Coronavirus, in Umbria i ventilatori attualmente disponibili sono 55

 
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Coronavirus, in Umbria i ventilatori attualmente disponibili sono 55

I ventilatori attualmente disponibili sono 55, 31 di terapia intensiva, 21 di subintensiva e 3 da trasporto, così dislocati: Perugia 7, 8, 1; Terni 7 e 3; Città di Castello 2, 1, e 2; Pantalla 3 e 4; Gubbio 4; Foligno 4 e 3; Spoleto 2 e 1; Orvieto 2 e 1. Vi opera personale che è stato stabilizzato e che già operava nell’unità o opportunamente formato. A Pantalla rilevante l’apporto di pneumologi. Lo ha detto il direttore alla sanità umbra, Claudio Dario, durante l’audizione in terza commissione.

Nel complesso l’Umbria ha avuto un andamento costantemente migliore, con un picco meno violento che altrove. Dalla dichiarazione dello Stato di emergenza sono stati predisposti tempestivi interventi di contrasto all’infezione. Il primo ricovero è avvenuto il 28 febbraio e gli interventi sono stati improntati in un’ottica di gradualità, isolamento, ospedalizzazione solo dei casi gravi, individuazione persone infette, capillari indagini epidemiologiche, con un impegno massimo dei servizi territoriali. Sono state poi fornite precise indicazioni alla popolazione. L’approccio adottato è stato prudenziale, presupporre cioè che un paziente non chiaramente individuato doveva essere considerato positivo fino a prova contraria.

Ad oggi sono 29 persone in rianimazione, meno 9 rispetto a lunedì scorso, 142 ricoverati, 5912 positivi, -350 rispetto a lunedì scorso. Questa settimana 29 nuovi casi positivi e 6 decessi. Riduzione terapie intensive del 23 per cento. Questa settimana circa 1000 esami al giorno di media. Molto forte è stata la rapidità di diffusione, con tassi di crescita esponenziali. L’80 per cento circa dei pazienti positivi sono asintomatici e il 20 per cento sono stati ricoverati, il 5 per cento in terapia intensiva. Il picco si è registrato tra il 23 e il 25 marzo, ma ancora 29 persone sono in terapia intensiva. La task force dell’emergenza, composta da molti professionisti delle categorie professionali e di diverse dislocazioni territoriali, è stata riunita subito il 3 febbraio, provvedendo a impostare le prime linee di intervento.

Successivamente, con l’ordinanza del 26 febbraio, sono state adottate le prime misure di prevenzione e gestione delle emergenze e costituito il Centro operativo regionale, con funzione 3, assistenza sanitaria e veterinaria. In questo Centro, che ha gestito i rapporti con Roma e gli approvvigionamenti, è stata costituita un’unità di crisi sanitaria con il distaccamento di 6-7 persone rinforzati da professionisti provenienti anche dall’Università.

Nell’unità di crisi anche referenti per la comunicazione interna ed esterna. Le migrazioni di fine febbraio hanno provocato una seconda ondata di contagi con persone venute a contatto con aree rosse per lavoro o per studio. Dopo il 10 marzo i casi che si sono verificati sono stati sempre di importazione e lo sviluppo del contagio in Umbria è stato contenuto grazie anche alla disciplina della nostra popolazione. Sono risultate solo due le zone rosse a Pozzo, in Provincia di Perugia, e a Giove, dove c’è stato un contagio fra familiari, ma contenuto nei numeri. Il 18 marzo c’è stato un accordo con i medici specializzandi per la loro utilizzazione e le aziende sanitarie sono state autorizzate ad assumere.

Previsti tre livelli di reclutamento per ospedali e e unità operative: fino a 10, fino a 30, oltre i 30. La velocità del procedere dell’epidemia ha fatto passare dal primo livello direttamente al terzo. Tra le azioni attivate l’individuazione di ospedali non-Covid come Branca, Spoleto, Orvieto per differenziare i flussi dei pazienti. Per i nosocomi di Terni e Perugia, considerate le loro caratteristiche, hanno dovuto essere forzatamente misti e per garantire la massima sicurezza si è “lavorato moltissimo” sui percorsi differenziati e sull’aumento di posti letto. Negli ospedali i posti letto per singola tipologia e le rianimazioni che sono sale open space molto grandi con 6-8-10 posti letto, si è subito passati a 20.

Più delicata la situazione negli ospedali “misti”, con una continua valutazione degli operatori e sanificazione degli ambienti ad ogni passaggio di paziente covid. Vi è stato un inizio di contagio in alcune unità operative a Città di Castello e Orvieto. Situazioni preoccupanti specialmente per i pazienti “fragili” e purtroppo nel primo periodo le contaminazioni sono avvenute dall’esterno, come in Lombardia. L’attività di medicina territoriale è stata molto “intensa” con centinaia di soggetti in isolamento domiciliare con sorveglianza attiva, contatti quotidiani e e un crescente numero di tamponi, in media mille al giorno.

La gestione è stata centralizzata, emanate linee guida che, dove necessario, sono state adattate al contesto locale, ma sempre nel rispetto delle procedure generali che sono state riunite in un testo unico. Quotidiane le conferenze con i direttori sanitari per raccogliere informazioni e valutazioni sull’evolversi della pandemia. La zona di Orvieto ha avuto prevalenza significativa e problemi si sono verificati sopratutto nelle città di confine con Marche, Toscana e Lazio. La presenza di 5 pazienti Covid ha bloccato a Orvieto la terapia intensiva per diversi giorni, poi l’allentamento ha consentito di riportare Orvieto a ospedale non covid.

Una risposta risposta “molto importante e significativa” è quella resa dall’ospedale di Pantalla, per la capacità degli operatori e del contesto sociale di riconoscere la funzione nell’ambito di rete ospedaliera specializzata in mission specifiche e personale disponibile ad adattarsi e formarsi con grande impegno. La situazione delle terapie intensive: i pazienti Covid sono attualmente 12 a Perugia, 11 a Terni, 2 a Foligno e 4 a Città di Castello. L’Azienda ospedaliera di Perugia ha più difficoltà a retrocedere e riportare terapie intensive ai non Covid. Per quella di Terni è più semplice.

A Orvieto non ce n’è più nessuno, l’ultimo trasferito a Foligno la settimana scorsa. Con l’attuale numero di pazienti Covid entro questa settimana si conta di liberare una terapia intensiva su Perugia. Per quanto riguarda la chirurgia, fermo restando che le disposizioni nazionali prevedono un mantenimento della priorità A, nella scorsa settimana sono state verificate le liste di priorità B, quelle i cui pazienti possono attendere sino a 60 giorni che possono attendere fino a 60 giorni, ma che sono in pratica chiuse da 40 giorni. Complessivamente la chirurgia oncologica di Perugia ha trovato uno sbocco su Branca e si pone il problema di come riprendere l’attività chirurgica. Procedendo così le cose nelle prossime due settimane il carico sarà ulteriormente ridotto e si potrà pensare alla restituzione di alcune strutture, come ad esempio Foligno, alle funzioni non Covid.

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