Tempo di coronavirus, lettera di collegamento Bassetti e comunità diocesana

 
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Tempo di coronavirus, lettera di collegamento Bassetti e comunità diocesana 

Tempo di coronavirus, lettera di collegamento Bassetti e comunità diocesana

Ai sacerdoti, ai diaconi, ai religiosi, alle consacrate, a tutti i fedeli di Cristo dell’Archidiocesi di Perugia-Città della Pieve
Carissimi, vi invio il messaggio pasquale, riportato da Avvenire, che penso vi possa essere utile per una riflessione sulla Pasqua, dato che siamo ancora immersi nel giubilo dei giorni pasquali.
Una speranza che non delude
Ci sono alcune immagini di questa quaresima che abbiamo appena vissuto che difficilmente riusciremo a dimenticarci: la lunga fila di camion militari che lasciano Bergamo con il loro carico di morte; l’infermiera dell’ospedale di Cremona che sfinita dalle fatiche del lavoro si addormenta con la mascherina e il camice ancora indosso; e infine i primi timidi sguardi di coloro che sono guariti. Sguardi persi, ancora un po’ spaventati, ma pieni di stupore.
In queste immagini sembra rappresentarsi metaforicamente il mistero vissuto nel triduo pasquale: la morte, il silenzio, la risurrezione. E ancora: il dolore, la paura, la gioia. C’è tutto questo nella Pasqua: il passaggio dalla morte alla vita. Il passaggio dall’angoscia alla speranza: dallo scandalo della croce alla promessa della vita eterna.
So bene che molti italiani in questi giorni stanno piangendo i propri defunti e sono in trepidazione per amici e parenti ammalati. È un dolore che ci unisce profondamente in una comunione spirituale quotidiana e ininterrotta. Una comunione con il Padre che non può essere interrotta dalle difficolta della vita presente che colpiscono ognuno di noi. Chi ci separerà dall’amore di Dio? Non certo l’angoscia e la persecuzione. Nella celebrazione pasquale noi siamo “vincitori” proprio “grazie a colui che ci ha amati”. Gesù è la porta sempre aperta verso il Cielo. Dobbiamo gridarlo con gioia e senza paura.
Mai come oggi, scriveva molti anni fa don Divo Barsotti, “dobbiamo rendere testimonianza della resurrezione di Cristo” e “l’unica cosa importante è credere”. Mai come in questo momento, quando tutte le sicurezze sociali prodotte da un mondo ricco, individualista e cinico si sono liquefatte come neve al sole, dobbiamo annunciare al mondo intero la bellezza e la potenza della buona novella.
Questo è il “tempo di credere” affermava don Primo Mazzolari in una meditazione svolta nel 1940 sui discepoli di Emmaus. Il parroco di Bozzolo scriveva durante il secondo conflitto mondiale e definì la Chiesa come un “focolare che non conoscenze assenze” dedicando il libro “alla legione degli smarriti sempre più vicina al mio povero cuore, sempre più cara al cuore di tutti”. Quella meditazione fu sequestrata dalle forze dell’ordine ma si diffuse in forma clandestina e ancora oggi conserva, profeticamente, alcune intuizioni di don Primo.
In questo tempo, infatti, la Chiesa è stata autenticamente un focolare domestico. Moltissime sono le testimonianze di famiglie riunite intorno alla preghiera comunitaria: dalle lodi mattutine ai vespri fino alle celebrazioni della liturgia della parola nel triduo pasquale. Genitori e figli hanno assaporato la precarietà, la gioia e lo stupore della Chiesa domestica. E moltissime sono le testimonianze di quegli “smarriti” di cuore che si erano persi e che invece hanno invece seguito, in mille modi diversi, dalla televisione ai social, le celebrazioni dei sacerdoti e quelle del Papa. Enorme la commozione nel vedere Francesco camminare da solo il giovedì santo in Piazza san Pietro. Solo sotto la croce.
Oggi quella croce è diventata gloriosa. È la gloria della resurrezione così magnificamente rappresentata nell’affresco di Piero della Francesca conservato a Sansepolcro in provincia di Arezzo dove per una decina di anni sono stato Vescovo. Un affresco molto caro agli abitanti del “borgo” perché, probabilmente, la presenza di quest’affresco – considerato da alcuni intellettuali come il dipinto più bello del mondo – risparmiò la cittadina toscana dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. In quell’affresco, è bene sottolinearlo con forza, la sofferenza è passata, Cristo ha sconfitto la morte, la luce ha illuminato le tenebre. Questa è la Pasqua. È la gioia infinita della resurrezione. Il fondamento della nostra fede. Una speranza che non delude mai.
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Vorrei altresì segnalarvi alcune note importanti per affrontare le ristrettezze che siamo chiamati a vivere in questo tempo.
Mi preme ribadire una disposizione che non tutti hanno chiara, e che riguarda l’apertura delle nostre chiese. Esse rimarranno aperte tutti i giorni, almeno la Cattedrale e quelle parrocchiali, secondo orari stabiliti. Personalmente potete recarvi alla chiesa più vicina a casa vostra per pregare, per parlare con un sacerdote ed anche per ricevere il sacramento della penitenza. Se doveste essere fermati dalle forze dell’ordine, sarà sufficiente dire loro che vi state recando in chiesa.
In secondo luogo, alcuni suggerimenti circa la liturgia domestica. In questo tempo nel quale le celebrazioni con adunanza di popolo non possono essere praticate, oltre al lodevole servizio che le emittenti televisive, come quelle radio, ed anche i social media, stanno dando, nella trasmissione della celebrazione eucaristica e di altri momenti di preghiera o catechesi, non possiamo dimenticare una dimensione particolare della liturgia che è quella familiare, riconoscendo alla famiglia la sua identità di chiesa domestica. Il racconto della Pasqua ebraica in Esodo (12,21-27) ci insegna che la prima trasmissione della fede avviene in famiglia attraverso la celebrazione di un rito, quello pasquale. Questi giorni dunque potrebbero risultare propizi per educare le famiglie ad essere chiesa nella quale ci si raduna per lodare il Signore. Nulla potrà mai sostituire la celebrazione comunitaria dell’eucarestia, fonte e culmine della vita cristiana (cfr. LG 11), altresì nulla può sostituire il focolare domestico quale luogo originario della trasmissione della fede come dell’iniziazione alla preghiera. Per questo i pastori potrebbero impegnarsi in tal senso ad educare e stimolare il popolo di Dio, attraverso una adeguata preparazione delle famiglie grazie anche alla redazione di semplici sussidi, come già l’Ufficio Liturgico Nazionale e varie diocesi o regioni ecclesiastiche stanno facendo da inizio emergenza.

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