Ucraina, dopo 66 anni un evento analogo, ma peggiore e nefasto

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Ucraina, dopo 66 anni un evento analogo, ma peggiore e nefasto

di Gianni Porzi
Dopo 66 anni assistiamo ad un evento analogo, ma, purtroppo, drammaticamente peggiore e nefasto, sotto tutti i punti di vista: la dolorosa perdita di vite umane, nonché le ripercussioni sia economiche che politiche che la guerra in atto causerà.

Quando nel 1956 i carri armati sovietici invasero l’Ungheria ero studente liceale e quindi ricordo bene il massacro, ad opera dell’armata sovietica, di tanti ungheresi che persero la vita perché volevano liberarsi del regime totalitario comunista, sogno che si avverò solo dopo più di 30 anni.

In occasione di quell’indimenticabile evento il Comitato centrale del PCI (del quale va ricordato che faceva parte il 31enne Napolitano) condannò come “controrivoluzionari gli insorti ungheresi” e l’Unità definì gli insorti “teppisti, spregevoli provocatori, fascisti” giustificando così l’intervento armato sovietico che, a lor dire, avrebbe avuto “il merito di impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione e di contribuire anche alla pace nel mondo”.

Affermazioni incredibili quanto intollerabili che andrebbero scolpite nella memoria di tutti. Mutatis mutandi, dopo 66 anni assistiamo ad un’altra invasione, in questo caso non delle truppe sovietiche, ma di quelle russe.

Oggi non è più il Soviet Supremo dell’URSS ad impartire gli ordini di invadere un Paese che aveva osato insorgere contro la dittatura, di stampo stalinista, di Matyas Rakosi, ma è il Capo supremo Putin secondo il quale, in sorprendente sintonia con la dichiarazione di 66 anni fa del Comitato centrale del PCI, l’attacco militare in Ucraina sarebbe giustificato dalla presenza nel Paese di filo nazisti e quindi si renderebbe necessario (!) un cambio di guida politica.

Cioè, verrebbe invasa una Repubblica democratica per sostituire, con le armi, l’attuale guida politica con personaggi filo russi che riscuotano la fiducia di Putin. Cioè si vuole che l’Ucraina diventi un “Paese amico di Mosca, privo di ideologia nazionalista e che non abbia più rapporti con l’occidente come attualmente”.

Putin ha mostrato in modo chiaro il suo volto già nel 2014 con l’intervento militare che portò all’annessione della Crimea (di prevalente etnia russa) alla Russia a seguito delle contestazioni popolari contro il governo ucraino in carica perché aveva assunto un atteggiamento filo russo.

La crisi Ucraina iniziò quindi ben 8 anni fa e nel frattempo, onestamente, l’occidente ha fatto ben poco affinché non si arrivasse all’attacco militare russo in Ucraina. La stessa UE ha dimostrato tutta la sua debolezza sia nella politica estera, sia nella mancanza di forze armate europee.

La verità comunque è che Putin vorrebbe recuperare parte delle “ex colonie sovietiche” (perse dopo la dissoluzione dell’URSS nel 1991) per una questione geopolitica, ma anche per recuperare quel consenso interno che sembra si va scemando.

E per raggiungere questi obiettivi calpesta le convenzioni internazionali, come i suoi “padri politici” a cui facevo cenno all’inizio.

Ciò che ritengo sorprendente è che ancora in Italia esistano “nostalgici”, come ad esempio Giorgio Cremaschi, che non avendo dimenticato il loro “primo amore” non ritengono l’invasione russa un atto militare da condannare “senza se e senza ma”, ma cercano di trovare una giustificazione incolpando sia il governo Ucraino, colpevole della guerra civile contro la Regione del Donbas (di etnia russa), sia l’espansione della NATO verso l’Est europeo, addirittura definita “aggressiva”.

E quindi, secondo Cremaschi, Putin sarebbe stato “costretto” a reagire perché si è sentito circondato da Paesi non amici e minacciato in particolare dalla NATO, sempre invisa da Cremaschi.

E’ proprio vero che il “primo amore non si scorda mai”, anche se il detto si riferisce a ben altro tipo di amore, cari vecchi comunisti!

Oggi al potere in Russia c’è un ex funzionario del KGB che ignora totalmente cosa sia la “democrazia” come la ignorava Lenin ed i suoi successori. Siamo alle solite, non è purtroppo una novità.

In questo drammatico momento, in cui ancora una volta le libertà democratiche vengono impunemente calpestate, ritengo sia doveroso ricordare il sacrificio del giovane studente universitario Jan Palach che nel gennaio del 1969 si diede fuoco per protestare contro l’occupazione sovietica della Cecoslovacchia, avvenuta 12 anni dopo l’invasione dell’Ungheria.

La storia si ripete e il passato sembra non insegni nulla a nessuno; si pensi anche al Patto di Monaco del 1938 i cui accordi non furono rispettati da Hitler, tant’è che Churchill, rivolgendosi al Primo Ministro inglese Chamberlain, disse “Potevano scegliere fra disonore e la guerra. Hanno scelto il disonore e la guerra”.

Purtroppo, fare i patti con i dittatori è sempre un grande punto interrogativo, ergo il dialogo con la Russia è impossibile, come ha giustamente detto Draghi.

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