Centro storico Perugia in crisi, negozi chiudono e scelte sbagliate

Una situazione che si riverbera sulla vita della città

Centro storico Perugia in crisi, negozi chiudono e scelte sbagliate

Centro storico Perugia in crisi, negozi chiudono e scelte sbagliate

da Cesare Barbanera Vanni Capoccia
Frequentare il Centro di Perugia in questo periodo non è che sia esaltante. Non passa giorno che qualcuno non ricordi la prossima chiusura di qualche attività commerciale. O per i morsi della crisi, o perché hanno deciso di trasferirsi, o per l’avidità (a volte indecente e autolesionistica) di alcuni proprietari dei negozi in affitto, o per altri motivi sta di fatto che questo avviene.

Una situazione che si riverbera sulla vita della città e in particolare di questa zona di Perugia: dipendenti e titolari che non lavorandoci non abiteranno o graviteranno più al centro contribuendo alla sua economia, gli artigiani (elettricisti, idraulici, fattorini) che non usufruiranno più delle loro commesse.

Insomma una condizione molto difficile le cui cause sarebbe semplicistico attribuire solo all’immagine negativa data dal terremoto in Valnerina, che dovrebbe vedere impegnati nell’affrontare questo grave problema chi amministra la città, l’opposizione, sindacati, associazioni di categoria e di cittadini, singole personalità.

Riflettendo anche sull’idea di città perseguita finora e su quanto tentato negli ultimi anni per il Centro che, alla prova dei fatti, non ha sortito gli effetti desiderati.

A questo proposito non si può non notare che le scelte riguardanti il Centro storico l’attuale giunta comunale le ha tutte concordate in un rapporto preferenziale, se non unico, con Confcommercio e un’associazione di commercianti del Centro.

Ciò ha comportato una Ztl simulacro di sé stessa, Piazza Italia trasformata in rotatoria, Corso Vannucci intasato di mattina da furgoni e camioncini, vigili urbani disattenti, piazze, strade e vicoli ostaggi di un traffico senza regole, un centro storico visto non come corpo vivo della città ma fondale scenografico da utilizzare per eventi di ogni tipo.

Tutte scelte che hanno reso il centro di Perugia meno attrattivo per turisti e abitanti di altre zone di Perugia e dell’Umbria. E che le recenti chiusure di negozi stanno dimostrando essere state non solo inutili, ma dannose per i commercianti stessi e per la città.

1 Commento

  1. Salve. Leggo a distanza di anni e vedo molto in comune con L’Aquila, dove “vivo”. Da semplice cittadino credo che a prescindere da cause non prevedibili, come terremoti o disastri vari, la crisi del commercio e imprenditoriale in genere sia frutto di scelte sbagliate a tutti i livelli. Parlo de L’Aquila,dove e`scoppiata la bolla del”tutti venditori/acquirenti”. Una follia che non era tale al tempo del baratto, una gallina contro mezzo coniglio. Ma che al giorno d’oggi ha spinto all’apertura di decine e decine di attivita` destinate ad evaporare. Non e` concepibile che ci siano 50 bar, ristoranti, birrerie laddove prima la meta` gia` faticavano a reggere. Nel frattempo crollo nel settore dei servizi come uffici, banche, perche` se manca chi ha i soldi per la pizza con la famiglia, la pizza resta invenduta. Decine di bar, paninoteche, attivita` per quella idiozia chiamata movida, fatta da masse di giovani e non che “consumano” fintanto che ne hanno possibilita`. Centri commerciali a rotta di collo, ignorando che se uno compra un paio di calzini, una camicia o tre kg di pasta al mese non ne comprera` di piu` se aumentano i punti vendita. Risultato, centri storici sempre piu` squallidi, non piu` luoghi ma solo spazi anonimi. Centri commerciali che diventano luoghi ove passare il tempo, passeggiare, americanizzazione squallida della vita di ognuno. Termino con L’Aquila con esempi concreti. Nel centro storico, prima del terremoto, c’erano almeno 8 tra filiali e agenzie bancarie, le Postw, decine di agenzie di assicurazioni, anche botteghe artigiane, negozi di abbigliamento, alimentari, macellerie, un mercato in Piazza Duomo. Ora delle centinaia di impiegati ne saranno rimasti si e no una trentina, niente piu` scuole, universita`. Pero` pub, ristoranti, birrerie, pizzerie a decine. Strano che poi chiudano, virus a parte?

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