I cuochi dimenticati, senza soldi e in crisi, la lettera di uno di loro al presidente Squarta

 
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Nella foto un cuoco al lavoro

I cuochi dimenticati, senza soldi e in crisi, la lettera di uno di loro al presidente Squarta

Pubblichiamo integralmente la lettera di Michele Radicchia, indirizzata al presidente dell’assemblea legislativa, Marco Squarta, Michele è un cuoco e nella sua missiva mette a punto tutti i disagi che la sua categoria sta subendo a causa delle restrizioni per contenere il Covid-19.

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Ecco le sue parole:

“Chi le scrive è un semplice cuoco che da anni lavora nel settore della ristorazione e che nel tempo ha avuto modo di poter riuscire con le proprie fatiche ad avere un ruolo da protagonista nei ristoranti del capoluogo e nelle cucine internazionali, riuscendo a trovare uno spazio logico e concreto con la propria cucina anche grazie al sacrificio, che tutti gli operatori del settore, nessuno escluso, adoperano per poter dare quella marcia in più al territorio in cui viviamo.

Un mondo fatto di tantissime grandi e piccole realtà, di aziende, fornitori, lavoratori, contratti (più o meno umani), clienti, ma soprattutto persone con cui interagiamo quotidianamente, diventando un macrocosmo unico e molto particolare, di operatori e avventori quasi simbiotici e da diverse sfaccettature.

Il momento storico non è dei migliori, sappiamo e conosciamo molto bene l’allerta pandemica per cui siamo stati chiamati a fare la nostra parte, o in molti casi NON fare la nostra parte.

Perché dico questo?

Semplicemente perché sono una di quelle persone che si mescolano in questo macrocosmo, che spesso non ci porta nemmeno ad avere un nome, se non quello di un piatto, di una ricetta, di un cocktail, di un ristorante o albergo.

Faccio parte di quei cittadini, che deve lavorare per poter vivere, e che spesso cerca di andare oltre la propria cognizione fisica e salutare per assicurare un servizio ineccepibile e far sorridere tutti coloro che intenzionalmente decidono di spendere i loro soldi, magari anche rinunciando ad altro.

In questi anni, la ristorazione tradizionale, quella che arriva dallo studio delle materie e dalla conoscenza del territorio, dalla passione di persone che cercano di dire la propria e della ricerca del migliorarsi continuamente è stata in più periodi, colpita in ogni maniera, basti pensare all’arrivo degli all-you-can-eat, dalla cucina low cost e dagli “pseudo etnici” mascherati da strutture ricettive e ristorative senza scrupoli nei confronti dei dipendenti e dei clienti.

Nonostante tutto abbiamo sempre alzato la testa e continuato imperterriti il nostro lavoro, anche cambiando paese quando necessario.

Adesso siamo chiamati a restare in disparte, a fare “meno”, a contingentare il nostro lavoro e cercare di tenere quello che era il nostro motore (il cliente) lontano dal nostro spazio.

Mi trovo pienamente in accordo, ognuno deve fare la propria parte nella società, ma la deve fare veramente.

Ci avete detto di fare l’asporto, secondo me un subdolo escamotage, dato che ci sono diverse categorie di ristoranti e determinate cucine con una storia e con una materia prima eccelsa, che non possono essere racchiuse dentro ad un contenitore di carta, non possiamo racchiudere il nostro sapere in una scatola asettica, il ristorante è un’esperienza, non un rettangolo di alluminio, senza contare che una manciata di asporti non fanno nemmeno arrivare “a paro” un ristorante con una filosofia qualitativa dietro.

Restiamo chiusi, dobbiamo farlo, facciamo parte del meccanismo, non pretendiamo di essere la causa, ma una delle soluzioni per un’economia sana.

Come tantissime altre persone, al momento, non lavoro, sono in cassa integrazione, e dovrei ringraziare per questo aiuto straordinario che è stato aperto a tutti.

Lo farei volentieri, se non che sono mesi che io, come tanti miei colleghi, stiamo aspettando questi soldi ed intanto le bollette, gli affitti, il mutuo, le rate continuano ad arrivare, ma la cassa integrazione NO.

Non vogliamo speculare sui soldi, non chiediamo aiuti sovrumani, ma il minimo che ci possa aiutare a campare e pagare, non i nostri vizi e surplus, ma la nostra vita basica, fatta di normalità.

Ecco, io vi ringrazierei, di quella manciata di soldi che ci spetta, ma non arrivano, e se pensate che una persona può vivere con una misera somma che aspettiamo da Novembre, allora vi sbagliate.

Dovreste iniziare a guardare la persona comune, quella che vota e che vi permette di lavorare e di avere dignità, quello che ora invece manca a molti, compreso me e all’attività per cui lavoro.

Certo, ci sono altre categorie che stanno facendo di tutto per poter fermare la crisi, vediamo gli operatori sanitari, su cui non voglio dilungarmi e dire ciò che già è detto a cui va il mio comunque plauso plateale.

Ma chi pensa, a quella parte di persone che sono parte fondamentale della società, la stessa a cui spesso chiedete tanto, ma date poco e nulla?

Con questo non voglio polemizzare, ma voglio semplicemente farvi capire, che noi dobbiamo essere la ruota economica della regione e dell’Italia, ma economicamente nessuno viene a guardare noi.

Fate qualcosa, prima che quel poco di buono che ci rimane sparisca.

Sentiti ringraziamenti, Michele Radicchia, un cuoco”.

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