intima e vulnerabile e che lui stesso considera una delle sue migliori canzoni. Poi si scatena in “I Want To Shout About It”, il nuovissimo singolo estratto dal disco di prossima uscita, e invita il pubblico a gridare a gridare -“show about it”- con lui.

Resiste eroico in giacca e panciotto e quando attacca “Double Trouble”, un pezzo composto nel 1958 dal chitarrista blues Otis Rush e magistralmente interpretato fra gli altri da Eric Clapton, i gridolini in platea si moltiplicano. Nel frattempo avrà cambiato almeno tre chitarre, o forse quattro.

Con “I Didn’t Think She Would Do It”, dall’album del 2020 “Royal Tea” che gli è valso una delle sue tre nominations ai Grammy Awards, si scatena in un assolo indemoniato dal quale riemerge per condividere con il pubblico qualche considerazione personale: “È da sette anni che manco dall’Italia, un po’ troppo direi. Auguri a Umbria Jazz per i suoi primi 50 anni, e speriamo che non ne passino altri cinquanta anni prima che ci invitino di nuovo, perché a quel punto saremmo troppo vecchi e fottutamente pensionati”.

Presenta la band, elogia tutti i suoi compagni di viaggio. La musica riprende con “The Heart That Never Waits”, da “Time Clocks” (20219, e JoBo si lancia in un nuovo vertiginoso assolo di chitarra. Si toglie gli occhiali un istante per asciugarsi il sudore. Sul palco c’è un grande bluesman con la sua chitarra che ulula nella notte.

Un attimo dopo è di nuovo rock con “Just Got Paid”, un pezzo del 2007 diventato ormai un punto fermo nei live di Bonamassa e scelto spesso dall’artista come ‘concert closer’. Saranno quasi dieci minuti di virtuosismo rock e acrobazie sulla chitarra (l’ennesima).

Rientra in scena per il bis senza giacca (finalmente!) e si dice “onorato di chiudere l’edizione numero 50 di Umbria Jazz”. Ringrazia ancora una volta il pubblico e si congeda con un pezzo scritto circa vent’anni fa: “Mountain Time”. “È una delle mie canzoni più richieste”, spiega, poi prende la sua Fender Nocaster 1951, quella che lui stesso ha definito la migliore della sua collezione, e porta il pubblico su un altro pianeta.



2 Commenti

  1. Buongiorno,
    Scusate ma non posso non farvi notare, con rammarico, che avete confuso il grandissimo REESE WYNANS (che suonò con Stevie Ray Vaughan nel 1985) con l’altrettanto talentuoso Rick Melick.

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*