Parte in Umbria la campagna “I diritti non si appaltano”
Appalti – La Cgil Umbria ha avviato la campagna nazionale “I diritti non si appaltano”, ponendo al centro della mobilitazione la necessità di contrastare lo sfruttamento dei lavoratori coinvolti nei sistemi di appalto e subappalto. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la responsabilità diretta del committente, che il sindacato ritiene oggi troppo debole per garantire tutele effettive a milioni di lavoratori.
Secondo Stefania Cardinali e Maria Rita Paggio, rispettivamente segretaria regionale e segretaria generale della Cgil Umbria, è urgente intervenire per arginare l’utilizzo distorto degli appalti, spesso ridotti a uno strumento per comprimere i costi del lavoro e aggirare diritti e contratti. Le due dirigenti hanno parlato a Perugia in occasione del lancio della campagna nel territorio regionale, sottolineando come l’eccessiva frammentazione del lavoro generi effetti negativi su salute, sicurezza, qualità occupazionale e legalità.
«Serve – spiegano Cardinali e Paggio – un confronto reale con i datori di lavoro e le loro associazioni per costruire protocolli vincolanti, che impediscano il ricorso a subappalti incontrollati e incentivino pratiche virtuose». La richiesta è chiara: riportare l’appalto alla sua funzione originaria, ossia rispondere a esigenze di specializzazione, e non essere usato per alimentare concorrenza sleale e precarietà.
La legge Biagi del 2003, che ha cancellato la norma del 1960 (la legge 1369) sull’obbligo del medesimo contratto nazionale lungo la catena degli appalti, ha segnato per la Cgil un punto di rottura. «Da allora – osservano le sindacaliste – l’intero sistema degli appalti è esploso: oggi sono almeno quattro milioni i lavoratori coinvolti, e non esiste comparto che ne sia esente: dalla logistica ai cantieri, dal turismo alla manifattura, dai magazzini ai servizi alla persona».
Questa espansione, secondo la Cgil, ha aperto la strada a un deterioramento diffuso delle condizioni di lavoro, con salari al ribasso, evasione contributiva e un numero crescente di infortuni sul lavoro.
Il sindacato insiste sul legame diretto tra responsabilità solidale del committente e riduzione dello sfruttamento. «Aumentare il grado di obbligo per chi affida il lavoro – spiegano – significa aumentare la sicurezza, ridurre i rischi e prevenire le morti bianche». Quando le vittime di abusi sono migranti o persone in condizione di vulnerabilità, il danno si amplifica: il ricatto economico si trasforma in una trappola sociale che penalizza intere famiglie e territori.
La Cgil riconosce che alcune novità del nuovo codice degli appalti pubblici – introdotto dal decreto legislativo del 31 marzo 2023 – vanno nella direzione giusta, ma non bastano. «La liberalizzazione del subappalto a catena – sottolineano – soprattutto nelle opere pubbliche, rappresenta un rischio concreto per trasparenza e legalità».
Un esempio positivo arriva proprio dall’Umbria. In questo territorio, il sindacato ha ottenuto l’approvazione della legge regionale 2/2024, che disciplina per la prima volta il settore del Welfare e dei servizi alla persona, coinvolgendo circa 9.000 lavoratori esternalizzati. «È stato un passo avanti importante – spiegano Cardinali e Paggio – frutto di un reale percorso partecipativo con le forze sociali».
Tuttavia, il quadro normativo resta incompleto. Per questo la Cgil rilancia la richiesta di un intervento politico strutturato anche sugli altri comparti ad alta intensità di manodopera, come opere pubbliche e servizi essenziali, dove la diffusione degli appalti resta elevata e poco regolamentata.
«Non basta una generica condivisione di principi – dichiarano –. Servono atti concreti da parte della Giunta e del Consiglio Regionale. Serve convocare con urgenza le parti sociali per discutere di regole certe e condivise, costruite insieme a chi rappresenta quotidianamente il lavoro».
Nel mirino della campagna c’è anche la necessità di ridefinire il modello d’impresa, riportando al centro la qualità occupazionale come leva di competitività sostenibile. «Abbassare i costi con la compressione dei diritti – concludono le segretarie – è una scelta miope. Si impoverisce il sistema produttivo nel suo complesso e si compromette il futuro del lavoro, pubblico e privato».
L’iniziativa “I diritti non si appaltano” proseguirà nelle prossime settimane con incontri, mobilitazioni e proposte legislative, mirando a consolidare un fronte comune contro il lavoro povero, per un sistema che metta al centro la dignità della persona e la tutela collettiva.

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