Panorama.it, un viaggio tra gli invisibili e dimenticati del terremoto del Centro Italia

Panorama.it, un viaggio tra gli invisibili e dimenticati del terremoto del Centro Italia

da Carmelo Caruso, Panoama.it
Visitando il Centro Italia a due anni dal terremoto si potrebbe raccontare della tenacia di Amatrice, di Norcia e Camerino. Si potrebbe testimoniare che a due anni dal sisma sono arrivate tutte le casette. Si potrebbe dire che la ricostruzione è partita. Si potrebbe, ma sarebbe mentire. Mi sono fermato a Montegallo, Montemonaco, Capodacqua, Piedilama, Trisungo, Castelluccio, Castro, Pistrino, Uscerno, Ussita, Visso, Accumoli, Illica e ho trovato solo uomini anziani che non chiedono più quando verrà ricostruita la loro casa ma solo quando sarà messo in sicurezza il cimitero.

A Posta, in provincia di Rieti, la prima a dirmelo è Sabrina, una donna che lavora in un bar tabacchi, che ha perso la sua abitazione e che da due anni percepisce il Cas, un contributo di autonoma sistemazione: “La verità? Forse era meglio se ci avessero tenuti tutti insieme anziché dividerci e girarci questi soldi. È stato un modo per farci tacere e allontanare da queste montagne e da queste rovine”.

Incontrando molti terremotati quasi nessuno parla di ricostruzione ma solo di indennizzo. Subito dopo la catastrofe e dopo i primi mesi passati nelle tende, nei camper e in albergo, lo Stato ha offerto loro la possibilità di scegliere tra le casette e il contributo. 400 euro per chi era solo, 500 euro per la coppia, 800 euro per una famiglia di quattro, 900 euro per marito, moglie e tre figli. Sono tantissimi quelli che lo hanno accettato. Il denaro li ha messi uno contro l’altro. Chi ha preferito la casetta si sente tradito da chi ha scelto il Cas. Chi ha scelto il Cas si è dimenticato di chi vive nelle casette. Chi da due anni lo percepisce non teme più un’altra scossa ma la fine dell’erogazione, la modifica che è stata annunciata pochi mesi fa dal capo della Protezione Civile. Da gennaio 2019, il contributo non dovrebbe più seguire come criterio il nucleo familiare ma trasformarsi in un rimborso del contratto di affitto che, in molti casi, è inferiore alla cifra del contributo. “E prova a spiegarmi come si fa a tornare in una casetta quando hai provato a ricominciare in un’altra casa e ripartire da un’altra parte. E, sia chiaro, si poteva ripartire solo da un’altra parte non certo da qui. Guarda un po’ tu…” dice sempre Sabrina che indica i luoghi del cratere e gli incroci dove sarà inevitabile fermarsi. Mi avvicino infatti ad Arquata del Tronto.

A due anni dal sisma il centro storico è sequestrato dall’Esercito che vigila e allontana gli sciacalli. Provo così a capire dove si è spostata Arquata e mi dirigo verso le casette dove la geografia si è mescolata, le vie saltate e i vicini cambiati. Grazie ad Annamaria Parisse, una donna gagliarda di 72 anni, riesco a ricostruire la mappa di questi paesi. Oggi una parte di Arquata è stata trasferita nel campo Borgo 1, mentre i residenti di Trisungo sono stati spostati dove una volta c’era Capodacqua mentre chi abitava a Capodacqua è stato trasferito a Borgo 2. Nella casetta di Anna, 40 metri quadrati, e dove lei da un paio di mesi vive sola, faccio la conoscenza del genero Dario, un giovane bancario che oggi è venuto a trovarla. Mi assicura che ha provato in tutti i modi a convincerla di andarsene e seguirlo. Non ci è riuscito. “Per un paio di mesi è venuta ad abitare a casa nostra. Per non impazzire aveva deciso pure di costruirsi un orto. Diceva che almeno così le sembrava di stare a casa. Ma rimaneva sempre un’altra casa. Alla fine ha preferito tornare”.

Ci troviamo così a chiacchierare in questo piccolo campo dove lo Stato ha dislocato 16 casette e dove è rimasto un solo bar, anche questo ospitato in un container. “E però, non pensare che gli abitanti fossero migliaia. Parliamo di frazioni e anche Arquata prima del sisma non arrivava che a mille abitanti. Erano paesi destinati a spopolarsi e il terremoto non ha che accelerato l’esodo” rivela ancora Dario che ha un metodo tutto suo per stabilire a che punto sia la demolizione. “Guarda. Il giallo misura lo stato dei lavori. Finora vedi le ruspe. Quando arriveranno le gru vorrà dire che sarà partita la ricostruzione, ma di gru, e può accorgertene tu stesso, non ce n’è. La nostra fortuna, ed è macabro dirlo, è essere ancora gli ultimi terremotati. Ci teniamo stretto questo titolo. Un altro terremoto ci cancellerebbe due volte”.

Percorro queste strade e come Dario anche io vengo accecato dal giallo che è il colore dell’interruzione, del guasto, il giallo dei cantieri, dei semafori, dei caschi, delle benne.

Mai avrei creduto che la ruspa potesse essere benedetta come lo è da queste parti, mai avrei creduto alla speranza che è in grado di evocare un escavatore. Mi lascio alle spalle Arquata e Pretare, altra frazione sempre di Arquata, dove il 98 per cento degli edifici è rimasta inagibile ma non ancora demolita. Le case sono imbragate, puntellate, insaccate. Sono scomparsi pure i cani che di solito nelle montagne alitano vita e calore. Neanche sul Monte Vettore fino a Montemonaco e poi a Montegallo trovo forme umane, ma solo la croce di una farmacia con la sua porta ormai squassata ed esplosa. Devo scendere a fondo valle per imbattermi nelle casette e quindi riconoscere umanità. Qui incontro Federico Rossi e Nicoletta Scopa, una simpaticissima coppia di Bologna che 6 ore prima del terremoto ha deciso di trasferirsi a Montegallo e aprire il proprio negozio. Confezionano sacchetti di lavanda personalizzati che riescono a spedire anche in Germania e Giappone. Lavorano in un container che gli ha donato la Regione Emilia Romagna, “e forse non ci crederai ma a volte ci diciamo: al mondo chi è più felice di noi?”. Si bastano e progettano pure di aumentare la produzione, confidano a raccoglierne 600 kg l’anno. “È ovvio, ci prendono per pazzi” dice sorridendo Federico che è stato in precedenza responsabile commerciale di Aruba e poi il fondatore del sito “Sibillini Web” prima di rifugiarsi tra questi boschi. Li saluto convinto che un giorno la ricostruzione la faranno con la loro buona volontà e il loro contagioso buonumore. “Puoi scommetterci, la finiremo noi”.

Non la finiranno invece a Uscerno dove su 80 abitanti ne sono rimasti solo 25. Non la potranno vedere nella frazione di Corbara dove non è rimasto più nessuno così come a Forca, Castro.

La contabilità demografica la tiene il macellaio Mario Migliarelli che proprio a Uscerno, da agosto, ha riaperto l’attività ma solo perché, per il momento, lo Stato ha sospeso i pagamenti delle tasse, “subito dopo, chiuderò e me ne andrò pure io”. Proseguo dunque verso la bellissima Castelluccio che non riconosco perché transennata ma che intravedo, paese presepe, altissimo, che sovrasta i campi seminati a lenticchie. Anche qui mi si presentano dinanzi i visi sbarbati dei militari che con cortesia mi ordinano di parcheggiare l’auto. In due anni, militari e sopravvissuti sono diventati una comunità di destino che si fa coraggio a vicenda. “E ormai ci scambiamo pure i libri” dice Andrea Corona, una ragazza romana di 22 anni con un paio di occhialoni che la fanno tenera e dotta.

Ogni estate, da quando ha smesso di studiare, è venuta a lavorare in un bar di Castelluccio. È tornata anche adesso e aiuta il proprietario de Le campagnole, piccolo alimentari oggi ospitato in un piccolo capanno di plastica. Andrea è sicuramente una donna inquieta ma dice che Castelluccio riesce a placarla. “Sono stata in India, a Parigi. Ho viaggiato. Alla fine mi sono rifugiata qui con il mio compagno”. Che fai la sera? “Adesso mi rileggo I dolori del giovane Werther e un libro sui vichinghi”. Guardi la tv? “Riesco a prendere solo due canali”. Credi davvero che un giorno ricostruiranno Castelluccio? “E che importa? Io continuerò a tornarci”.

Così come Federico e Nicoletta anche Andrea, come si capisce, ha trovato la sua stabilità nel terremoto. Nessuno sa dirmi se esiste un paese dove realmente sia cominciata la ricostruzione ma tutti mi indirizzano a Norcia, il paese che ha dato i natali a San Benedetto e che i terremotati quindi invidiano perché forse guardata con più indulgenza non si sa se da parte dello Stato ma sicuramente dal cielo. A guidare il Comune c’è un tostissimo uomo di centrodestra, Nicola Alemanno, che è riuscito a far partire la ricostruzione leggera, a impedire la fuga dei suoi residenti.

“Ma se mi chiede a che punto sia la ricostruzione pesante sono costretto a risponderle che siamo allo zero virgola”. Anche lui vive oggi in una casetta. Ha chiesto che fosse l’ultimo a riceverla. Non ama molto comparire sui quotidiani ma è finito sotto i riflettori per aver ricevuto due avvisi di garanzia da parte della procura di Spoleto. Lo hanno accusato di abuso edilizio.

Con i fondi raccolti dal Corriere della Sera ha pensato di far allestire una struttura mobile per permettere ai suoi cittadini di ritrovarsi e svolgere attività ricreative. “L’abuso starebbe nell’aver posizionato la struttura mobile su una base di calcestruzzo. È chiaro che se non ci fossero state le fondamenta di calcestruzzo rischiava di crollare la struttura mobile”.

Alemanno dice che il terremoto ha spazzato via gli edifici ma ha costruito un labirinto di norme. Le ha misurate. La mole arriva a 102 cm. 67 ordinanze, 4 decreti legge e nel frattempo si sono avvicendati tre presidenti del Consiglio e tre commissari. “Senza contare che è un terremoto che ha interessato 4 regioni ognuna con una legislazione diversa in materia”.

A Norcia i progetti per ricostruire sono stati presentati. Sono meno di mille. Un discreto numero. Prima ancora di depositare un progetto di ricostruzione bisogna attendere che a essere completata sia l’indagine di microzonizzazione sismica da parte della Protezione Civile. Alemanno indica il percorso: “A quel punto il progetto viene inoltrato all’ufficio speciale di ricostruzione. Parte un’istruttoria, si interloquisce con il professionista che il progetto lo ha stilato. Si chiedono quasi sempre integrazioni. Se positiva la pratica viene spedita all’ufficio urbanistico, poi a quello paesaggistico del comune che è chiamato a esprimersi. Viene girata alla Soprintendenza che naturalmente può bocciare tutto. Tutta la norma parte dalla convinzione che il cittadino non voglia ricostruire ma aggirare la legge, ingannare. Mi creda, l’Europa è lontana da Roma ma Roma è lontanissima da Norcia”. Finora il meglio è stato fatto dai privati.

A Norcia, l’imprenditore umanista Brunello Cucinelli ha finanziato la ricostruzione della torre campanaria con due milioni e mezzo. Ad Arquata, Diego Della Valle ha costruito un laboratorio per dare lavoro a cento dipendenti. “So benissimo che molti hanno accettato il Cas e hanno scelto di lasciare questi luoghi. Non c’è dubbio che sia una resa. In un paese colpito dal terremoto si rimane soltanto se si è capaci di conservare il lavoro e le scuole. Anziché parlare di reddito di cittadinanza qui avremmo bisogno di discutere del dilazionamento delle imposte, anziché dichiarare guerra all’Europa, avremmo bisogno di fare riconoscere dall’Europa quest’area come depressa”. Ci salutiamo e decido di ripartire in direzione di Visso e Ussita dove le casette sono state scoperchiate per infiltrazioni e umidità.

Me lo dice con franchezza, appena arrivo, il direttore tecnico dei lavori del Consorzio Arcale che ha costruito più di 1600 di cui 46 solo a Visso. Si chiama Gianmarco La Muraglia ed è fiorentino. Spiega che la fretta li ha costretti a lavorare nonostante avessero chiesto all’ufficio ricostruzione una sospensione a causa del meteo. Trasportate con la pioggia e montate ad agosto, le casette si sono ammuffite a ottobre. “E adesso ci tocca ripararle e giustamente con la massima celerità”. A farmi sentire l’odoraccio di muffa è Francesca Susini, una donna di 86 anni che insieme al marito è sopravvissuta al terremoto e che per un anno ha girato le Marche. “Sono stata una settimana in auto, 6 mesi al lido di Fermo in albergo, poi a Belforte. In roulotte, 4 mesi a Camerino. Ora sono nella casetta ma come può notare è “fracica”, anche se non mi lamento”.

Al contrario di quanto si possa credere chi è rimasto in questi Comuni non ce l’ha con lo Stato. Dialogo infatti con gente rassegnata ma serena che spera solo di ritrovarsi, almeno un giorno, chi con i mariti e chi con le mogli.

Me ne convinco a Ussita, in quella che era la piazza centrale, dopo aver parlato con la signora Carla che con i capelli spettinati passeggia da sola. È vedova di un ufficiale e dice di essere rimasta per questa sola ragione. “E non creda che sia l’unica” mi conferma a Pieve Torina un carabiniere. Mi chiede di scrivere di Muccia, altro paese che ha il 95 per cento di case inagibili ma che la stampa ha, secondo lui, completamente ignorato a differenza di Andrea Bocelli a cui si deve il finanziamento della scuola. Anche nel terremoto c’è sempre un terremotato più terremotato degli altri. Così come aveva fatto il macellaio, anche questo carabiniere mi aggiorna sull’emigrazione interna e rivela che gli abitanti di Muccia hanno traslocato sulla costa: Civitanova Marche, Porto Sant’Elpidio, Porto Recanati. Non resta a questo punto che arrivare ad Amatrice. Ebbene, non avrei mai creduto ma è proprio dove la morte ha fatto più flagello che ho ascoltato la dolcissima melodia dei martelli pneumatici, lo strisciare dei cingolati, il rombo dei camion che trasportano i calcinacci.

Ad Amatrice, la demolizione verrà completata a fine anno ma nelle 536 casette sento parlare, per la prima volta, delle 113 chiese che un giorno sicuramente verranno ricostruite e che Emma Moriconi, addetta stampa del Comune, mi confida si va a rivedere la notte, quando non riesce a dormire. Si sveglia, apre il pc e con Google Maps passeggia per la vecchia Amatrice: “Aspetta, ti faccio vedere”. Fa passeggiare così anche me nel tempo e nella storia e mi racconta di quanto era magnifica la Chiesa di San Francesco, della miracolosa conservazione della reliquia di Santa Maria di Filetta. Insieme a Martina e Sergio ogni fine settimana, Emma conduce il Tg più terremotato ma prezioso d’Italia. È il Tgr Amatrice e va in onda sulla pagina Facebook di Radio Amatrice e su YouTube.

Ogni settimana, Emma va in giro per le 69 frazioni e racconta lo stato della ricostruzione. Per questo tg specialissimo ha vinto perfino il “Premiolino”, il premio più ambito da noi giornalisti. Anche oggi va a registrare. Mi accompagna quindi a vedere la Torre Campanaria, mi mostra le case non ancora demolite, l’area dove vengono separati gli scarti. Ci sono ancora delle bollette telefoniche, una copia del Corriere dello Sport del 2003, una collezione di schede telefoniche. “Ma la dimensione rimane biblica” ammette il sindaco Filippo Palombini. Dopo la candidatura in regione dell’ex sindaco Sergio Pirozzi, Palombini è stato nominato sindaco e in passato ha ricoperto la carica di assessore all’urbanistica. Con un comunicato ha fatto sapere agli organi dello Stato, che ad Amatrice venivano a fare passerella, che non li avrebbe più ricevuti. Racconta che tutti gli davano pacche sulle spalle e che gli hanno promesso qualsiasi cosa ma che poi, a rimanere e a rispondere ai cittadini, rimaneva lui, “insomma a fare la figura del fesso. Ho detto basta. Adesso qualsiasi rappresentante dello Stato se desidera venire ad Amatrice deve sottoporsi a un’assemblea pubblica”. In pratica, una specie di streaming. È venuto più qualcuno? “Non è venuto più nessuno”.

La scuola ad Amatrice è stata ricostruita grazie a un finanziamento della Ferrari. I ristoranti sono stati spostati nell’area del gusto progettata da Stefano Boeri, in legno e piena di luce e sempre grazie a donazioni private. “Ma se mi chiede cosa è stato fatto dallo Stato, le dovrò rispondere anche io, come il sindaco di Norcia, poco. Niente. E non creda che a mancare sia il denaro. Per Amatrice ne è stato destinato tantissimo. Peccato che sia impossibile spenderlo”. Ogni qual volta Palombini ha provato a lamentarsene, gli uffici dello Stato hanno risposto senza mai entrare nel merito. “Sa cosa fanno? Mi destinano altri soldi. Una montagna di soldi. Sono arrivato al punto di dire: vi prego smettetela, datemi la possibilità di spendere il denaro precedente”. Palombini spiega che dopo due anni non riesce a spenderli perché il suo comune non è un centro di committenza e che gli enti attuatori sono elefanti. Pure lui è dell’opinione che se non si è veloci non servirà ricostruire il Centro Italia ma bensì ripopolare. Eppure me ne vado da Amatrice sicuro, cosi come mi assicura Emma, (“vedrai la ricostruiremo più piccola così riusciremo a vedere quanto sono belle le montagne”), che ce la faranno al contrario di Illica, una frazione di Accumoli.

Sosto e mi riparo per qualche ora da Davide Carusi proprietario del bed&breakfast Lago secco crollato il giorno del sisma. È zona rossa e tuttavia riesco a camminarci. “Anche i militari se ne sono andati”. L’ufficio della ricostruzione gli ha assicurato che presto potrà ricominciare. Gli hanno perfino assegnato delle case mobili da usare come camere. Manca la luce, manca l’acqua. Chi gliele ha consegnate gli ha intimato di non aprirle in quanto zona sottoposta a divieto. “Dici che me le hanno date perché sono rompicoglioni? Per farmi stare zitto?”. Lo penso ma non glielo dico. Ogni sera Carusi se le guarda e ripete sempre: “Bellissime, le casette sono bellissime”.

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