Smog e ambiente insalubre come alleati del Coronavirus? L’ipotesi

 
Chiama o scrivi in redazione


Smog e ambiente insalubre come alleati del Coronavirus? L'ipotesi

Smog e ambiente insalubre come alleati del Coronavirus? L’ipotesi

Smog e ambiente insalubre come alleati del coronavirus: è un’ipotesi che si fa sempre più strada tra gli scienziati, secondo cui la presenza di polveri sottili può favorire la permanenza delle particelle contagiose nell’aria che respiriamo aumentando i rischi di contagio.

Un problema che riguarda anche le nostra città visto che l’inizio dell’anno è stato ricco di esperimenti in particolare nella Conca Ternana, Narni a Città di Castello, Foligno alcune zone di Perugia e Ponte San Giovanni.

La Pianura Padana sicuramente a forte rischio da questo punto di vista come le zone dove la pandemia ha colpito più duramente, dalle metropoli cinesi all’Iran fino alla Corea del Sud.

Uno studio portato avanti dall’Università degli studi di Bari e dalla SIMA, società italiana di medicina ambientale spiega: “Vi è una solida letteratura scientifica che correla l’incidenza dei casi di infezione virale con le concentrazioni di particolato atmosferico (es. PM10 e PM2,5)”.

“È noto – è in un documento della stessa università – che il particolato atmosferico funziona da vettore di trasporto, per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. I virus si “attaccano” (con un processo di coagulazione) al particolato atmosferico, costituito da particelle solide e/o liquide in grado di rimanere in atmosfera anche per ore, giorni o settimane, e che possono diffondere ed essere trasportate anche per lunghe distanze. Il particolato atmosferico, oltre ad essere un vettore di trasporto, costituisce un substrato che può permettere al virus di rimanere nell’aria in condizioni vitali per un certo tempo, nell’ordine di ore o giorni. Il tasso di inattivazione dei virus nel particolato atmosferico dipende dalle condizioni ambientali: mentre un aumento delle temperature e di radiazione solare influisce positivamente sulla velocità di inattivazione del virus, un’umidità relativa elevata può favorire un più elevato tasso diffusione del virus cioè di virulenza”.

Nel documento poi si fa una prima analisi sulla diffusione del Covid-19 in Italia in relazione ai superamenti dei limiti di PM10. Per valutare una possibile correlazione tra i livelli di inquinamento di particolato atmosferico e la diffusione del COVID-19 in Italia, sono stati analizzati per ciascuna Provincia: i dati di concentrazione giornaliera di PM10 rilevati dalle Agenzie Regionali per la Protezione Ambientale (ARPA) di tutta Italia e i dati sul numero di casi infetti da COVID-19 riportati sul sito della Protezione Civile (COVID-19 ITALIA).

“In particolare si evidenzia una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di PM10 registrati nel periodo 10 Febbraio-29 Febbraio e il numero di casi
infetti da COVID-19 aggiornati al 3 Marzo (considerando un ritardo temporale intermedio relativo al periodo 10-29 Febbraio di 14 gg approssimativamente pari al tempo di incubazione del virus fino alla identificazione della infezione contratta). Tale analisi sembra indicare una relazione diretta tra il numero di casi di COVID-19 e lo stato
di inquinamento da PM10 dei territori, coerentemente con quanto ormai ben descritto dalla più recente letteratura scientifica per altre infezioni virali. La relazione tra i casi di COVID-19 e PM10 suggerisce un’interessante riflessione sul fatto che la concentrazione dei maggiori focolai si è registrata proprio in Pianura Padana mentre minori casi di infezione si sono registrati in altre zone d’Italia. Considerando il tempo di latenza con cui viene diagnosticata l’infezione da COVID-19 monitorando dal 24 febbraio (dati della Protezione Civile COVID-19) al 15 Marzo, si può posizionare intorno al periodo tra il 6 febbraio e il 25 febbraio. Le curve di espansione dell’infezione nelle regioni presentano andamenti perfettamente compatibili con i modelli epidemici, tipici di una trasmissione persona-persona, per le regioni del sud Italia mentre mostrano accelerazioni anomale proprio per quelle ubicate in Pianura Padana in cui i focolai risultano particolarmente virulenti e lasciano ragionevolmente ipotizzare ad una diffusione mediata da da un veicolante. Le fasi in cui si evidenziano questi effetti di impulso ovvero di boost sono concomitanti con la presenza di elevate concentrazioni di particolato atmosferico che in regione Lombardia ha presentato una serie di andamenti oscillanti caratterizzati da tre importanti periodi di sforamenti delle concentrazioni di PM10 ben oltre i limiti, come ad esempio in provincia di Brescia”.

“Tali analisi – conclude il documento – sembrano quindi dimostrare che, in relazione al periodo 10-29 Febbraio, concentrazioni elevate superiori al limite di PM10 in alcune Province del Nord Italia possano aver esercitato un’azione di boost, cioè di impulso alla diffusione virulenta dell’epidemia in Pianura Padana che non si è osservata in altre zone d’Italia che presentavano casi di contagi nello stesso periodo. A questo proposito è emblematico il caso di Roma in cui la presenza di contagi era già manifesta negli stessi giorni delle regioni padane senza però innescare un fenomeno così virulento. Oltre alle concentrazioni di particolato atmosferico, come fattore veicolante del virus, in
alcune zone territoriali possono inoltre aver influito condizioni ambientali sfavorevoli al tasso di inattivazione virale”.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*