Mostre: Apre a Perugia apre Last Time di Giuliano Giuman

di Simona Cortona

Si intitola Last time la mostra di Giuliano Giuman che sarà inaugurata domani pomeriggio a Palazzo
dei Priori. In occasione dei cinquanta anni di attività di Giuliano Giuman una positiva convergenza istituzionale tributa all’artista una grande mostra articolata in più sedi, di elevato valore simbolico, nel centro storico di Perugia: dagli spazi della Galleria Nazionale dell’Umbria e del Comune a Palazzo dei Priori, che ospitano l’esposizione principale, a quelli dell’Università per Stranieri al Museo dell’Accademia.

Lontana da intenzioni celebrative, Last time non è un’antologica ma una finestra aperta sulla produzione attuale dell’artista, punteggiata da pochi e mirati rimandi alla sua storia, che si è intrecciata con le vicende più rilevanti dell’arte contemporanea internazionale, dal concettuale al ritorno alla pittura fino alla peculiare cifra musicale. Una mostra critica e di ricerca, quindi, che ricapitola non le tappe di un articolato iter ma il senso ultimo di ciò che ha fatto e va facendo.

L’esposizione, tesa a costruire un’ipotesi di lettura coerente della nuova stagione creativa, sempre più libera nella inedita freschezza dei lavori in vetro di matrice postconcettuale, è costituita da opere recenti e quasi tutte appositamente realizzate. Last time, appunto: l’ultima volta creativa (fin qui), in ordine di tempo, ma anche l’ultima mostra realizzata dall’artista nella sua città, come un omaggio reso a un lungo nume tutelare. Last time documenta una fase che per intensità e pienezza rivela l’ispirazione ultimativa e potente della completa maturità, confrontandosi, in modo inusuale e imprevedibile, con temi archetipici dell’umanità di tutti i tempi.

Il mito, il sacro, gli elementi, l’arte, la polis, l’identità: Polifemo ferito nella grotta dei Ciclopi, Narciso riflesso e innamorato di se stesso, Medusa alludono a un alfabeto antico dell’immaginario occidentale, così come le opere dedicate alla grande metafora del viaggio. Il sacro e la sfera religiosa, riassunti nella meditazione sottilmente formale e iconografica dell’installazione intitolata Ultima Cena, si accompagnano a una riflessione sulla storia dell’arte, in bilico sulla soglia del museo. Il percorso è visivamente dominato da Barricate positive, un’opera misteriosa di dimensioni ambientali, site specific, che modifica la luce della gigantesca sala Podiani.

Tornare a cristallizzare ciò che è essenziale, rastremando i dati, è l’intento emblematicamente riassunto nella serie degli elementi, proposizione filosofica che bilancia la scoperta di una dimensione evolutiva e impermanente dell’identità, sentita invece come mobile, progressiva e soprattutto dialettica, cui alludono molte opere. La mostra si apre infatti con una esplicita adesione concettuale, che ritorna alle origini dell’artista: l’affermazione relazionale dell’autoritratto Io sono le persone che ho incontrato chiude il cerchio aperto dall’azione partecipativa e relazionale della mostra di Giuman a Palazzo dei Priori nel lontano 1976 e pone le basi, nel dibattito internazionale, per un suggello della fase postconcettuale.

Di tale fase l’esposizione, intessuta di riflessioni sull’arte e meditate dichiarazioni di poetica, fornisce una ulteriore evoluzione. Il metallo corroso dalla ruggine e segnato dal trascorrere del tempo (Capitello spirituale) allude talvolta a un passato lontano, scavalcato dalla storia, talvolta invece a una più vicina archeologia industriale mentre al contempo si specifica una pungente divergenza rispetto al postconcettuale di maniera, in favore di una ridefinizione orientata a una maggiore libertà creativa. Significativa la compresenza di questi materiali trovati, relativamente nuovi nella sua produzione, con il medium prediletto e peculiare, che ne riassume la poetica degli ultimi anni: il vetro. Lo studio intenso delle vibrazioni luministiche e delle relative espansioni spaziali si accompagna a un amore per il colore che, restando calibrato, diventa sempre più libero e sciolto.

I vetri a gran fuoco fluttuanti nello spazio in Barricate positive, ultimata in loco, sono in questo senso il fulcro del percorso espositivo e un vero e proprio manifesto di poetica (da cui il bellicoso nome avanguardista): una poetica del colore, certamente, che ben risponde a istanze profonde dell’arte, non solo contemporanea, di matrice umbra e perugina in particolare e in dialogo anche con testi sublimi della non figurazione classica soprattutto di Klee. Caso originalissimo della sua declinazione del vetro, Barricate diventa una sorta di foresta incantata, mobile e mutevole come le variazioni di luce in un paesaggio acquoreo o come le infinite nuances di colore in un cielo cangiante. Dal crivello stretto del vetro passano tutti i temi di fondo della mostra a partire dalla riflessione sulla storia dell’arte, già espressa dalla stessa collocazione in questa sede straordinaria.

Tra le persone che ha incontrato, dunque, molti sono gli artisti: dal Monet arboreo ed estremo, che diventa, nella versione di Giuman, tridimensionale, con sviluppi cromatici inafferrabili tutto intorno (Pensando a Monet) fino alla storia dell’arte della città (Uno Zen), con l’allusione alla Fontana Maggiore tradotta però in forme contemporanee e orientali, dallo spazio disarticolato e dinamizzato, con la freccia volante di Apollo e Artemide, che futuristicamente traccia nuove traiettorie spaziali, alla necessità profonda di un rapporto esistenziale con la tradizione, onde cercarvi e trovarvi il suo senso ultimo e prezioso: l’umanesimo (Leonardo). Una storia dell’arte della quale del resto si relativizza il punto di vista unico, guardando con curiosità anche ad altre tradizioni (Cina).

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Lontane dal teso “rethinking…” applicato alla storia dell’arte, anzi sommessamente raccolte in una stanza della memoria, poche testimonianze narrano la storicità dei giorni e delle vicende attraversate, a iniziare dall’antico legame con la grande avanguardia futurista per il tramite del suo maestro Gerardo Dottori e proseguendo con la stagione di stretta osservanza concettuale nella Fenomenologia delle ombre.

Lo studio delle ombre, nella ormai conclamata stagione postmediale, lo porta a confrontarsi con la fotografia in opere cruciali quali Percorso e a proporre un catalogo elegiaco degli spazi interstiziali della città (Ombra statica in movimento) in un bianco e nero tagliente poi disatteso dal nuovo irrompere dell’ispirazione musicale e dal ritorno dirimente del colore.

La riflessione e il ripensamento critico dei miti occidentali, dunque, la consapevolezza e la curiosità verso le altre culture, il rapporto con la natura e la ridefinizione di una sintassi postconcettuale che non si ferma all’enunciazione contenutistica ma muove verso un nuovo statuto dell’opera, in una prassi artistica autenticamente di ricerca: questi i dati di fondo che l’esposizione immette nel dibattito generale.

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