Chi tradì Il Comandante Che Guevara? Un documentario rinfocola i molti dubbi

 
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Chi tradì Il Comandante Che Guevara? Un documentario rinfocola i molti dubbi

di Elio Clero Bertoldi
PERUGIA – Chi ha tradito Ernesto “Che” Guevara? La domanda se la posero in molti dopo l’assassinio, a freddo, del guerrigliero finito prigioniero dell’esercito boliviano ed ha continuato a circolare, senza risposte convincenti, in tutti questi anni. Ora un interessante documentario, in due puntate, dal titolo “De sus querida presencia”, mandato in onda sabato 12 e domenica 13 giugno da Rai Storia, ripropone e rinfocola il delicato, scottante quesito. Anzi di più: adombra che sia stato il filosofo ed intellettuale francese Regis Debray ad aver svolto le funzioni di “informatore” dopo la sua visita al Comandante ed ai suoi uomini e dopo essere stato catturato dalle forze speciali inviate sul posto dal governo di Renè Barrientos Ortuno.

Debray – che il Che nel Diario indica con il nomignolo di “Danton” – ha sempre negato e nega ancora, indicando, semmai, altre figure sospette. A sua difesa, per onestà cronistica, parlarono al tempo lo stesso Guevara, che in una delle ultime pagine del suo diario e pochi giorni prima di essere ucciso, scriveva testualmente: “Ascoltata una intervista di Debray, molto coraggioso di fronte ad uno studente provocatore” e persino Fidel Castro che sottolineava “l’odissea vissuta da Debray nelle grinfie dei corpi di repressione” ed “il suo atteggiamento forte e coraggioso davanti a quelli che l’avevano catturato e torturato”.

Chi era Ernesto 'Che' Guevara
Figlio della piccola borghesia agiata, Ernesto “Che” Guevara de la Serna, (il nomignolo “Che” gli venne affibbiato per la sua abitudine a pronunciare questa breve parola, una specie di “cioè”, in mezzo ad ogni discorso), nasce il 14 giugno 1928 a Rosario de la Fe, in Argentina. Il padre Ernesto è ingegnere civile, la madre Celia una donna colta, grande lettrice, appassionata soprattutto di autori francesi. Sofferente di asma fin da bambino, nel 1932 la famiglia Guevara si trasferisce vicino a Cordoba per consiglio del medico che prescrive per il piccolo Che un clima più secco (ma in seguito, fattosi più grandicello, la malattia non gli impedirà di praticare molto sport). Studia con l’aiuto della madre, che avrà un ruolo determinante nella sua formazione umana e politica. Nel 1936-1939 segue con passione le vicende della guerra civile spagnola, per la quale i genitori si sono impegnati attivamente. A partire dal 1944 le condizioni economiche della famiglia peggiorano, ed Ernesto comincia a lavorare più o meno saltuariamente. Legge moltissimo, senza impegnarsi troppo nello studio scolastico, che lo interessa solo in parte. Si iscrive alla facoltà di Medicina e approfondisce le sue conoscenze lavorando gratuitamente all’istituto di ricerche sulle allergie, a Buenos Aires (dove la famiglia si è trasferita nel 1945). Con l’amico Alberto Granados, nel 1951, parte per il suo primo viaggio in America Latina. Visitano il Cile, il Perù, la Colombia e il Venezuela. A questo punto i due si lasciano, ma Ernesto promette ad Alberto, che lavora in un lebbrosario, di rincontrarsi appena finiti gli studi. Ernesto Guevara nel 1953 si laurea, riparte per mantenere la promessa fatta a Granados. Come mezzo di trasporto usa il treno sul quale a La Paz incontra Ricardo Rojo, un esule Argentino, insieme al quale comincia a studiare il processo rivoluzionario che è in corso nel paese. A questo punto decide di rimandare la sua carriera medica. L’anno successivo il Che giunge a Città di Guatemala dopo un viaggio avventuroso, con tappe a Guajaquil (Ecuador), Panama e San Josè de Costa Rica. Frequenta l’ambiente dei rivoluzionari che sono affluiti in Guatemala da tutta l’America Latina. Conosce una giovane peruviana, Hilda Gadea, che diventerà sua moglie. Il 17 giugno, al momento dell’invasione del Guatemala da parte delle forze mercenarie pagate dall’United Fruit, Guevara tenta di organizzare una resistenza popolare, ma nessuno gli dà ascolto. Il 9 luglio 1955, intorno alle ventidue, al numero 49 di via Emperàn a Città del Messico, nella casa della cubana Maria Antonia Sanchez, Ernesto Che Guevara incontra una figura decisiva per il suo futuro, Fidel Castro. Fra i due scatta subito una forte intesa politica e umana, tanto che si parla di un loro colloquio durato tutta la notte senza alcun dissenso. Oggetto della discussione sarebbe stata l’analisi del continente sudamericano sfruttato dal nemico yankee. All’alba, Fidel propone ad Ernesto di prendere parte alla spedizione per liberare Cuba dal “tiranno” Fulgencio Batista. Ormai esuli politici, partecipano entrambi allo sbarco a Cuba nel novembre 1956. Fiero guerriero dall’animo indomito, il Che si rivela abile stratega e combattente impeccabile. A fianco di una personalità forte come quella di Castro ne assume le direttive teoriche più importanti, assumendo l’incarico della ricostruzione economica di Cuba in qualità di direttore del Banco Nacional e di ministro dell’Industria (1959). Non completamente soddisfatto dei risultati della rivoluzione cubana, però, avverso ad una burocrazia che si andava sclerotizzando malgrado le riforme rivoluzionarie, irrequieto per natura, abbandona Cuba e si avvicina al mondo afro-asiatico, recandosi nel 1964 ad Algeri, in altri paesi africani, in Asia e a Pechino. Nel 1967, coerente con i suoi ideali, riparte per un’altra rivoluzione, quella boliviana, dove, in quell’impossibile terreno, viene tratto in agguato e ucciso dalle forze governative. Non si conosce la data esatta della sua morte, ma sembra ormai accertato con buona approssimazione che il Che sia stato assassinato il 9 ottobre di quell’anno. Diventato in seguito un vero e proprio mito laico, un martire dei “giusti ideali”, Guevara ha indubbiamente rappresentato per i giovani della sinistra europea (e non solo) un simbolo dell’impegno politico rivoluzionario, talvolta svilito a semplice gadget o icona da stampare sulle magliette.

Tuttavia le ulteriori testimonianze, raccolte sulle montagne e nelle vallate in cui si svilupparono le azioni finali e ultime settimane di vita del Che, entrato in Bolivia con documenti falsi che lo certificavano come Ramon Benitez, gettano ombre consistenti, se non indizi pesanti, sulla figura e sul ruolo svolto nella vicenda dall’intellettuale parigino. Un’altra pista porta alla guerrigliera Tania (Haydèe Tamara Bunke Bider) caduta in combattimento poco prima dell’uccisione del Che ed il cui diario, recuperato nelle tasche della sua divisa, potrebbe aver aiutato parecchio lo spionaggio boliviano.

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Un’altra ancora conduce al contadino Honorato Rojas che indicò ai militari il percorso da fare per raggiungere il canalone dell’ultima resistenza dei guerriglieri (la moglie racconta, comunque, che l’uomo fu costretto a guidare le truppe a seguito di un violento pestaggio).

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Forse, a più di mezzo secolo di distanza dai fatti, sarebbe opportuno, da un punto di vista storico, approfondire l’intera vicenda leggendo e studiando i documenti, le lettere dei guerriglieri ed i rapporti raccolti dall’esercito governativo, che sono ancora custoditi in Bolivia e magari dare uno sguardo indagatore anche negli archivi della Cia che, sul posto, aveva inviato un buon numero di “osservatori” e “consiglieri”. Tra le altre andrebbe analizzata ed esaminata anche la posizione di Felix Rodriguez, agente della Cia in Bolivia (con le generalità di Felix Ramos), già infiltrato a Cuba, per favorire l’invasione della Baia dei Porci e che prelevò, dopo l’esecuzione, alcuni oggetti personali appartenuti al Che, oltre ad essere l’ultimo straniero a parlare con lui, la mattina del 9 ottobre, a La Higuera.

Con una ricerca puntuale e seria si potrebbe mettere a nudo una verità un poco scomoda per tutte le parti in causa. Perché dal filmato emerge che anche la popolazione contadina, che in genere si dimostrava collaborativa con i guerriglieri, forniva in molti casi informazioni (o per leggerezza, o per ingenuità, o per sfuggire alle ritorsioni ed alle rappresaglie) sugli spostamenti ed i percorsi dei combattenti agli 007 dei militari.

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I quali ultimi – ed é davvero sconvolgente – si dimostrarono particolarmente crudeli e sanguinari nello stroncare il movimento di liberazione.
Due le testimonianze, orripilanti, offerte da un ufficiale governativo, ormai in pensione, agli intervistatori del documentario: che la testa di un guerrigliero ucciso, Marcos, fosse stata recisa dal corpo della vittima ed infilata sulla cima di una picca, come avveniva nei secoli più bui e più feroci, per ammonire la popolazione a non fraternizzare coi ribelli e per fiaccare psicologicamente i guerriglieri e che, in aggiunta, le truppe governative, per sfamarsi, avessero, almeno in una circostanza, compiuto un atto di cannibalismo – incredibile a sentirsi – tagliando la gamba di un guerrigliero caduto in uno scontro a fuoco e si fossero cibati di quella carne, dopo averla posta a cuocere sul fuoco… neanche si trattasse di una grigliata.

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Altre figure equivoche o sospette scorrono nel filmato. Sulle altre spicca il volto del segretario del Partito comunista della Bolivia, Mario Monje, che come sosteneva Fidel Castro “pretendeva di contestare al Che la direzione politica e militare del movimento” e che veniva stigmatizzato con la frase “uno di questi campioni rivoluzionari che stanno ormai diventando tipici dell’America Latina” espressione “del gretto e volgare nazionalismo”. Fidel etichettava Monje quale “sabotatore”.

“Nelle file rivoluzionare – affermava – esistono uomini con tutte le caratteristiche necessarie alla lotta, il cui sviluppo é criminalmente impedito dalle trame di dirigenti incapaci, ciarlatani e manovrieri”.

Lingue “biforcute”, a dir poco. Insomma da un lato la preparazione non adeguata del mondo contadino ed operaio alla rivoluzione; dall’altro l’ingenuo entusiasmo dello stesso Che e la scarsità degli uomini, delle armi e dei mezzi di comunicazione dell’Esercito di Liberazione Nazionale (ENL); infine le ambigue posizioni assunte dai comunisti boliviani e non, contribuirono alla fine della breve esperienza rivoluzionaria.

Il 7 ottobre 1967 bloccato nella Quebrada del Yuro, una gola, il Che, insieme ai pochi compagni rimasti, tentò di rompere l’accerchiamento. Combatté, in un terreno accidentato, impervio, dal primissimo pomeriggio sino a sera.

Ferito ad una gamba, con la pistola senza più caricatore ed il mitra M-2 inutilizzabile per la deformazione della canna colpita da un proiettile, fu catturato vivo. Condotto dagli uomini del colonnello Andrès Selnich e del maggiore Miguel Ayoroa nel villaggio di La Higuera, insieme ad altri due guerriglieri (un boliviano ed un peruviano), venne rinchiuso da solo all’interno di una casupola, che aveva ospitato la scuola del villaggio, fornita di una sola una porta e di una sola finestra.

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Pare che l’ultimo pasto del Che sia consistito in una fetta di montone e patate. I militari, poche ore più tardi, ricevettero dal regime l’ordine di uccidere i prigionieri. Incaricato del macabro compito, nel primo pomeriggio del 9 ottobre, fu il sottufficiale Mario Terán, che pare si sia presentato piuttosto alticcio.

Una raffica di mitra mise fine alla vita del Che, disteso sul pavimento di mattoni. I colpi furono tutti indirizzati nella parte inferiore del corpo per dar credito alla tesi ufficiale che il guerrigliero fosse caduto in un conflitto a fuoco. Anche il colpo di grazia, sparato con la pistola, da un altro sergente, venne esploso al fianco (il sinistro) della vittima.

L’ultima immagine, toccante, del documentario mostra un contadino boliviano, uno degli abitanti e testimoni di La Higuera, con i suoi pantaloni larghi e le scarpe impolverate, che si stende sul pavimento della scuola-prigione a mimare la posizione del corpo, dopo l’esecuzione, del Che.

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