Tra musica, parole, immagini e improvvisazione, Laurie Anderson e i Sexmob portano a Umbria Jazz uno degli appuntamenti più attesi e imprevedibili del festival
di Antonella Valoroso
Stasera c’è ancora vento da nord-est a Perugia. Speriamo che duri, anche se il meteo dice di no. Intanto ci godiamo il concerto di stasera. Del domani non v’è certezza, diceva uno dei pochi fiorentini che poteva davvero permettersi di sentirsi superiore al resto del mondo. Meglio allora affidarsi all’aria che passa, a quella freschezza improvvisa che rende più leggera una sera di luglio e prepara il terreno all’imprevedibile.
Perché l’imprevedibile, con Laurie Anderson, è l’unica vera certezza.
Più che un concerto, quello atterrato sul palco dell’Arena Santa Giuliana è un flusso continuo di musica, parole, immagini, racconti, riflessioni e improvvisazioni. Un’opera aperta, dove ogni linguaggio entra nell’altro senza soluzione di continuità. I Sexmob non sono un semplice gruppo di accompagnamento: dialogano con Laurie Anderson, la provocano, la seguono, la sostengono, trasformando ogni brano in una narrazione collettiva.
E poi c’è il violino.
C’è qualcosa di profondamente magico in questo strumento. Non è un caso che nel Rinascimento fosse proprio il violino ad accompagnare la figura di Orfeo, il poeta capace di incantare uomini, animali e perfino gli dèi con la forza della musica. Laurie Anderson lo impugna come se fosse un’estensione naturale del suo corpo. Non cerca il virtuosismo fine a sé stesso. Cerca la voce. E quel suono, spesso essenziale, quasi scarno, finisce per raccontare molto più di quanto potrebbero fare mille note.
La sua musica si intreccia continuamente con le parole. Racconta episodi della propria vita, osservazioni sul presente, piccoli paradossi quotidiani. Tutto sembra diventare sempre più breve: i libri, gli spettacoli, le canzoni, perfino le barzellette. Il tempo accelera e noi con lui. Ma proprio per questo vale la pena fermarsi ad ascoltare.
A un certo punto condivide anche una confidenza che riguarda il suo percorso di vita con Lou Reed. Dice che, proprio perché la vita passa così in fretta, insieme avevano deciso di darsi tre regole.
La prima: non avere paura di nessuno.
La seconda: procurarsi un buon rilevatore di cazzate e imparare a usarlo.
La terza: essere gentili.
È su quest’ultima che Laurie Anderson si sofferma più a lungo. Oggi, osserva, c’è tanta rabbia in giro. Ma prima di giudicarla vale la pena fermarsi a guardarla meglio. Una maestra buddista le disse una volta che, se si scava abbastanza in profondità dentro quella rabbia, si trova quasi sempre la stessa cosa: un cuore spezzato.
È uno di quei pensieri che restano sospesi nell’aria molto più a lungo dell’ultima nota.
Del resto Laurie Anderson è questo da oltre quarant’anni: un’artista capace di fondere minimalismo, avanguardia, jazz, elettronica, teatro, letteratura e arti visive senza mai perdere naturalezza. Da O Superman in poi ha attraversato la cultura contemporanea senza lasciarsi mai addomesticare dal successo. È rimasta libera, curiosa, in continuo movimento.
L’incontro con i Sexmob amplifica proprio questa libertà. Il loro jazz irriverente, ricco di deviazioni e improvvisazioni, diventa il terreno ideale su cui Anderson può raccontare storie, suonare, riflettere e perfino sorridere.
Il vento del nord-est continua a soffiare su Perugia. Chissà se durerà fino a domani. Ma, almeno per una sera, ha trovato la colonna sonora perfetta.
Ma non basta. Laurie Anderson, prima di lasciare il suo pubblico, racconta che suo marito, in oriente, era più noto come maestro di Tai-Chi che come musicista e aveva inventato alcune perifrasi alternative, comiche ironiche e poetiche, per identificare movimenti i cui nomi gli risultavano impronunziabili. Poi chiede all’arena di alzarsi in piedi e si trasforma in una maestra di Tai-Chi. La folla la asseconda, stregata da questa novella Orfeo che ha deposto il violino per muoversi in armonia con chi ha la fortuna di essere a Perugia, a Umbria Jazz, questa notte.
Due minuti di magia.
Il rito è finito troppo presto. La pace interiore durerà poco. Almeno per chi sceglie di restare nell’Arena.
Foto di Rita Paltracca
Video di Antonella Valoroso














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