Dialogo e ascolto risolvono il caso dell’ascensore fermo a Terni
La vicenda che per mesi ha costretto Silvia Dominique Petrillo, 59 anni, invalida al 100%, a vivere nell’incertezza e nella paura di restare prigioniera in casa, trova finalmente una soluzione concreta. La donna, che da tempo denunciava come i lavori del superbonus nel palazzo di via Donatelli 2 a Terni rischiassero di impedirle qualsiasi possibilità di movimento, vede ora riconosciuto il diritto alla propria autonomia grazie a un percorso fatto di determinazione, confronto diretto e ascolto reciproco.
Silvia, abituata a combattere da una vita contro una patologia che coinvolge più organi e limita ogni gesto quotidiano, ha affrontato anche questa battaglia con la stessa forza che l’ha sostenuta quando le dissero che avrebbe potuto trascorrere il resto dei suoi giorni in carrozzina. «Ho lottato con tutte le mie risorse», ha ricordato, sottolineando come la difesa della propria libertà di movimento non fosse una scelta, ma una necessità vitale.
Dopo settimane di tensioni, segnalazioni e denunce, la svolta è arrivata quando la donna ha deciso di intraprendere un dialogo diretto con un rappresentante della Ciam, l’azienda incaricata dei lavori. Per rendere chiara la sua condizione, ha portato con sé la propria anamnesi clinica, mostrando senza filtri cosa significhi convivere con limitazioni che non lasciano margini di improvvisazione. Quel gesto, semplice ma potentissimo, ha cambiato il corso degli eventi: l’azienda, colpita dalla situazione reale e non più solo percepita, ha rivisto l’organizzazione del cantiere, predisponendo turni e modalità operative capaci di ridurre al minimo l’impatto sulla vita dei residenti più fragili.
Nel percorso di difesa della propria autonomia, Silvia ha trovato anche persone disposte ad ascoltare. Tra queste, i volontari della Croce Rossa di Terni, pronti a intervenire per qualsiasi necessità emergesse durante i lavori, e l’assessore al welfare Viviana Altamura, che ha seguito da vicino la vicenda attivando forme di supporto concreto. Un sostegno che, nelle parole della donna, ha rappresentato un punto fermo in un periodo segnato da ansia e preoccupazione.
La storia di Silvia era stata raccontata per la prima volta dal Messaggero, e la sua denuncia pubblica ha contribuito a far emergere un problema che rischiava di passare sotto silenzio. La donna sottolinea come una comunicazione tempestiva e rispettosa avrebbe potuto evitare mesi di difficoltà: se i lavori fossero stati programmati lontano dal periodo della sua infusione immunosoppressiva, l’ascensore sarebbe stato operativo già nel 2024. Da qui la sua riflessione più ampia: la comunicazione non è un dettaglio, ma uno strumento essenziale per costruire relazioni sane, prevenire conflitti e garantire diritti fondamentali.
Silvia invita a non dimenticare quanto sia preziosa la possibilità di muoversi liberamente, un privilegio che spesso si dà per scontato finché non viene messo in discussione. La sua vicenda, ora avviata verso una conclusione positiva, resta un monito sulla necessità di ascoltare chi vive condizioni di fragilità e di considerare l’impatto reale delle decisioni tecniche sulla vita delle persone.

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