Covid-19 e Spagnola, la storia si ripete, ma quando finisce una pandemia?
«Una pandemia finisce quando non c’è una trasmissione incontrollata della comunità e i casi sono ad un livello molto basso». A dirlo il dottor Benito Almirante, responsabile delle malattie infettive dell’ospedale Vall d’Hebron di Barcellona. Ed è chiaro che, a fronte di questo, più si riesce a tracciare, più si riesce ad identificare il coronavirus responsabile della Covid-19, meglio sarà.
Basta ripassare un po’ i libri di storia della medicina per capire come potrebbe andare questa pandemia, o quanto meno per permettere a noi profani capirla un po’ meglio.
Spesso si sente parlare di “Spagnola“, quell’influenza, il cui pazienze “zero” fu individuato in un cuoco del Kansas (United State of America), che uccise oltre 50 milioni di persone (alcune fonti parlano di 50 – 100 mln).
Non siamo nel 2020, ma nel 1918, oltre un secolo fa, quando la prima guerra mondiale è alle sue fasi finali e ci si trova di fronte a una delle più grandi pandemie della storia: la cosiddetta influenza spagnola.
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Che accadeva
Centinaia di persone muoiono tra gennaio e febbraio negli Stati Uniti, dopo aver sofferto di mal di testa, difficoltà respiratorie, tosse e febbre alta. Alcuni mesi dopo, lo stesso quadro clinico viene osservato in pazienti in Francia, Belgio e Germania. A maggio, un assembramento durante una festa religiosa in Spagna causa lo scoppio dell’epidemia di questa misteriosa malattia.
Nel 1918, come oggi, si capì subito che gli assembramenti erano fonte di contagio. “Fu introdotto il confinamento e si fecero progressi nell’applicazione di misure preventive, che avevano già dimostrato storicamente la loro efficacia, imponendo alcuni cordoni sanitari, approfondendo il monitoraggio delle misure igieniche e promuovendo la quarantena, per coloro che erano sospettati di essere contaminati“, racconta lo storico Jaume Claret Miranda ad Euronews.
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Sia in termini di sintomi che di risposta, per gli storici è un riferimento, per imparare lezioni dal passato e metterle in pratica nell’attuale pandemia di coronavirus.
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La storia si ripete, dicono le storiche spagnole, Laura e Maria Lara Martinez
“Ci sentiamo come se fossimo in una macchina del tempo: tutto ciò che abbiamo studiato si sta avverando”, spiegano a Euronews le storiche spagnole Laura e Maria Lara Martinez, che hanno studiato l’influenza del 1918 dal suo centenario.
I parallelismi sono chiari fin dall’inizio. “Si diceva che era un raffreddore poco importante, che non sarebbe peggiorato, eppure è successo come ora nel 2020: i sistemi sanitari molto carenti non erano sufficienti“, spiegano le suore, autrici di ‘Breviario della storia di Spagna‘.
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Oggi come allora, disinfezione e chiusura di spazi pubblici, teatri, scuole e confini
Anche le misure per contenere la pandemia di un secolo fa suonano familiari: disinfezione e chiusura di spazi pubblici, teatri, scuole e confini. Poiché allora non c’erano telefoni privati, venivano disinfettati i telefoni e persino gli operatori telefonici, dove i cittadini andavano a telefonare, spiega Laura Lara. Gli storici hanno anche scoperto che negli Stati Uniti le multe per chi non indossava una mascherina ammontavano a 100 dollari.
Abbiamo anche dovuto lottare contro le superstizioni e i criteri non scientifici”, dice “A Zamora, ad esempio, il vescovo celebrò alcune messe, che accelerarono la diffusione della pandemia e a Madrid le autorità non osarono invece annullare i festeggiamenti di San Isidro”.
La prima ondata in Spagna arrivò proprio dopo le celebrazioni del patrono della capitale spagnola. “La gente si radunò nel prato e una settimana dopo, verso il 22 maggio, i giornali dissero che tutti si stavano ammalando di influenza”, spiegano le storiche Lara Martinez.
Venne introdotto il confinamento e si fecero progressi nell’applicazione di misure preventive, che avevano già dimostrato storicamente la loro efficacia, imponendo alcuni cordoni sanitari, approfondendo il monitoraggio delle misure igieniche e promuovendo la quarantena, per coloro che erano sospettati di essere contaminati”, racconta lo storico Jaume Claret Miranda a Euronews.
«Tuttavia, abbiamo anche dovuto lottare contro le superstizioni e i criteri non scientifici – aggiunge – a Zamora, ad esempio, il vescovo celebrò alcune messe, che accelerarono la diffusione della pandemia e a Madrid le autorità non osarono invece annullare i festeggiamenti di San Isidro».
La prima ondata in Spagna arrivò proprio dopo le celebrazioni del patrono della capitale spagnola. “La gente si radunò nel prato e una settimana dopo, verso il 22 maggio, i giornali dissero che tutti si stavano ammalando di influenza”, spiegano le storiche Lara Martinez.
All’influenza fu dato il nome di “spagnola” poiché la sua esistenza fu riportata dapprima soltanto dai giornali spagnoli: la Spagna non era coinvolta nella prima guerra mondiale e la sua stampa non era soggetta alla censura di guerra; mentre nei paesi belligeranti la rapida diffusione della malattia fu nascosta dai mezzi d’informazione, che tendevano a parlarne come di un’epidemia circoscritta alla Spagna (dove venne colpito anche il re Alfonso XIII).
- Seconda ondata, più letale della prima
Poi arrivò una seconda ondata, più letale della prima. In Spagna fu in settembre e coincideva con la vendemmia, le celebrazioni della Vergine e l’allentamento delle misure restrittive, spiegano le sorelle Lara.
- Tempesta di citochine anche per la Spagnola
Sono state formulate diverse possibili spiegazioni per l’alto tasso di mortalità di questa pandemia. Alcune ricerche suggeriscono che la variante specifica del virus avesse una natura insolitamente aggressiva. Un gruppo di ricercatori, recuperando il virus dai corpi delle vittime congelate, ha scoperto che la trasfezione negli animali causava una rapida insufficienza respiratoria progressiva e la morte attraverso una tempesta di citochine (una reazione eccessiva del sistema immunitario dell’organismo). Si è quindi ritenuto che nei giovani adulti l’elevata mortalità fosse legata alle forti reazioni immunitarie; mentre la probabilità di sopravvivenza, in alcune aree, paradossalmente sarebbe stata più elevata in soggetti con sistema immunitario più debole, come bambini ed anziani.
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Non si è mai capito come mai fu così devastante
Una volta ritrovato e ricostruito il virus responsabile della Spagnola, è stato possibile studiarlo più approfonditamente, ma le proprietà che lo hanno reso così devastante non sono state ben comprese
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La fine della pandemia della Spagnola e l’immunità di gregge
Tutti gli accademici, però, concordano sul fatto che la fine globale della pandemia arrivò nel 1920, quando la società sviluppò un’immunità collettiva all’influenza spagnola, anche se il virus non è mai scomparso del tutto.
“Tracce dello stesso virus sono state trovate in altri focolai“, dice Benito Almirante, responsabile delle malattie infettive dell’ospedale Vall d’Hebron di Barcellona. “L’influenza spagnola ha continuato ad apparire, mutando e acquisendo materiale genetico da altri virus”.
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Pandemia influenzale del 2009-2010
Ad esempio, il virus della pandemia influenzale del 2009-2010 (causata dal sottotipo H1N1) aveva elementi genetici di virus precedenti, quindi ad esempio gli anziani erano meglio protetti dei giovani, segnala il medico./Euronews
Questo è stato anche il caso dell’influenza spagnola. Laura Lara spiega che gli ultra trentenni avevano più possibilità di sopravvivere e si ipotizza che la ragione sia da ricercarsi nella cosiddetta influenza russa (1889-1890).

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