Che si fermino chirurgie Assisi, Castiglione e Umbertide, è da ridiscutere

I Sindaci del Tuderte-Marscianese hanno emesso un allarmato documento

Che si fermino chirurgie Assisi, Castiglione e Umbertide, è da ridiscutere

Che si fermino chirurgie Assisi, Castiglione e Umbertide, è da ridiscutere

Nessuna persona responsabile può far mancare sostegno alla propria Amministrazione Regionale quando concretamente fronteggia l’emergenza epidemica. E vale tanto più per l’Umbria, che ha ereditato punti di qualità sanitaria ma anche impressionanti scompensi. E’ però prioritario parlare dell’oggi e dell’immediato domani.
Di Domenico Benedetti Valentini

I Sindaci del Tuderte-Marscianese hanno emesso un allarmato documento contro la nuova  “covidizzazione” dell’Ospedale di Pantalla. Meritano solidarietà. Degli Ospedali di Base, cioè non compresi nella Rete dell’Emergenza-Urgenza, è quello che ha pagato prezzo più pesante alla disattivazione dei reparti ordinari per far posto, nelle precedenti “ondate”, ai pazienti Covid in cura ordinaria e intensiva. E’ giusto che questa situazione non si proroghi né si ripeta negli stessi termini.

Molti fermenti, sullo stesso tema e connessi, vanno fronteggiati più organicamente. Che si fermino le Chirurgie di Assisi, Castiglione del Lago, Umbertide, è strategia da ridiscutere. Sono strutture che al contrario possono decongestionare i Presìdi principali.
Le agitazioni che crescono tra gli amministratori e i sanitari di Gubbio/Branca, Città di Castello e della stessa Terni devono trovare riscontro in una strategia che al momento si fatica ad individuare. Il “San Giovanni Battista” di Foligno, seppur dotato della struttura “Arcuri” annessa, per accogliere i pazienti Covid, è entrato in crisi. Era inevitabile. Quando si depotenzia il nosocomio territoriale di Assisi e, peggio, si congela l’Ospedale DEA di Spoleto con relativo Punto Nascita (con utenza di Spoleto e valle circostante e Valnerina che – salvo chi si sposta su Perugia o Terni o più spesso su Case di Cura private o fuori regione – deve ricorrere a Foligno) è chiaro, anche a tecnici provenienti da fuor dell’Umbria, che si incasina l’Ospedale di Foligno.
I pazienti del comprensorio folignate (e lo stesso Sindaco di Foligno, persona lucida e concreta) hanno compreso che l’immediata riattivazione di molti reparti e del Punto Nascita a Spoleto è la prima soluzione anche dei loro crescenti problemi di agibilità e cura.
Manca il personale medico e infermieristico? Ma siamo al secondo anno di Covid e i problemi erano latenti da prima. Perché non si è provveduto a calibrate assunzioni o addirittura si sono lasciate emigrare numerose unità, anche professionalmente di pregio?
Il “caso” Spoleto peraltro va fuor delle righe. I posti letto dovrebbero avvicinarsi a 200 con i “dovuti” reparti e servizi di un DEA a regime. Oggi, autolesionisticamente ridotti a 133 in quanto si congelano o delocalizzano reparti, si osa ipotizzare – nello “scenario 5 o 6 o 7 Covid” – la ridestinazione di 30 dicansi trenta,  posti Covid (poi precipitosamente e pudicamente riprospettati in 14). Si dà però il caso che circa 70 posti (riferisce il City Forum) sono assurdamente occupati dalla RSA, la quale dovrebbe essere ospitata – nel doppio interesse dei ricoverati e dei pazienti acuti – in una struttura esterna ed altra dall’Ospedale. Cosa avverrebbe se anche solo una parte dei residui attuali posti fosse “covidizzato”? Un disastro analogo a quello cagionato dall’anno scorso e dal quale, molto parzialmente e a somma fatica, si sta cercando di risalire.
Quindi, alle corte: nel diritto dei cittadini, delle donne partorienti, dei malati gravi, della sanità di tutta l’Umbria centrale, includente la sempre penalizzata Valnerina, la Regione e la ASL riaprano immediatamente (non la pantomima dell’ “entro il primo semestre”) a Spoleto il Punto Nascita con il suo organico, consentano la riattivazione 24h di tutte le branche chirurgiche, mediche e diagnostiche, programmate e d’urgenza. CIO’ FATTO, si potrà parlare di un separato reparto Covid, proporzionato agli altri nosocomi DEA.
Caratteri in parte differenti, in parte assimilabili, presenta Orvieto, il cui Ospedale esige a sua volta di essere riallineato agli standards perduti in quasi tutti i reparti. La Sindaco Roberta Tardani giustamente pretende atti concludenti e non meri impegni verbali senza scadenze. Contemporaneamente chiede di poter avviare la Casa della Salute nell’ambiente già sanitario nel centro cittadino, la cui necessità e “vocazione” sono di pari evidenza.
Un incisivo ripensamento di più scelte, di concerto coi territori, va dunque consigliato all’Esecutivo regionale. Non dimenticando la spinosa questione dei Distretti, che dovevano rappresentare il versante territoriale dell’assistenza sanitaria, anche sgravando gli ospedali degli accessi impropri. Disattivarne sette su dodici, lasciandone cinque malaccortamente accorpati, non va nella direzione giusta. Il parametro dei 100.000 abitanti circa, pur sempre derogabile, si può gestire ed applicare diversamente, posto che contemporaneamente se ne vanno ipotizzando perfino da 250.000 abitanti. Che territori come il Trasimeno-Pievese, già emarginato, o come lo Spoletino/Valnerina e l’Orvietano (correlati a poli DEA) vengano a mancare perfino di Distretto, non può stare.
Che siffatti problemi siano posti a convivenza con gli inevitabili impatti sull’ emergenza Covid è ragionevole. Che questa induca ad ignorarli o peggiorarli, non è socialmente accettabile né politicamente appropriato.
                                                                                              “Controcorrente”

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