Novavax fu autorizzato in Europa alla fine dello scorso anno

Novavax fu autorizzato in Europa alla fine dello scorso anno

 Novavax fu autorizzato
in Europa alla fine dello scorso anno

Quando il vaccino di Novavax fu autorizzato in Europa alla fine dello scorso anno, molti osservatori e giornali dissero che era in arrivo «il vaccino che piace ai no vax», con caratteristiche tali da convincere anche le persone più scettiche a vaccinarsi. Non era però chiaro come un vaccino realizzato in modo diverso, ma non così diverso da quelli già disponibili e comunque pur sempre un vaccino, potesse convincere chi non aveva mai voluto saperne di vaccinarsi a farlo. E infatti ora che le dosi di Novavax sono disponibili, in pochi tra gli esitanti e i contrari sembrano essere interessati a cambiare idea e a riceverlo.

Le prenotazioni per il vaccino di Novavax sono state aperte in molte regioni la scorsa settimana, ma da allora le aziende sanitarie non hanno rilevato un aumento significativo delle adesioni alla campagna vaccinale. Prenotazioni e somministrazioni sono state finora al di sotto delle aspettative, nonostante l’Italia abbia già ricevuto una consegna da oltre un milione di dosi. «Credevo che andasse meglio», ha detto il presidente del Veneto, Luca Zaia, commentando le 989 dosi prenotate nella prima settimana. «Pensavamo che il problema fosse il vaccino a mRNA, invece pare che il nodo sia proprio il vaccino anti-Covid».

Zaia si riferisce alle previsioni e osservazioni che erano circolate dopo l’autorizzazione del vaccino, secondo le quali il vaccino di Novavax sarebbe stato accolto più favorevolmente dagli esitanti (e/o dai no vax, a seconda dei casi) perché basato su una tecnologia già impiegata e diversa da quella più innovativa dei vaccini a mRNA, come quelli di Pfizer/BioNTech e Moderna. Se da un lato è vero che il vaccino di Novavax è più “tradizionale”, dall’altro lo erano già altri vaccini contro il coronavirus disponibili da tempo come quelli di AstraZeneca e di Johnson & Johnson.

L’involucro esterno del coronavirus (SARS-CoV-2) è costellato da punte (proteine spike) che il virus utilizza per eludere le difese delle cellule, all’interno delle quali inietta il proprio RNA per produrre nuove copie di se stesso. Il vaccino di Novavax ha l’obiettivo di presentare al sistema immunitario le proteine spike, senza il resto del coronavirus, in modo che le nostre difese imparino a contrastarle senza dovere fare i conti con il virus vero e proprio e il rischio di sviluppare un’infezione.

In ogni dose del vaccino sono presenti grandi quantità di minuscole particelle contenenti le proteine spike, più un adiuvante: una sostanza che induce una risposta immunitaria più marcata e che consente quindi di impiegare meno proteine spike, rendendo più semplice la produzione di grandi quantità di vaccino. L’adiuvante è ottenuto in parte dalla Quillaja saponaria, una sostanza derivata dalla corteccia degli alberi del legno saponario e tra gli ingredienti principali del vaccino.Con la somministrazione iniziata questa settimana, sulle pagine dei giornali locali si sono letti titoli come “flop Novavax”, “debutto tiepido”, “Novavax non sfonda”. Il 2 marzo a Napoli, nonostante circa 200mila persone risultassero non ancora vaccinate, soltanto 24 persone si sono presentate ai centri vaccinali.

Anche in molte altre province e regioni si attendeva un’adesione più significativa. Nel primo giorno di prenotazioni, in Toscana ne sono arrivate 400, in Liguria 360, ma i numeri sono piuttosto bassi anche in grandi regioni come Lombardia, in Emilia-Romagna, Piemonte e Sicilia. Secondo i dati diffusi dalla struttura commissariale, la regione che ha somministrato più dosi del vaccino Novavax è il Lazio, dove ne sono state inoculate 999.

Ucraina e pandemia
La guerra in Ucraina si è inserita in un periodo già straordinariamente complesso e difficile a causa della pandemia. L’invasione da parte della Russia è iniziata mentre gli ucraini affrontavano la quinta ondata, con un marcato aumento dei contagi dovuto alla variante omicron.

I dati fino al 24 febbraio, quindi a ridosso dell’avvio delle operazioni militari russe, indicavano una media giornaliera di quasi 27mila nuovi casi, con un picco rilevato il 4 febbraio con oltre 43mila contagi. Nello stesso periodo si era assistito a un marcato aumento dei decessi, difficile comunque da quantificare con precisione visto lo scarso numero di test e analisi per riscontrare la positività.

Solo il 34 per cento della popolazione è completamente vaccinato contro il coronavirus in Ucraina, uno dei paesi con il tasso di vaccinati più basso in tutta Europa (l’Italia, tra i primi, è circa all’83 per cento). Il ridotto numero di persone vaccinate sta incidendo sensibilmente sulla nuova ondata, in termini di ricoveri e decessi, e secondo le istituzioni sanitarie potrebbe avere serie conseguenze per i profughi.

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha stimato che almeno un milione di persone abbia lasciato l’Ucraina nella prima settimana dall’inizio dell’invasione militare della Russia. Con il proseguire della guerra, è previsto che altri milioni di ucraini decidano di partire, per cercare rifugio e accoglienza nei paesi europei.

Non potendosi permettere di affrontare un lungo viaggio in automobile, con tutti i rischi che ne conseguono, molti ucraini hanno scelto di lasciare il proprio paese utilizzando mezzi di trasporto di massa, come autobus e treni. Il grande afflusso di sfollati fa sì che ci sia un grande affollamento sia nelle stazioni sia a bordo, rendendo nella maggior parte dei casi impossibile il mantenimento delle misure minime di sicurezza per ridurre il rischio di contagio. Poche persone utilizzano le mascherine, per abitudine o perché difficili da reperire, e comprensibilmente la fuga dalla guerra è vista come una priorità superiore rispetto a non rimanere contagiati.

Tra gli sfollati ci sono però molte persone anziane, più a rischio di sviluppare forme gravi della malattia. Il problema potrebbe inoltre riproporsi dopo l’arrivo nei paesi di destinazione, nelle strutture e nei campi approntati dai paesi confinanti per l’accoglienza. La stretta vicinanza e l’affollamento renderanno difficile l’adozione delle precauzioni per ridurre il rischio di nuovi contagi.

Il Post sta seguendo la guerra in Ucraina con un liveblog giornaliero e numerosi approfondimenti, raccontando e verificando le notizie, man mano che arrivano.

La settimana
In Italia dal 24 febbraio al 2 marzo sono stati segnalati 337 nuovi ingressi in terapia intensiva, il 28,1 in meno rispetto ai sette giorni precedenti. Il numero dei nuovi ricoveri è in calo in quasi tutte le regioni con percentuali significative in Emilia-Romagna (-68 per cento), Lombardia (-50 per cento), Campania (-45 per cento).

La regione con la più alta percentuale di occupazione dei posti letto in terapia intensiva sul totale dei posti disponibili è la Sardegna, dove i pazienti positivi al coronavirus occupano il 14,2 per cento delle terapie intensive. La soglia di allerta fissata dal ministero della Salute è al 20 per cento.

Nel complesso, nell’ultima settimana c’è stato un ulteriore calo dei ricoveri in terapia intensiva, dei morti e dei contagi da coronavirus. La situazione negli ospedali è sotto controllo: da tempo il tasso di occupazione dei posti letto è sceso sotto i livelli di guardia, il numero dei ricoveri di pazienti in gravi condizioni è in diminuzione, e dalla metà di gennaio non vengono segnalate emergenze nelle regioni.

I dati registrati nelle ultime settimane sono incoraggianti in vista del 31 marzo, quando scadrà lo stato di emergenza, come vi avevamo raccontato nella scorsa newsletter. I dati continuano a confermare l’efficacia dei vaccini contro le forme gravi della COVID-19. L’incidenza di contagi, ricoveri e decessi è decisamente più alta tra le persone non vaccinate rispetto a chi ha ricevuto una protezione. L’efficacia è evidente soprattutto dal confronto tra vaccinati e non vaccinati tra le fasce più anziane della popolazione, quelle più a rischio.

In Italia finora 50,6 milioni di persone hanno ricevuto almeno la prima dose del vaccino e 49,3 milioni di persone hanno completato il ciclo vaccinale. Il 63,1 per cento della popolazione ha ricevuto la dose di richiamo.

Qui trovate tutti gli altri dati, compresi quelli delle regioni.

Turismo
Lo scorso 23 febbraio è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale un’ordinanza che costituisce un passo importante per semplificare i viaggi verso l’Italia e incentivare il turismo. Cambia le regole previste dalle ordinanze e dai decreti finora emanati, rendendo possibili i viaggi dall’Italia verso i paesi fuori dall’Unione Europea.

In particolare, l’ordinanza ha eliminato gli elenchi di Paesi A, B, C, D ed E, emessi durante la fase più difficile della pandemia e via via aggiornati per comprendere i paesi verso i quali si poteva viaggiare a determinate condizioni, o verso i quali non si poteva proprio partire (era il caso dell’elenco E).

L’Italia non era l’unico paese ad avere imposto limitazioni per i viaggi nel corso della pandemia, con l’obiettivo di ridurre la circolazione delle persone soprattutto dalle aree con un’alta incidenza di contagi o con la presenza di particolari varianti che si ritenevano ancora poco diffuse nel nostro paese. Tuttavia, negli ultimi mesi molti governi hanno scelto di eliminare buona parte delle limitazioni per i viaggiatori in uscita, ricordando comunque che particolari restrizioni all’ingresso potrebbero essere applicate dai paesi di loro destinazione.

La nuova ordinanza chiarisce che per entrare in Italia dal prossimo mese è necessario presentare:
• il modulo online chiamato digital Passenger Locator Form (dPLF) «mediante visualizzazione dal proprio dispositivo mobile oppure in copia cartacea»;
• una certificazione – quello che per noi è il Green Pass – attestante l’avvenuta vaccinazione completa con un vaccino riconosciuto in Italia, o una guarigione da meno di sei mesi o un tampone rapido o antigenico negativo.

L’ordinanza prevede che in assenza di certificazione l’ingresso in Italia sia comunque consentito, ma è disposta una quarantena presso l’indirizzo indicato nel dPLF, con l’obbligo di effettuare un tampone dopo 5 giorni per terminarla.
Se state leggendo questa newsletter mentre tornate a casa in treno, saprete meglio di altri che i problemi strutturali di molte linee ferroviarie utilizzate quotidianamente dai pendolari italiani sono stati in molti casi aggravati dalla pandemia e dalle limitazioni messe in atto per contenerla. Le conseguenze sono state ampie, dalle corse ridotte di numero all’impossibilità di applicare il distanziamento sui vagoni su cui si sono concentrati passeggeri che prima potevano distribuirsi meglio. Più di recente, con la diffusione della variante omicron del coronavirus, macchinisti contagiati e contatti stretti di contagiati non hanno potuto andare a lavorare, aggravando la situazione.

Tra il 2019 e il 2020 in Italia non è stato inaugurato nemmeno un tratto di metropolitana, e solo 1,7 chilometri nel 2021. Le carenze rispetto ad altre nazioni europee sono significative: in totale le linee della metropolitana di tutta Italia si estendono per 248,9 chilometri, contro i 675,9 del Regno Unito, i 656,5 della Germania e i 613,8 della Spagna. Per quanto riguarda le ferrovie suburbane, quelle su cui quotidianamente viaggiano molti pendolari, l’Italia ha una rete totale di 740,6 chilometri contro i 2.038,2 della Germania, i 1.694,8 km del Regno Unito e 1.442,7 della Spagna.

Se complessivamente nel decennio prima della pandemia il numero dei viaggiatori sui treni era aumentato, per un totale di 46mila in più in un giorno medio, questo incremento si è concentrato nelle aree servite dall’alta velocità (+114 per cento in dieci anni), a fronte di una diminuzione di quelli sugli Intercity (-47 per cento) e di un aumento esiguo sui regionali (+8 per cento).

In generale, nelle zone dove i treni veloci non passano, soprattutto nel Sud Italia e in Sardegna, le possibilità di spostamento si sono ridotte. La pandemia ha aumentato ulteriormente le disparità e ha provocato un calo dei viaggiatori, innescando un potenziale circolo vizioso, visto che con meno passeggeri i gestori hanno meno ricavi e quindi anche meno risorse da investire nel miglioramento del servizio. Naturalmente una parte dei pendolari ha smesso di viaggiare semplicemente perché ha avuto la possibilità di lavorare in smart working; un’altra parte, però, è stata spinta a spostarsi con la propria auto per il timore di contagiarsi e a causa della riduzione delle corse e del sovraffollamento.

Biden
Martedì il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha tenuto il suo primo discorso sullo stato dell’Unione, un appuntamento annuale della politica statunitense, con cui il presidente si rivolge ai parlamentari e al paese per fare il punto sulla sua attività e sulle condizioni della nazione.

Nel suo lungo intervento ha parlato ovviamente della pandemia, ricordando come in questo momento negli Stati Uniti si stia assistendo a un calo dei contagi che sta riportando la situazione a quella di mesi fa. Ha ricordato l’importanza dei vaccini e come ci sia ancora molto da fare: «So che alcuni parlano di “convivere con la COVID-19”. Io oggi dico che non accetteremo mai di vivere con la COVID-19. Continueremo a combattere il virus come facciamo con altre malattie».

Biden ha poi rivolto un invito ai partiti e ai cittadini statunitensi all’unità, specialmente in vista di una progressiva uscita dalla crisi dovuta alla pandemia: «Smettiamola di guardare alla COVID-19 come a una linea di demarcazione partigiana. Guardiamola per quello che è: una terribile malattia. Smettiamola di vederci come nemici e iniziamo a vederci per quello che siamo: concittadini americani».
Martedì la regina Elisabetta II del Regno Unito è tornata al lavoro nove giorni dopo essere risultata positiva al coronavirus. La regina, che al momento del contagio era completamente vaccinata, aveva avuto alcuni lievi sintomi, simili a quelli che si hanno con un raffreddore. In questi giorni ha partecipato a eventi lavorativi svolti a distanza. Elisabetta II ha 95 anni: è la più anziana monarca del mondo e ha da poco iniziato i festeggiamenti per i 70 anni di regno.

Liscio
In tutta Italia moltissimi gestori di balere, musicisti, manager, tecnici e fonici cercano di capire quale sarà il futuro di un settore già in difficoltà prima della pandemia: quello del liscio.

Nell’immaginario collettivo il liscio è sia un ballo da sala, sia il genere musicale che lo accompagna, quello di successi popolari come “Romagna mia” e “Ciao Mare”. Ha origine tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, anche se il nome “liscio” arrivò molti decenni dopo: fu chiamato così negli anni Settanta perché le case discografiche avevano la necessità di etichettare un genere che in quel periodo era diventato un fenomeno nazionale e a cui stava stretta la definizione “musica da ballo romagnola”.

Il nome “liscio” sembrava perfetto per descrivere il modo in cui i piedi dei ballerini scivolavano sulla pista, che infatti veniva spesso cosparsa di borotalco per agevolare i movimenti. In realtà per ballare il liscio, basato principalmente su danze tradizionali come la mazurca, la polca e il valzer, bisogna staccare spesso i piedi da terra: è uno dei motivi per cui i puristi non sono stati mai convinti del nome.

L’epidemia ha costretto molti musicisti a interrogarsi sul proprio futuro perché le opportunità remunerative del liscio, significative e allettanti fino a qualche anno fa, si sono assai ridotte. Alcuni hanno ceduto a derive che forse un tempo avrebbero biasimato, come i concerti in playback, oppure sono passati a generi più popolari, come i balli latino-americani.

Una speranza per addetti ai lavori e appassionati sono i giovani che si sono avvicinati al liscio grazie alle competizioni di ballo. In Italia non sono pochi, anche se è ancora complesso capire quali siano stati gli effetti dell’epidemia sulle gare di ballo e in generale sulle scuole.

Ve la consigliamo, questa inchiesta sul liscio.

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