Amanda, madre di Eureka Muse “Io innocente, ma non libera”

Amanda, madre di Eureka Muse “Io innocente, ma non libera”

Amanda, madre di Eureka Muse “Io innocente, ma non libera”

PERUGIA – Volenti o nolenti Amanda Knox é entrata, anzi ha fatto irruzione, e rimarrà nella storia della comunità perugina ed italiana. Per cui nessuno si meravigli se la nascita di una figlia della ex studentessa ed imputata di un agghiacciante delitto, detenuta per quattro anni e infine assolta dall’accusa dell’orrendo, barbaro omicidio della sua coetanea, l’inglese Meredith Kercher, sia finita, ed in rilevante evidenza, sulle tv e sui giornali di tutto il mondo.


di Elio Clero Bertoldi


La neo mamma, d’altro canto, ci ha messo del suo: ha inviato la foto in cui tiene in braccio la sua bambina (in verità già venuta alla luce da qualche mese) al “New York Times” rendendo noto pure il doppio nome della piccina: Eureka Muse. Nomi di battesimo quanto meno strani, singolari: Eureka é un lemma greco che vuol dire “ho trovato” (divenuto utilizzatissimo perché pronunciato da Archimede quando risolse il dilemma del principio regolatore della spinta idrostatica dei corpi in galleggiamento) e Musa altrettanto (così si chiamavano, nell’Ellade antica, le dee figlie di Zeus e Mnemosine, che abitavano, alternativamente, sull’Elicona o sul Parnaso e proteggevano le varie arti: dal canto alla storia, dalla poesia alla danza, dall’astronomia alla tragedia).

Questa bella ragazza americana, estroversa, intelligente e scaltra (i suoi connazionali l’avevano ribattezzata Foxy-Knoxy, giocando sull’assonanza tra il cognome e il termine volpe, in inglese) sarebbe passata in maniera anonima come le centinaia di migliaia di studenti che hanno frequentato palazzo Gallenga (sede dell’università per stranieri) dalla fondazione, nel 1921, sino ad oggi, se non fosse stata coinvolta – a torto, ha sentenziato la giustizia italiana – nelle indagini per la orribile fine di Mez, sua amica e coinquilina.

Correva il 1 novembre del 2007 e la tragedia – in buona misura ancora misteriosa ed irrisolta – si consumò in una villetta di via della Pergola numero 7, a quattro passi dall’ateneo. Fu qui che intorno alle 14 del 2 novembre venne trovato, all’interno di una cameretta, chiusa a chiave, il cadavere praticamente nudo, e tuttavia coperto da un piumone, e con la gola squarciata, di Mez, 21 anni, figlia di un giornalista inglese, morto di recente e di una signora di etnia indiana.

Le indagini della polizia (addirittura fu inviata di rinforzo sul posto una corposa squadra di super-poliziotti da Roma) si indirizzarono ben presto nei confronti di Amanda, in Italia da un paio di mesi e del suo ’boy friend’ pugliese, Raffaele Sollecito, anche lui studente, con cui si era legata appena da una settimana e su Rudy Guede, ex cestista, ivoriano di origine, ma cresciuto nel quartiere di Ponte San Giovanni, alle porte di Perugia.
Amanda, fin da subito, attirò su di sé l’attenzione, perché appariva una sorta di leader: ricca di verve, brillante, sportiva (nei corridoi della questura, in attesa, si esibiva nella ruota), sempre ben vestita, spiccava al centro di quel piccolo mondo, in cui veniva consumata pure qualche “canna”.

Un drammatico interrogatorio notturno, davanti ad una quarantina di investigatori, la inguaiò, sebbene lei abbia sempre sostenuto di essere stata pesantemente condizionata, in quella circostanza dal gran numero di persone che la pressavano. Sta di fatto che presto arrivò il rinvio a giudizio per lei e per gli altri per il delitto a sfondo sessuale. Innumerevoli le prove scientifiche, anche sofisticate, addotte dalla procura e feroci gli scontri tra esperti dell’accusa e delle difese, gli uni contro gli altri armati e affrontatisi, in aula e fuori, senza esclusione di colpi, anche bassi.

Tuttavia le indagini, sia investigative, probabilmente troppo frettolose, sia tecniche (alcune delle quali eseguite non rispettando in pieno le regole scientifiche) presentarono “crepe” nelle quali le difese affondarono le loro critiche e le loro argomentazioni, sostenendo che le prove tanto sbandierate dall’accusa tali non fossero.

Fu così che i due fidanzati (Guede – fuggito nelle ore successive ai fatti ed arrestato a Magonza, in Germania – aveva scelto il rito abbreviato ed ebbe, con un percorso giudiziario diverso, una condanna a 16 anni, scontata in carcere a Viterbo, dove ha tenuto un comportamento irreprensibile, tanto da tornare libero in anticipo) attraversarono, per quattro anni da detenuti, un percorso da montagne russe: vennero condannati nel 2009 in primo grado in corte d’assise quali colpevoli di omicidio volontario (26 anni per lei, 25 per lui); quindi prosciolti nel 2011 in corte d’assise d’appello “per non aver commesso il fatto”; in seguito di nuovo ritenuti responsabili, nel 2014, in corte d’assise d’appello a Firenze (pena 28 anni e 6 mesi); ed infine assolti, con sentenza passata in giudicato, dalla V sezione penale della suprema corte di Cassazione.

Amanda, che, in un processo collaterale, era stata condannata per calunnia mossa nei confronti di un musicista tirato in ballo nella vicenda di cui risultò del tutto ignaro ed estraneo, avendo già patito quattro anni di carcere, nella sezione femminile della struttura penitenziaria di Capanne, poté tornare libera nella sua Seattle, città con la quale Perugia – guarda gli incroci del destino -, é gemellata da decenni. Non mancarono, durante l’iter processuale, le “pressioni” di importanti personalità degli Usa, persino di Hillary Clinton, allora segretario di Stato, per “riavere” la studentessa, ritenuta di là dall’oceano, quasi un ostaggio.

L’opinione pubblica, non solo italiana (al processo si erano accreditati oltre duecento giornalisti, cameramen, fotografi provenienti , non solo dalle Americhe e dall’Europa, ma persino dall’Africa, dall’Australia, dall’Estremo Oriente) si era divisa tra colpevolisti, in grande maggioranza e innocentisti, in minoranza netta. Sulla vicenda vennero scritti e pubblicati “instant book” e veri e propri libri (più di venti), oltre che documentari e film, tanto il caso si rivelò di notevole risonanza, intrigante e coinvolgente. Di recente la Knox ha polemizzato con l’attore e produttore Matt Damon, pronto al ciak su un tema che ricalca il caso giudiziario perugino: “Sfrutta la mia vicenda, senza il mio consenso e a spese della mia reputazione”, ha tuonato.

Durante la carcerazione la Knox, ritenuta una allieva modello dai suoi insegnanti statunitensi, ha studiato e approfondito la lingua italiana tanto da tradurre, tra l’altro, le poesie di Alberto Frattini (1922-2007), saggista e docente di letteratura, oltre che padre dell’ex ministro degli esteri Franco Frattini.

Il legame sentimentale tra Amanda e Raffaele (Lele, per gli amici) era naufragato con la detenzione, anche se i due pare siano rimasti buoni amici. Tornata negli Usa, la statunitense ha completato i corsi universitari, per sposarsi poi, nel 2018, con Christopher Robinson, padre di Eureka Muse. Amanda, dopo il ritorno nel suo paese, ha collaborato con diverse testate ed é tra gli animatori di una associazione che si batte contro gli errori giudiziari.

Lei stessa, aprendo uno squarcio nella sua vita privata, ha reso noto di aver subito un aborto spontaneo con la perdita del feto, prima della seconda gravidanza, felicemente portata a termine. La Knox rimane sempre polemica con il mondo della comunicazione (“Mi hanno assolta, ma non sono libera”, ama sottolineare dichiarandosi vittima dell’assedio di invadenti “paparazzi”), anche se lei stessa cavalca il sistema con la sua presenza continua ed attiva sui social.

E considerando pure, in aggiunta, di avere in animo di produrre un documentario nel quale avrebbe intenzione di coinvolgere anche il pubblico ministero, ora in pensione, Giuliano Mignini, che condusse le indagini sull’atroce delitto e svolse il ruolo di implacabile accusatore (affiancato, dopo qualche mese, dalla collega Manuela Comodi), sia nel primo, sia nel secondo grado di giudizio.

Meredith Kercher, la sfortunata vittima, riposa nella nuda terra di un cimitero di Londra all’ombra di un albero piantato, dai congiunti e dagli amici, a suo ricordo. Mez ed i suoi cari, la giustizia degli uomini fortemente, insistentemente, disperatamente invocata, non l’hanno ottenuta.

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