L’immunità è un’utopia ma la terza dose è già realtà

L’immunità è un'utopia ma la terza dose è già realtà, il foglio verde crea l’illusione del rischio zero per gli immunizzati

L’immunità è un’utopia ma la terza dose è già realtà

di Maurizio Belpietro
I dati mettono impietosamente a nudo le contraddizioni dello strumento voluto dal governo. Ora parecchi esperti cominciano
a dire che neppure due iniezioni sono sufficienti a impedire contagi e ricoveri. Ma allora a che serve accanirsi col green pass?

Sileri: «Cure a casa non sostituiscono laprofilassi»

Vedremo che cosa succederà a ottobre, può darsi che qualcuno cambi opinione…» Lei sostiene l’opportunità di far vaccinare anche i più giovani.

Ci sono studi, finanziati dalle case produttrici dei vaccini, secondo cui nella fascia 12-17 lo 0,12% dei soggetti ha reazioni gravi. Non è un po’ rischioso? «I vaccini possono avere anche importanti effetti collaterali, li possono avere anche i 10 vaccini attualmente obbligatori nella scuola. Con i ragazzini non dobbiamo mettere sulla bilancia tanto il fatto che possa morire o meno di coronavirus.

Dobbiamo pensare a che cosa fa nella vita di tutti i giorni, se costituisce un problema per il suo ambiente e la sua comunità, se va a scuola e diffonde il contagio e poi contagia il nonno, il genitore, lo zio… Non dobbiamo pensare solo al beneficio del singolo».

Resto convinto che, in questo caso, se i genitori e i nonni di immunità al virus che non risponde al vero. Di quanto fossero abborracciate le prime disposizioni ne ho dato più volte conto. Mentre si imponeva il certificato vaccinale a chi pretendeva di consumare un pasto in trattoria, lo si riteneva inutile in una mensa o anche al buffet di un albergo.

A forza di denunciare l’assurdità di simile norme, dal ministero della Salute finalmente sono arrivate le correzioni di rotta e il passaporto per sedersi a tavola è diventato una regola che vale per tutti, pizzerie e tavole calde aziendali. Rimane ancora da sistemare la disparità che riguarda i trasporti.

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Il green pass va infatti esibito se si sale su un treno ad alta velocità, ma non su un convoglio per pendolari o su un mezzo pubblico urbano. Vale a dire che nelle tratte meno affollate si può viaggiare avendo intorno persone che sono state vaccinate o si sono sottoposte a un tampone antigenico, mentre nei trasferimenti in cui i passeggeri sono pigiati come sardine nessuno si cura dei controlli. I passeggeri del Frecciarossa stanno a quelli dei treni per pendolari un po’ come gli avventori dei ristoranti stanno a quelli delle mense: dei primi ci si cura, dei secondi no. Questioni forse di biglietti e di tariffe. Come capirete, già questo basta e avanza per criticare il green pass. Non perché io sia un fan dei No Vax, ma in quanto non sono né cieco né stupido e le scemenze le intendo e le vedo benissimo.

Ciò detto, c’è un’altra ragione per cui diffido del certificato vaccinale ed è che per molte persone si tratta di un certificato di immunità che renderebbe invulnerabili al Covid, per lo meno questo è il messaggio che si è inteso far passare fra gli italiani, i quali sono convinti che se si è vaccinati non si rischia niente. In realtà, non è così e per rendersi conto dell’inganno basta dare un’occhiata ai numeri che vengono periodicamente diffusi dall’istituto superiore di sanità. Prendete per esempio le ospedalizzazioni. La maggior parte delle persone ricoverate nel periodo che va dal 2 luglio al primo agosto non era vaccinata.

La maggior parte, appunto. Perché c’è una parte che non solo era vaccinata, ma aveva ricevuto entrambe le dosi e tra questi il 20% delle persone fra i 60 e i 79 anni e il 54% delle persone con più di 80 anni. Su 165 anziani ricoverati in terapia intensiva, 123 non erano vaccinati, 14 avevano ricevuto la prima dose e 28 entrambe le inoculazioni. Tanto per capirci, sugli ultra ottuagenari ricoverati, il 61% non era immunizzato, il 3% sì e il 35,5 con entrambe le dosi. Quanto ai decessi fra gli anziani sotto gli ottant’anni, il 7,8% era totalmente vaccinato. Sopra, il 32,2. Tutto ciò significa una sola cosa, e cioè che la doppia vaccinazione non copre totalmente le persone, perché di Covid ci si ammala anche se si è vaccinati e, purtroppo, si muore.

Lo spiega bene Naftali Benn ett , il premier israeliano che dal 13 giugno ha sostituito Benjamin Netanyahu alla guida di un governo di coalizione. In un tweet a Ferragosto ha scritto: «78 dei 79 israeliani morti la scorsa settimana non hanno eseguito tutte e tre le vaccinazioni richieste. In altre parole, il terzo vaccino non è un “lu s s o”: salva davvero le vite » . Illudere dunque gli italiani che il green pass con una sola vaccinazione basti a proteggersi dal contagio è una stupidaggine, così come far credere che due iniezioni (peraltro con tutte le deroghe di cui abbiamo parlato, tra cui quella che consente di salire sulla metropolitana senza alcun controllo) bastino a proteggerci dal virus. Ora siamo già alla terza dose, nuovo traguardo per sfuggire alla pandemia.

Il mantra, che già ripetono gli esperti, è che non c’è due senza tre. Noi non siamo contro i vaccini, siamo contro i giochini. E purtroppo in questi due anni di giochi sulla pelle degli italiani ne abbiamo visti molti.

«Per quanto riguarda il Covid, le cure domiciliari, forse all’inizio sottovalutate, non sono alternative ai vaccini, che andrebbero preferiti», ha dichiarato ieri il il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, specificando: «Abbiamo due binari, il potenziamento delle cure domiciliari per tutto, ma se si pensa solo alle cure poi non ci si vaccina, mentre l’altro binario è quello dei vaccini. Dobbiamo andare avanti, l’offerta sanitaria del futuro è il potenziamento delle cure di prossimità, non solo per il Covid». per le quali non sanno dove trovare documentazione.

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Da Napoli, una neurologa segnala un «recente caso di trombosi venosa celebrale a 15 giorni dalla prima dose Pfizer», chiede ai colleghi se hanno avuto casi analoghi e «se qualcuno di questo gruppo sta mettendo insieme i casi per un serio approfondimento». Secondo la dottoressa Amati , infatti, «ben poche segnalazioni di casi avversi arrivano alla farmacovigilanza. Neppure io le ho fatte.

Non abbiamo il tempo per occuparci anche di questo». Quando si dice la trasparenza che manca nel nostro Paese, l’assenza di una farmacovigilanza attiva che sia di riferimento per chi vaccina e per chi il farmaco se lo deve inoculare. Nel settimo rapporto dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, leggiamo che solo il 39,6% dei medici invia segnalazioni spontanee dell’insorgenza del sintomo, quasi tutte nello stesso giorno della vaccinazione (49%) e dopo un giorno (30,2%). Dopo una settimana, rappresentano il 6,5%, il che significa una cosa sola: i vaccinati sono lasciati a sé stessi senza monitorare reazioni nel tempo.

Scorrendo i «sospetti eventi avversi successivi a vaccinazione», sembra che la maggior parte si riducano a febbre, reazioni locali nel sito di inoculazione, cefalea, dolori articolari, «raramente» nausea e vomito, il tutto in un «quadro di sindrome similinfluenzale», dichiara l’Aifa. Diversa è l’impressione, leggendo i post dei medici che sui social condividono esperienze vaccinali.

Girano anche immagini impressionanti di pazienti, con la povera signora di 96 anni che dopo sette giorni dal vaccino con Moderna si è presentata da un medico di medicina generale della provincia di Lecce, con «reazione pemfigoide», grosse bolle piene di siero e sangue che le deturpavano gli arti i n fe r io r i . L’ultimo rapporto della nostra agenzia regolatoria riporta 84.322 sospette reazioni avverse dopo la somministrazione di quasi 66 milioni di dosi di vaccino. Sarebbero meno delle segnalazioni di cui parlano i soli 99.620 medici iscritti al gruppo Facebook. Nel maggio dello scorso anno questo gruppo scrisse una lettera al ministro della Salute, Roberto Speranza, chiedendo «un atto concreto di riconoscimento e valorizzazione del nostro operato ed in generale della nostra categoria». Tra le richieste, l’att iva z io n e «dei centri di igiene e sanità pubblica, deliberatamente sottodimensionati negli ultimi anni, e dell’assistenza domiciliare integrata, fulcro delle cure primarie».

Invece i medici sono ancora senza risposte, costretti pure ad arrangiarsi nel trattare le reazioni al vaccino anti Covid. Però seguo di nuovo il suo ragionamento e le chiedo: a questo punto non sarebbe stato più coerente mettere l’obbligo vaccinal e? «Questo lo deve chiedere ai politici. Io per alcune categorie avrei messo da subito l’ob bligo. Sanitari, docenti anche universitari, corpi di polizia… Ma anche altre categorie.

Ad esempio: che senso ha che mi venga richiesto il green pass per entrare al ristorante ma a quello che sta in cucina non viene richiesto? In un Paese che ha pagato quel che abbiamo pagato noi, credo che se non si arriva a coperture vaccinali adeguate con una campagna persuasiva lo Stato debba mettere l’obbligo. Se so che se hai più di 50 anni e ti ammali, in un caso su 8 si va all’ospedale e di questi il 50% va in rianimazione.

Chi non ha ancora prenotato il vaccino sbaglia, e di grosso».


 

 
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